Un accordo fra le grandi potenze per colpire con fermezza i paesi che sostengono l’ ISIS

ParisProdi: «L’intesa Usa-Russia è l’unica via d’uscita»

Intervista di Riccardo Barlaam a Romano Prodi su Il Sole 24 Ore del 15 novembre 2015

Per Romano Prodi il tredici novembre è stato «l’11 settembre dell’ Europa. Ma sarebbe un grave errore se si reagisse alla tragedia di  Parigi come si è reagito dopo l’11 settembre. Il terrorismo si vince con un accordo politico Stati Uniti e Russia».
«In Europa siamo stati abituati dal Dopoguerra a vivere sicuri nelle nostre città, senza paura. È difficile abituarsi all’idea di vivere in un’Europa insicura. Io non mi rassegno». Romano Prodi, ex presidente della Commissione europea ed ex primo ministro italiano, era in aereo durante gli attentati di Parigi. Ha appreso la notizia dopo l’atterraggio, all’una di notte. «Ho avuto subito un quadro di grande tragedia».

Presidente Prodi, Le Monde ieri mattina ha scritto che “La Francia è in guerra contro il terrorismo totalitario, cieco, terribilmente assassino”.

È vero, è tristemente vero. L’unica parola che non condivido di questa definizione è l’aggettivo: cieco. Il terrorismo purtroppo ci vede benissimo. Ha mirato alla Francia in quanto la Francia è la punta della presenza militare europea in tante zone dello scenario nel mondo mediorientale -islamico. Non dimentichiamo che è la Francia che si accolla il peso della difesa contro il terrorismo islamico in Mali. La Francia ha preso l’iniziativa – a mio parere – infausta nella guerra di Libia. Ed è la Francia che è principalmente presente tra i Paesi europei a combattere contro lo Stato Islamico dell’Isis in Siria. Per tutti questi motivi, è chiaro che la parola cieca non è una parola giusta perché l’obiettivo della Francia da parte degli islamisti è un obiettivo studiato, voluto, discusso e preparato da un’ampia collettività di terroristi.

Qual è stata la sua reazione, personale, emotiva, alla notizia degli attacchi?

La notizia ha causato in me – come in tutti credo – un senso di dolore profondo. Anzi, una doppia reazione.  Da un lato, mi ha dato un dolore profondo perché questi attentati hanno colpito tutta la società francese, in modo indiscriminato. In luoghi dove si svolge la vita quotidiana delle persone, dallo stadio, al ristorante, agli spettatori di una serata musicale. Il secondo aspetto è l’insicurezza. Perché, voglio dire, mentre riguardo alla sicurezza negli aeroporti i controlli si possono aumentare, non si può pensare di riuscire a controllare le nostre società nelle sue espressioni di normale vita quotidiana. Un senso di dolore e di insicurezza, questo ho provato. Ero in volo durante gli attacchi e ho avuto la notizia all’arrivo, all’una di notte. Ho avuto subito un quadro di grande tragedia.

Ha sentito qualche amico francese?… Penso a Jacques Delors, ai colleghi con cui ha lavorato a Bruxelles?

Ho inviato dei messaggi di vicinanza e basta perché non mi sembra delicato disturbare in un momento di dolore e di difficoltà. Ho scritto un messaggio di solidarietà al ministro degli Esteri, Laurent Fabius.

Dopo Charlie Hebdo la questione non era sapere se ci sarebbero stati altri attacchi ma quando questi ci sarebbero stati…

Io non mi rassegno. Si spera che eventi terribili come quelli della notte del 13 novembre non avvengano mai. Si cerca sempre di pensare che nelle nostre società si possa vivere in pace, in sicurezza. E non voglio abituarmi a questa idea. Razionalmente si potrebbe dire che era prevedibile che avvenissero ancora degli attentati terroristici a Parigi, ma emotivamente no. In Europa siamo stati abituati a vivere sicuri nelle nostre città, a parte gli anni settanta in alcune città italiane con il terrorismo politico. È difficile abituarsi all’idea di vivere in un’Europa insicura. Io, ripeto, non mi rassegno.

Il fanatismo religioso nel XXI secolo ha rimpiazzato i totalitarismi del Novecento. Anche il Papa ha parlato di Terza guerra mondiale….

Questo non se lo aspettava nessuno. Pochi mesi prima della caduta dello scià Reza Palhavi ero stato in Iran a fare delle lezioni. Mi ero accorto che tutti erano in fermento, c’erano tensioni fortissime a tutti i livelli sociali, ma mi aspettavo una rivoluzione marxista, come usava allora. Perché nessuno poteva pensare che rinascesse una identità religiosa di quel tipo, che conteneva in sé anche elementi di violenza e di stragismo. Questo è veramente nuovo. Siamo pieni di libri sul Medio Oriente in cui si parlava di tentativi di una certa convivenza tra i vari cristiani, ebrei, musulmani. Racconti, storie di famiglie miste, di bambini che giocavano a palla nella piazza con sinagoga, moschea e chiese sullo sfondo. Ci sembravano lontani allora quei regimi fondamentalisti di ispirazione religiosa, ed è difficile accettarli ed ammetterli oggi. Non è il mondo che molti di noi hanno sognato.

Come inviato speciale dell’Onu lei ha avuto un ruolo di primo piano in Mali durante la fase più acuta della guerra civile e dell’occupazione degli islamisti, come parte dialogante accanto ai francesi che avevano la presenza militare…

È tutto fermo. C’è una pace molto fragile. Con una certa stabilità ma non si è riusciti a creare uno stato condiviso. Non sono soluzioni che durano nel tempo.

Anche in Libia il tentativo di superare la dittatura e di favorire la cosiddetta primavera araba non ha funzionato.

La Libia è una polveriera pronta a esplodere. La crisi politica che sta attraversando quel paese è complicatissima da risolvere. Quando si rompono degli equilibri senza pensare al dopo è difficile ricostruire.

L’Occidente ci ha messo lo zampino in questo caso?

Nel caso libico la responsabilità francese è stata quella di attaccare militarmente il paese senza capire fino in fondo la sua complessità. La Libia di Gheddafi era un paese unitariamente fragile con un’enorme influenza politica delle tribù. L’errore è stato non riflettere abbastanza sul cosa sarebbe potuto accadere dopo, soprattutto da parte italiana che conosceva bene quel paese. L’Italia in Libia si è lasciata trascinare in una guerra contro se stessa.

Che cosa vuole dire?

Voglio dire che la Libia è un paese con cui avevamo rapporti molto stretti, ma il regime di Gheddafi era il male minore. Noi sapevamo benissimo che Gheddafi era un dittatore: quante volte quando ero primo ministro mi ha minacciato di mandarmi i barconi di migranti? Ma non li ha mai mandati perché trattava con durezza i suoi partner, ma alla fine si capiva qual era il reciproco interesse e il reciproco limite da non superare per non rompere questi fragili equilibri diplomatici.  Al dopo, bisognava pensarci prima di bombardare.

Come se ne esce dalla minaccia del terrorismo islamico, di questo Stato islamico dei “puri” che sogna di conquistare l’Occidente uccidendo gli “infedeli” non musulmani, seminando bombe e terrore?

Lo ripeto da mesi. Senza un accordo politico tra le due grandi potenze Russia e Stati Uniti non se ne esce. Solo un accordo politico tra le due grandi potenze può impedire i traffici di petrolio, di droga, i traffici di esseri umani che arrivano in Europa, i finanziamenti occulti da parte delle fondazioni arabe al califfato e alla sua economia nascosta che sostiene il terrorismo. Per un’impresa come quella avvenuta a Parigi ci vogliono non solo connessioni ma ci vogliono soldi, mezzi finanziari e protezioni.

In questi mesi non c’è stato niente di tutto questo. Anche le incursioni russe in Siria sono sembrate stridenti rispetto agli americani, insomma non concordate e condivise.

Il Califfato vive e prospera solo ce non c’è un grande accordo politico con cui le grandi potenze decidano di colpire, ma veramente e con fermezza i paesi che lo sostengono. E’ l’unica strada per mettere in ordine, ma davvero, Iran, Arabia Saudita, Turchia, Qatar, Egitto.

Il 13 novembre è stato l’11 settembre della Francia e dell’Europa?

Non c’è dubbio che sia stato un fatto gravissimo per noi, come è stato per gli americani l’11 settembre. Però bisogna fare attenzione perché se si reagisce alla tragedia di Parigi come si è reagito dopo l’11  settembre con la Guerra in Iraq allora facciamo proprio un bel acquisto. Sarebbe un grave errore, ancora una volta. Non è con una guerra totale a un nemico indefinito, che si sparge dappertutto, che si vince il terrorismo ma con la fermezza e un accordo politico vero tra le due grandi potenze che tolga ai terroristi l’acqua in cui nuotano.

Print Friendly
Condividi!

Dati dell'intervento

Data
Categoria
novembre 15, 2015
Interviste