Fermare la frammentazione della Libia. Un intervento militare porterà a un disastro

Prodi: «O intesa fra i Grandi o problema senza fine»

Intervista di Eugenio Fatigante a Romano Prodi su Avvenire del 22 aprile 2015

Davanti al dramma disperato dei migranti Romano Prodi non crede più di tanto, per le soluzioni di breve periodo, a ipotesi tipo il blocco navale o le azioni anti-scafisti quanto a «moltiplicare l’impegno europeo». Lo sguardo, però, è rivolto soprattutto all’orizzonte lungo, dove l’ex presidente della Commissione europea vede come «condizione indispensabile» un accordo mondiale sulla Libia a livello di grandi potenze, spinte dagli interessi in campo, ma anche dalle paure per i “rispettivi” terrorismi che le affliggono a casa loro. E sul punto non ha dubbi: «Lo possono fare, poche storie. Se c’è la volontà, la ricomposizione del quadro libico ci può essere. Anche rapida. Ma temo invece che ci siano pressioni per una frammentazione del Paese».

Professore, cosa pensa di questo mare di morti?

È una tragedia continua. Piangiamo giustamente quando abbiamo alcuni morti vicino a noi e non ci rendiamo conto della dimensione del problema quando le morti sono tante e incessanti e appena un po’ più lontane. Anche la classe politica commette un errore simile: si emoziona un attimo e poi non insiste per risolvere la questione nel lungo periodo.

Ci sarà mai una fine?

Non pare avere fine perché la spinta alle migrazioni è dovuta a due fattori, legati fra loro ma diversi: le guerre e la fame. Sono fenomeni che si proietteranno in futuro all’infinito, almeno fino a che non dispiegheremo un massiccio intervento politico di cui finora non vedo la volontà. Dobbiamo comprendere che la popolazione di certe regioni raddoppierà in meno di 20 anni, la spinta di questi popoli sarà sempre più forte. Me lo dicevano anche il presidente del Niger e del Mali. E i moderni mass-media rendono questi popoli ancora più consapevoli delle disparità che ci sono fra loro e l’Occidente. È un dramma italiano, ma è un problema europeo, anzi della comunità mondiale. Ricordiamo che nel mondo ci sono 2-300 milioni di persone che vivono oggi in un Paese diverso da quello da cui sono dovuti fuggire.

C’è una via d’uscita?

Bisogna gestire lo sviluppo, del Nord Africa e della fascia sub-sahariana. E impedire vicende come quella libica, dove l’esodo è accompagnato da queste immani tragedie. Le partenze avvengono ora soprattutto dalla Libia per ovvi motivi geografici, ma soprattutto perché quello è ormai uno Stato-fantasma. E per tutti diventa più facile partire da quelle coste.

Quali punti fermi possiamo fissare?

Il primo è no a ogni intervento militare. Abbiamo già visto i disastri combinati in passato, da quello in Iraq all’ultimo proprio contro Gheddafi, nel 2011. Senza contare che, se andiamo in armi lì, l’Is si può spostare da un’altra parte. Le diverse fazioni libiche saranno invece obbligate ad accordarsi fra di loro se la comunità internazionale lo vorrà.

E perché tutti dovrebbero volerlo?

Tutte le grandi potenze hanno grande influenza su quei Paesi – in qualche modo collegati all’Occidente – che a loro volta sono influenti in modo diretto sulla Libia. Sappiamo che l’Egitto, tutti i Paesi del Golfo, l’Arabia Saudita sostengono il governo di Tobruk, mentre la Turchia sostiene quello di Tripoli e i miliziani di Misurata. E sappiamo anche che tutte le grandi potenze sono allarmate dal terrorismo con cui sono costrette a confrontarsi: la Cina per gli juguri, la Russia per quello caucasico, e poi l’Europa e gli Usa… Se non c’è una azione concordata e combinata fra grandi stati – che passa anche per un do ut des fra di loro -, non risolveremo mai il problema. Vuole che non abbiano loro una leva fortissima per esercitare pressione? E per farlo si possono tagliare le fonti economiche di finanziamento, e anche gli armamenti, che affluiscono in Libia. Può avvenire tramite una conferenza internazionale o la diplomazia silente. Ma bisogna riuscirci.

Il Consiglio Ue cosa potrà produrre?

Il vertice può servire per le soluzioni di breve periodo. Perché non si può lasciare sola l’Italia, con un rachitico intervento europeo che vale 1/3 di quello che l’Italia sosteneva da sola. È come un Mare nostrum molto diluito.

È stato un errore il passaggio a Triton?

Lo dicono le cose. Le cifre che ho ricordato, ma anche il fatto che Triton ha regole molto più restrittive. Nel breve si può moltiplicare l’impegno operativo di soccorso. Ma se non si affronta il problema alla radice, non si ottiene più di tanto.

L’atteggiamento Ue resta freddo, però.

Non mi sorprende. Anche ai tempi della mia Commissione, i paesi del Nord hanno sempre preso sottogamba la questione e non hanno mai voluto versare un euro quando battevo i pugni sul tavolo proponendo una politica più mediterranea, con la creazione di una Banca del Mediterraneo o di università miste.

Saranno utili le azioni contro gli scafisti?

È una questione tecnica che non ho potuto approfondire, ma mi sembra minimale rispetto alle dimensioni del problema.

C’è chi chiede il blocco navale.

Mi dicano tecnicamente che cos’è: un assalto alle coste? L’ho chiesto mille volte ai miei interlocutori, nessuno mi ha mai dato una risposta precisa, strategica e concreta. In linea teorica potrei essere anche favorevole, ma al momento mi sembra solo un’espressione verbale. Quando c’era Gheddafi era un continuo trattare, adesso il dominio è di delinquenti anonimi, manca una forza con cui trattare.

Per evitare tragedie in mare non è meglio pensare allora a un “ponte” navale?

E che facciamo, li andiamo a prendere? Diventeremmo vittima di ricattatori, che farebbero affluire sempre più gente per farli arrivare da noi.

E creare uffici di agenzie internazionali che facciano da “filtro” per gli ingressi?

In Libia è un’ipotesi non praticabile. Forse negli stati limitrofi, ma avrebbe un impatto limitato.

Torneremo mai a una Libia unica e unita?

Dico queste cose proprio temendo che ci siano forti azioni indirizzate a una frammentazione della Libia, per far emergere tensioni fra la Tripolitania, la Cirenaica e il sud desertico, per creare diverse aree d’influenza.

Intanto Regioni e Comuni denunciano di essere al limite nell’accoglienza.

Non voglio entrare in questioni politiche, ma dobbiamo sempre pensare che abbiamo a che fare con i drammi di persone deboli, molte volte con delle donne e dei bambini. Esiste un principio di solidarietà che ogni paese e regione deve avere. E deve esercitare.

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Dati dell'intervento

Data
Categoria
aprile 22, 2015
Interviste