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	<title>Romano Prodi</title>
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	<description>Pagine del sito del prof. Romano Prodi</description>
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		<title>La Cina esalta Romano Prodi</title>
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		<pubDate>Thu, 11 Mar 2010 12:07:16 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[La Cina esalta Romano Prodi
Giovedí 11.03.2010 10:59  &#8220;L&#8217;economia mondiale e quella della Cina: la situazione attuale&#8221;. Questo il tema affrontato da Romano Prodi, ex Presidente della Commissione Europea ed ex Presidente del Consiglio italiano, durante una lezione tenutasi a Shanghai al Ceibs Lujiazui International Finance Research Centre (CLFC), una delle più importanti business school del [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.affaritaliani.it/politica/cina_prodi110310.html" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-1335" src="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2010/03/23546.jpg" alt="" width="400" height="254" />La Cina esalta Romano Prodi</a><br />
Giovedí 11.03.2010 10:59  &#8220;<a href="http://www.ceibs.edu/media/archive/50214.shtml" target="_blank">L&#8217;economia mondiale e quella della Cina</a>: la situazione attuale&#8221;. Questo il tema affrontato da Romano Prodi, ex Presidente della Commissione Europea ed ex Presidente del Consiglio italiano, durante una lezione tenutasi a Shanghai al <a href="http://www.ceibs.edu/" target="_blank">Ceibs</a> Lujiazui International Finance Research Centre (CLFC), una delle più importanti business school del Paese.</p>
<p>Nel dare il benvenuto all&#8217;Onorevole Prodi, il Vice Presidente e Co-Rettore del Ceibs, Zhang Weijiong, ha parlato di un &#8220;rinomato economista con esperienza internazionale, che porterà nuova energia e vitalità al Ceibs&#8221;. Prodi ha partecipato anche ad una tavola rotonda serale per discutere sul &#8220;ruolo di una business school nel ventunesimo secolo&#8221;. La visita di Prodi in Cina include una serie di attività tra cui alcune letture e alcuni incontri sia a Shanghai che a Pechino. Prodi ritornerà in Cina, nel corso del 2010, per partecipare ad incontri e seminari al <a href="http://www.romanoprodi.it/interviste/prodi-in-cattedra-fidiamoci-della-cina_1141.html" target="_blank">Ceibs</a>.</p>
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		<title>Questa volta c&#8217;è davvero da avere paura</title>
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		<pubDate>Sun, 07 Mar 2010 07:29:23 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[(APCOM) Dl salvaliste/ Prodi: Questa volta c&#8217;è davvero da avere paura Ma non sarò in piazza, non vorrei alimentare voci
Romano Prodi si dice &#8220;senza parole&#8221; di fronte all&#8217;approvazione del decreto salva-liste. &#8220;C&#8217;è proprio da avere paura, stavolta&#8221;, dice in una intervista al Riformista. &#8220;Non riesco a pensare ad altro da ieri &#8211; spiega l&#8217;ex presidente [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignright size-full wp-image-1331" src="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2010/03/popoloviola.jpg" alt="" width="400" height="267" />(<a href="http://notizie.virgilio.it/notizie/politica/2010/3_marzo/07/dl_salvaliste_prodi_questa_volta_ce_davvero_da_avere_paura,23282092.html" target="_blank"><strong>APCOM</strong></a>) Dl salvaliste/ Prodi: Questa volta c&#8217;è davvero da avere paura Ma non sarò in piazza, non vorrei alimentare voci</p>
<p>Romano Prodi si dice &#8220;senza parole&#8221; di fronte all&#8217;<a href="http://www.guritel.it/icons/freepdf/SGFREE/2010/03/06/SG054.pdf" target="_blank">approvazione</a> del <a href="http://www.ilmessaggero.it/articolo_app.php?id=27121&amp;sez=ELEZIONI2010&amp;npl=&amp;desc_sez=" target="_blank">decreto salva-liste</a>. &#8220;C&#8217;è proprio da <a href="http://www.unita.it/news/italia/95860/salvaliste_migliaia_in_piazza_navona_col_popolo_viola" target="_blank">avere paura</a>, stavolta&#8221;, dice in una intervista al Riformista. &#8220;Non riesco a pensare ad altro da ieri &#8211; spiega l&#8217;ex presidente del Consiglio &#8211; ascoltando le notizie che arrivano da Roma, l&#8217;<a href="http://www.ciaoblog.net/facebook-e-twitter-in-rivolta-per-lapprovazione-del-decreto-salva-liste/" target="_blank">amarezza</a> che provo <a href="http://www.agi.it/news/notizie/201003072217-cro-rt10054-regionali_la_delibera_anti_decreto_della_giunta_regionale_lazio" target="_blank">aumenta</a> di ora in ora&#8221;. Quanto alla manifestazione di sabato prossimo il Professore, in partenza per Shangai, osserva: &#8220;La mia esperienza nella politica attiva si è conclusa. Per adesso mi limito a esternare solo il mio stato d&#8217;animo proprio perché non vorrei alimentare altri equivoci, altre voci&#8221;.</p>
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		<title>Nucleare: tempi, costi e strategia. La sfida di un treno che deve correre forte</title>
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		<pubDate>Sun, 28 Feb 2010 07:05:38 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[crisi economica]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[industria]]></category>
		<category><![CDATA[nucleare]]></category>
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		<description><![CDATA[Nucleare: tempi, costi e strategia.
La sfida di un treno che deve correre forte
Articolo di Romano Prodi su Il Messaggero del 28 febbraio 2010
Le decisioni del governo hanno riaperto in Italia il dibattito sull’energia nucleare. Non è facile dire cosa ne pensi veramente l’opinione pubblica, e ancora di più, che cosa vogliano veramente i politici. Essi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignright size-medium wp-image-1314" src="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2010/02/nucleare-300x199.jpg" alt="" width="300" height="199" />Nucleare: tempi, costi e strategia.<br />
La sfida di un treno che deve correre forte</p>
<p>Articolo di Romano Prodi su <strong><a href="http://carta.ilmessaggero.it/view.php?data=20100228&amp;ediz=20_CITTA&amp;npag=1&amp;file=PRODI_36.xml&amp;type=STANDARD" target="_blank">Il Messaggero</a></strong> del 28 febbraio 2010</p>
<p>Le <a href="http://www.governoberlusconi.it/detail.php?id=480" target="_blank">decisioni</a> del governo hanno riaperto in Italia il dibattito sull’energia nucleare. Non è facile dire cosa ne pensi veramente l’opinione pubblica, e ancora di più, che cosa vogliano veramente i politici. Essi si dividono infatti ferocemente fra favorevoli e contrari ma si uniscono comunque fraternamente nel <a href="http://www.repubblica.it/ambiente/2010/02/04/news/nucleare_cdm-2182939/" target="_blank">non volere</a> nessun impianto nucleare di nessun tipo né nella loro regione né, tantomeno, nel loro collegio. Una schizofrenia così profonda e radicata da obbligare il <a href="http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/dossier/Economia%20e%20Lavoro/risparmio-energetico/normativa/energia-nucleare-decreto-regole-localizzazione.shtml?uuid=7207eb1a-1567-11df-87b1-3d920515b47e&amp;DocRulesView=Libero" target="_blank">rinvio</a> di ogni decisione a dopo le elezioni regionali. Siamo ben lontani dalla situazione del 1955 quando l’ing. Valletta dichiarava, nell’entusiasmo generale, che la Fiat avrebbe<a href="http://www.fisicamente.net/SCI_SOC/index-1838.htm" target="_blank"> costruito</a> una centrale nucleare nel parco del Valentino per fornire energia ai propri impianti e a tutta la città di Torino. Ma siamo anche ben lontani dal 1987 quando oltre l’80% degli italiani , in un grande <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Referendum_abrogativi_del_1987_in_Italia" target="_blank">referendum</a> popolare, si espresse contro il nucleare con la successiva decisione di quasi tutto il Parlamento di chiudere anche quelle esistenti.</p>
<p>Io sono stato fra i pochi che hanno votato a favore del nucleare. L’ho fatto in piena coscienza, per la convinzione che un Paese come l’Italia non potesse e non dovesse uscire da un settore in cui aveva investito tante risorse e in cui, tramite migliaia di tecnici e scienziati, aveva accumulato un’esperienza e posizioni di eccellenza invidiate nel mondo.</p>
<p>Di tutto ciò è rimasto poco o nulla. Non abbiamo più, checché se ne dica, un’industria capace di costruire una centrale. Abbiamo smantellato la più parte delle scuole specializzate in materia di tecnologie nucleari e gli studenti di ingegneria nucleare sono ridotti a poche decine in tutto il Paese. Per decenni infatti non avevano alcuna possibilità di trovare un lavoro in questo campo in Italia. Abbiamo infine cancellato tutte le strutture pubbliche deputate a controllare la sicurezza, dato che l’ultima licenza concessa risale al 1971 e non abbiamo più le competenze nelle istituzioni responsabili per le licenze e le procedure di costruzione. Abbiamo, in sintesi, distrutto quasi tutto il sapere scientifico, gestionale, industriale e istituzionale necessari per costruire una filiera nucleare.</p>
<div id="attachment_1317" class="wp-caption alignleft" style="width: 1018px"><img class="size-full wp-image-1317" title="I siti nucleari in Italia" src="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2010/02/mappa-centrali-grandi-2.jpg" alt="I siti nucleari in Italia" width="1008" height="683" /><p class="wp-caption-text">I siti nucleari in Italia</p></div>
<p>Tutto ciò lo possiamo certo ricostruire. Se se ne vuole fare una scelta strategica dobbiamo però avere chiaramente in mente tempi e costi di questa operazione.<br />
I tempi: dai 5,3 anni mediamente necessari per costruire le 160 centrali realizzate fra il 1965 e il 1976, si è passati ai 7,5 anni per le 260 centrale realizzate tra il 1977 e il 1988, a punte di circa 10 anni per le 28 centrali realizzate tra il 1996 e il 2000. Non meno significativo è il fatto che tra il 1970 e il 1990 si sono realizzate 17 centrali nucleari ogni anno, mentre tra il 1990 e il 2005 se ne sono costruite appena 1,7 centrali all’anno. Sarebbe necessario riflettere su questi dati e di capire le ragioni economiche che nell’Occidente tutto (a cominciare dagli Stati Uniti) hanno di fatto bloccato lo sviluppo nucleare. L’unica grande centrale in costruzione oggi in Europa al di fuori dalla Francia (precisamente in Finlandia) si trova di fronte ad aumenti dei costi e dei tempi di costruzione che non erano nemmeno immaginabili e che sono fonte di controversie giuridiche e finanziarie senza fine.</p>
<p>A volere essere seriamente ottimisti, non è pensabile, anche correndo, che una centrale nucleare possa entrare in esercizio prima di 10-12 anni, fra i tempi dei processi autorizzativi, quelli di costruzione, i più rigorosi controlli dei siti e il reperimento dei luoghi dove confinare le scorie radioattive.</p>
<p>Tutto ciò influisce pesantemente sui costi di costruzione delle centrali che, seguendo le iniziative in corso, sono fortemente crescenti nel caso del nucleare e sensibilmente in calo nel caso delle energie alternative.</p>
<p>A questo si aggiunge il prezzo del combustibile, scarso nell’offerta mondiale anche quando il numero di centrali attive è complessivamente stazionario, come negli ultimi anni. Teniamo inoltre conto che, nel caso dell’Italia, non solo non abbiamo barre di combustibile pronte, ma non abbiamo più alcuna catena nazionale per la produzione di elementi di combustibile.</p>
<p>Il nucleare è insomma una scelta tecnologica di grande complessità che richiede, per essere realizzata, una piena condivisione della collettività intera e la ricostruzione del sapere che abbiamo dilapidato, cominciando dall’incentivazione agli studenti del primo anno di fisica e ingegneria nucleare, ricostruendo i centri di ricerca, riorganizzando le imprese per costruire in Italia (anche se su licenza) almeno una parte dei componenti più qualificati delle centrali.</p>
<p>A questo si deve accompagnare una nuova organizzazione della Pubblica amministrazione dedicata alla definizione dei più rigorosi standard dell’individuazione dei siti, del controllo dei programmi di costruzione, del pieno rispetto dei criteri di sicurezza, del reperimento e dello stoccaggio dei materiali radioattivi ed, infine, del confinamento dei residui radioattivi e dello smantellamento delle centrali. Tutto si può fare, ma tutto ciò ha un costo enorme e margini di incertezza altrettanto grandi, soprattutto per un Paese che non è stato ancora in grado di risolvere il problema dei rifiuti radioattivi ospedalieri.</p>
<p>Non vedo, almeno fino ad ora, uno sforzo di mobilitazione in questo senso. Vedo piuttosto la volontà di scaricare sui vicini l’onere di affrontare un problema così delicato, affidando principalmente a incentivi finanziari da indirizzare direttamente ai cittadini il difficile compito di cambiare gli orientamenti dell’opinione pubblica.</p>
<p>Mi sembra quindi di dovere concludere che o si comincia davvero questa strategia complessa, difficile e di dubbio risultato economico o è meglio lasciare perdere. Quando si è perso un treno è molto faticoso corrergli dietro. O meglio lo si può fare ma bisogna correre molto forte.</p>
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		<title>Bravo Giuliano Razzoli. Era da tanto che non mi emozionavo così per una gara.</title>
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		<pubDate>Sun, 28 Feb 2010 06:39:11 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Emilia Romagna]]></category>
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		<description><![CDATA[VANCOUVER: RAZZOLI; PRODI, DA TANTO NON MI EMOZIONAVO COSI&#8217;
(ANSA) &#8211; BOLOGNA, 28 FEB &#8211; &#8216;Era molto tempo che non mi emozionavo cosi&#8217; per una gara&#8216;. Parola di Romano Prodi, ex premier, sportivo e soprattutto reggiano, come la neo medaglia d&#8217; oro Giuliano Razzoli di Villa Minozzo, centro dell&#8217; Appennino che il Professore conosce molto bene.
&#8216;Ieri [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignright size-medium wp-image-1323" src="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2010/03/giuliano_razzoli_slalom_gigante_coppa_del_mondo_kranjska_gora-300x187.jpg" alt="" width="300" height="187" />VANCOUVER: RAZZOLI; PRODI, DA TANTO NON MI EMOZIONAVO COSI&#8217;</p>
<p>(ANSA) &#8211; BOLOGNA, 28 FEB &#8211; &#8216;Era molto tempo che non mi emozionavo cosi&#8217; per una <a href="http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Sport/2010/02/razzoli-oro-slalom-Vancouver.shtml?uuid=5d0d96ee-246f-11df-8906-310c0aabc48b&amp;DocRulesView=Libero" target="_blank">gara</a>&#8216;. Parola di Romano Prodi, ex premier, sportivo e soprattutto reggiano, come la neo medaglia d&#8217; oro Giuliano Razzoli di Villa Minozzo, centro dell&#8217; Appennino che il Professore conosce molto bene.<br />
&#8216;Ieri sera ho visto la gara ed e&#8217; stato molto bello. <a href="http://www.repubblica.it/static/speciale/2010/vancouver-2010/foto-racconto/2802.html" target="_blank">Razzoli</a> e&#8217; stato bravissimo, sono contentissimo&#8217;, spiega al telefono dalla sua abitazione bolognese, al ritorno da una delle sue corse domenicali. &#8216;Mi colpiscono i grandi risultati di sciatori &#8216;appenninici&#8217;, perche&#8217; da noi non ci sono scuole, c&#8217;e&#8217; poca neve&#8217;, riflette Prodi. Poi scherza: &#8216;Mah, questi reggiani.<br />
Evidentemente non hanno solo la &#8216;testa quadra&#8217;, ma anche gambe robuste&#8230;&#8217;.(ANSA).</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Politica industriale azzerata. Questo governo ha smantellato il programma Industria 2015</title>
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		<pubDate>Wed, 24 Feb 2010 08:52:51 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Intervento di Romano Prodi su Il Sole 24 Ore del 24 febbraio 2010.
Caro direttore,
a una mia analisi sulla mancanza di politica industriale nel tempo di crisi, il ministro Claudio Scajola ha avuto l&#8217;amabilità di rispondere con ampiezza di argomentazioni sul Sole 24 Ore del 16 febbraio. A questo vorrei replicare con dati concreti, a volte [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignright size-full wp-image-1308" src="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2010/02/Cee-zarattiÔÇóapertura.jpg" alt="" width="250" height="250" />Intervento di Romano Prodi su <strong><a href="http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/dossier/Italia/2009/commenti-sole-24-ore/24-febbraio-2010/politica-industriale-azzerata.shtml?uuid=31bd3a8a-2113-11df-9577-f5c6c14bceee&amp;DocRulesView=Libero&amp;fromSearch" target="_blank">Il Sole 24 Ore</a></strong> del 24 febbraio 2010.</p>
<p>Caro direttore,<br />
a una <a href="http://www.youdem.tv/VideoDetails.aspx?id_video=3b36ba69-03ab-4d6b-a817-ab9c171fc408" target="_blank">mia analisi</a> sulla mancanza di politica industriale nel tempo di crisi, il ministro Claudio Scajola ha avuto l&#8217;amabilità di <a href="http://www2.unitn.it/minirass/immagini/160210N/2010021631733.pdf" target="_blank">rispondere</a> con ampiezza di argomentazioni sul Sole 24 Ore del 16 febbraio. A questo vorrei replicare con dati concreti, a volte un poco pedanti, ma sempre efficaci per chiarire i termini del dibattito.</p>
<p>Prima di tutto vorrei ricordare al ministro in carica che il programma <a href="http://www.industria2015.ipi.it/" target="_blank">Industria 2015</a> è stato interamente ideato, organizzato e costruito sotto il <a href="http://www.soprip.it/public/Industria2015_Sole24Ore_5-05-08.pdf" target="_blank">mio governo</a> e approvato dal Consiglio dei ministri dello stesso governo su proposta del ministro delle Attività produttive, Pier Luigi Bersani, con un &#8220;fondo di competitività&#8221; di un miliardo di euro. E che, per rinforzare questo programma, la <a href="http://www.parlamento.it/parlam/leggi/06296l.htm" target="_blank">legge finanziaria 2007</a> (approvata a fine dicembre 2006) prevedeva a favore dell&#8217;industria un credito &#8220;automatico&#8221; d&#8217;imposta per la ricerca fino al 15% della spesa e fino a 15 milioni per ogni ricerca. E aggiungeva forti incentivazioni (finanziate per 570 milioni) per specifiche aree strategiche, che tuttora sono degne di essere considerate come prioritarie e cioè: efficienza energetica, mobilità sostenibile, scienza della vita, made in Italy, tecnologie per i beni culturali.</p>
<p>È vero che il governo Berlusconi è intervenuto su Industria 2015: ha infatti azzerato il fondo competitività, destinando i residui 450 milioni a operazioni di utilità molto dubbia per il paese (ex Alitalia) e sottraendoli all&#8217;industria e alla ricerca. Ha eliminato il sistema di valutazione indipendente, basata su standard europei, ripristinando il sistema poco trasparente dei &#8220;comitati&#8221; di nomina ministeriale e ha ritardato enormemente e ingiustificatamente l&#8217;erogazione dei finanziamenti di 200 progetti realizzati da tremila imprese ed enti di ricerca, che stanno ancora aspettando.</p>
<p>Invece ha varato i contratti d&#8217;innovazione: strumenti generici riservati di fatto alla grande impresa con dubbia copertura finanziaria, al di fuori di qualsiasi quadro di priorità politica industriale e di valutazione trasparente, ma unicamente fondati sulla discrezionalità.<br />
Il governo Prodi aveva poi istituito per le imprese il credito di imposta per la ricerca, un meccanismo automatico che premia chi fa ricerca anche al di fuori dei grandi progetti. Il governo Berlusconi ha nei fatti eliminato questa opportunità destinata anche al tessuto delle piccole e medie imprese, introducendo la pratica odiosa e umiliante per le imprese del click day: la politica industriale che premia chi arriva prima a fare &#8220;click&#8221; con il mouse.</p>
<p>Inoltre, dove sono finiti i 7 miliardi del Fas ricerca e competitività destinati a sostenere l&#8217;infrastrutturazione tecnologica dei sistemi e delle reti d&#8217;imprese, lo sviluppo della banda larga, la bonifica dei siti industriali inquinati, le azioni di sostegno sul territorio alle azioni prioritarie di Industria 2015? Svaniti nel nulla. Eppure il Fas (Fondo per le aree sottoutilizzate) era lo strumento che doveva far convergere le azioni nazionali d&#8217;Industria 2015 con quelle regionali verso le priorità di politica industriale del paese.</p>
<p>Quanto poi al Fondo di garanzia per le piccole e medie imprese, l&#8217;intervento è stato insufficiente sia nelle dimensioni sia nelle modalità (non si è andati verso una &#8220;portabilità&#8221; delle garanzie per le imprese, né si sono modificati i criteri di definizione del rating: ad esempio pluriannualità del periodo di riferimento).</p>
<p>Debbo solo lamentare che nel dare concretezza a questi progetti, dopo mesi di blocco si va oggi avanti con velocità e intensità almeno inferiori alle esigenze e alle aspettative. Se ne chiedete le ragioni, gli imprenditori e le loro associazioni le attribuiscono alla &#8220;perdita di network&#8221; (cioè di rapporti stabilizzati rispetto al governo precedente), all&#8217;allargamento dei tempi amministrativi, e poi, naturalmente, all&#8217;esplosione della crisi.</p>
<p>Tutte buone ragioni, ma il problema da me sollevato è proprio quello della necessità e dell&#8217;urgenza di costruire una politica economica in risposta alla crisi.</p>
<p>Vorrei anche ricordare che, proprio in risposta alle decennali lamentele da parte industriale riguardo all&#8217;eccessivo peso dei costi indiretti, fu varato il famoso taglio del cuneo fiscale che trasferiva alle imprese cinque miliardi di euro. Credo che questo provvedimento sia stato davvero utile a spingere il boom delle nostre esportazioni nel periodo immediatamente precedente alla crisi, periodo in cui abbiamo ripreso le quote nei mercati internazionali perdute negli anni precedenti.</p>
<p>Debbo tuttavia ammettere che un errore l&#8217;ho fatto davvero nel volere a ogni costo il cuneo fiscale. Come professore sapevo infatti (e ne sono ancora oggi convinto) che esso sarebbe stato molto utile all&#8217;economia italiana ma, come politico, ho fatto qualche calcolo sbagliato perché, dopo l&#8217;ottenimento dei vantaggi dello scudo, l&#8217;opposizione della Confindustria al mio governo si è fatta ancora più dura e quotidiana. Dato però che il provvedimento era buono in sé, almeno come professore, non me ne sono pentito.</p>
<p>Vorrei infine sottolineare come una politica industriale in un paese come l&#8217;Italia, che è il secondo paese industriale europeo e che trova nell&#8217;industria quasi l&#8217;unico pilastro veramente competitivo della sua economia, debba avere come priorità assoluta il sostegno delle imprese in questo periodo di difficoltà e la promozione dei cambiamenti strutturali necessari per affrontare la concorrenza futura. Quindi riprendere con vigore le linee d&#8217;Industria 2015 e promuovere le fusioni e gli accorpamenti aziendali necessari perché le nostre medie imprese possano in futuro affrontare con successo i mercati mondiali nelle nicchie specializzate in cui esse agiscono.<br />
Per fare questo bisogna lavorare di fino, con provvedimenti mirati riguardo ad esempio all&#8217;incentivazione all&#8217;acquisto dei macchinari ad alta tecnologia, che sono tra l&#8217;altro di produzione quasi totalmente europea e con una forte presenza italiana. E non si dovrebbe lasciare morire d&#8217;inedia i residui impianti intermedi della petrolchimica senza rispondere (aiutando accorpamenti e specializzazioni) agli enormi cambiamenti delle produzioni mondiali. E nemmeno appare uno strumento concreto il vantare il ritorno al nucleare rinviando tuttavia ogni decisione al dopo elezioni, in risposta al coro di rifiuti da parte delle regioni.<br />
Infine non è frutto di analisi accademica approfondita attribuire all&#8217;allora presidente dell&#8217;Iri la responsabilità della mancata fusione fra Italtel (che era di proprietà dell&#8217;Iri) e la Telettra (che non lo era affatto e che rifiutò con ogni mezzo di fondersi con Italtel).</p>
<p>Nella <a href="http://www.youdem.tv/VideoDetails.aspx?id_video=3b36ba69-03ab-4d6b-a817-ab9c171fc408" target="_blank">mia analisi</a> a Manifutura non ho dunque dimenticato gli ultimi due anni: ho solo constatato che sono due anni da dimenticare. Tuttavia, dato che la crisi, purtroppo, durerà ancora a lungo, vi è (ripeto purtroppo) ancora tempo per prendere decisioni, ben indirizzate e coordinate come altri paesi hanno fatto. Le energie per reagire positivamente con una vera politica industriale ci sono ancora.<br />
Faccio quindi al ministro Scajola i migliori auguri in proposito, incoraggiandolo ad agire con vigore per il rafforzamento della nostra industria.</p>
<p><em>Romano Prodi </em></p>
<p><em>Ex presidente del Consiglio</em></p>
<p><em><br />
</em></p>
]]></content:encoded>
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		<title>Nessuno può guardarci dall&#8217;alto in basso</title>
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		<pubDate>Sun, 21 Feb 2010 08:54:55 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[I deficit di USA, Inghilterra e Spagna.
Nessuno può guardarci dsll&#8217;alto in basso.
Articolo di Romano Prodi su Il Messaggero del 21 febbraio 2010
Da quando è cominciata questa lunga crisi economica sono entrati in crisi anche coloro che per professione commentano, analizzano e fanno previsioni sull’economia. In primo luogo perché il crollo è giunto quasi totalmente imprevisto, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignright size-medium wp-image-1301" src="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2010/02/deficit-300x212.jpg" alt="" width="300" height="212" />I deficit di USA, Inghilterra e Spagna.</p>
<p>Nessuno può guardarci dsll&#8217;alto in basso.</p>
<p>Articolo di Romano Prodi su <a href="http://carta.ilmessaggero.it/view.php?data=20100221&amp;ediz=20_CITTA&amp;npag=1&amp;file=PRODI_29.xml&amp;type=STANDARD" target="_blank">Il Messaggero</a> del 21 febbraio 2010</p>
<p>Da quando è cominciata questa lunga crisi economica sono entrati in crisi anche coloro che per professione commentano, analizzano e fanno previsioni sull’economia. In primo luogo perché il crollo è giunto quasi totalmente imprevisto, anche se molti si sono affrettati a dire che già l’avevano messo in conto, semplicemente perché avevano scritto che gli squilibri esistenti non potevano durare all’infinito. E non era certo difficile dirlo. Le contraddizioni e le divergenze nel dibattito di oggi trovano tuttavia origine soprattutto nel fatto che la lunghezza e la profondità della crisi si accompagnano a cambiamenti del tutto imprevisti.</p>
<p>Qualsiasi siano le caratteristiche, i tempi e le modalità della ripresa emerge infatti una perdita di peso e una netta diminuzione della libertà di movimento degli Stati Uniti. Il costo dello sforzo militare che da ormai molti anni è crescente in ogni parte del mondo sommato al costo del salvataggio del sistema finanziario e delle riforme promesse dal presidente <a href="http://it.reuters.com/article/topNews/idITMIE60T08520100130" target="_blank">Obama</a>, hanno portato il <a href="http://notizie.tiscali.it/articoli/esteri/10/02/01/deficit-usa-finanziaria-obama.html" target="_blank">deficit americano</a> verso dimensioni insostenibili (superiori al 10%) anche da parte di un paese che possiede la moneta che è ancora il punto di riferimento dell’economia mondiale.</p>
<p>Attraversando l’Atlantico si incontra un’Europa che complessivamente ha le carte più in ordine, con un deficit medio poco più della metà di quello degli Stati Uniti, ma con differenze enormi tra paese e paese.</p>
<p>Si passa da un -3,6% della Germania, al -5,2% dell’<a href="http://www.dazebao.org/news/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=8677:draghi-lancia-lallarme-tasso-di-crescita-ai-minimi-europei-epifani-peggio-che-nel-2009-bersani-governo-inerte&amp;catid=77:econimia&amp;Itemid=176" target="_blank">Italia</a> al -12,3 della Grecia e della Gran Bretagna, fino a oltre il -13% dell’Irlanda.</p>
<p>Queste disparità hanno naturalmente attirato l’<a href="http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/economia/201002articoli/52447girata.asp" target="_blank">attenzione</a> sul paese che unisce un deficit pesantissimo ad un debito pregresso altrettanto pesante, cioè la <a href="http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/dossier/Italia/2009/commenti-sole-24-ore/21-febbraio-2010/partirta-dollari-gioco.shtml?uuid=8d03d8d6-1eed-11df-973b-d71534057fb5&amp;DocRulesView=Libero" target="_blank">Grecia</a>.</p>
<p>Come succede in questi casi è partita la speculazione, sono partite le previsioni negative rispetto al futuro e, in modo assolutamente immotivato, si è arrivati a prevedere perfino una prematura fine dell’Euro. Nulla di tutto questo accadrà perché, nonostante la critica situazione delle istituzioni europee, alla fine si è trovato un principio di accordo per venire incontro alle emergenze della Grecia.</p>
<p>L’Euro è infatti uno strumento troppo prezioso per abbandonarlo di fronte ai pur esecrabili errori dei governi dei paesi che ne fanno parte.</p>
<p>Questa altalena di eventi ha tuttavia portato a <a href="http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/economia/201002articoli/52423girata.asp" target="_blank">variazioni nei cambi</a> anch’esse impreviste e, apparentemente, del tutto irrazionali. Fino a pochissimi mesi fa non solo l’Euro quotava attorno a 1,50 dollari ma le analisi più raffinate concordavano nel prevederne un ulteriore ascesa. C’era perfino chi riteneva inevitabile arrivare al livello di due dollari per euro. A causa della diversità delle situazioni tra paese e paese e , soprattutto, a causa della debolezza dei poteri di intervento delle istituzioni europee, l’Euro ha invece perduto il 10% del suo valore nei confronti del dollaro.</p>
<p>E la situazione è così incerta e confusa che, personalmente mi rifiuto di fare qualsiasi previsione sul futuro dei cambi, proprio perché manca ogni linea comune sulle grandi decisioni riguardo alla politica economica mondiale.<br />
In tale confusione l’unico punto fermo è che certamente non piango per l’indebolimento dell’Euro perché questo indebolimento costituisce oggi lo stimolo maggiore per le nostre esportazioni. Il che, per un paese come l’Italia, è l’aiuto più concreto ad una ripresa che ancora non si è seriamente materializzata.</p>
<p>Ritornando un attimo all’Europa, è doveroso notare come paesi come La <a href="http://www.rainews24.rai.it/it/news.php?newsid=138064" target="_blank">Gran Bretagna</a> e la <a href="http://www.asca.it/focus-EUROZONA__GRECIA_E_SPAGNA_TRA_I_20_PAESI_PIU__RISCHIOSI_AL_MONDO-3046.html" target="_blank">Spagna</a>, che si presentavano come virtuosi e si permettevano di guardare dall’alto in basso l’Italia, presentano ora un bilancio pubblico con deficit fino a pochi anni fa inimmaginabili.</p>
<p>Questi alti e bassi dovrebbero spingere a un maggiore equilibrio di giudizio ma, soprattutto, a collaborare maggiormente nella direzione di una più forte costruzione europea. Il quadro politico va tuttavia nella direzione opposta e gli attuali leader europei sono più spinti a seguire le paure dei propri cittadini che non a spiegare loro cosa ci aspetta nel futuro. E per vedere questo futuro materializzarsi ci dobbiamo perciò spostare ulteriormente verso est, dove la nuova Asia non solo ha già superato la crisi ma accumula le risorse materiali e umane per assumere un ruolo trainante nel futuro.</p>
<p>Ci tocca perciò concludere che l’unica cosa certa è che, quando usciremo da questa crisi, il mondo non sarà più lo stesso.</p>
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		<title>L&#8217;Europa ha bisogno di strumenti contro la crisi</title>
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		<pubDate>Sun, 14 Feb 2010 08:22:36 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[La lezione del caso Grecia.  L&#8217;Europa ha bisogno di strumenti contro la crisi
Articolo di Romano Prodi su Il Messaggero del 14 febbraio 2010
Alla fine è finita come doveva finire. Francia e Germania si sono finalmente impegnate a venire in aiuto al disastrato bilancio greco. Lo hanno fatto dopo infinite discussioni e sospetti che lasceranno conseguenze [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignright size-medium wp-image-1291" src="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2010/02/crisi-grecia-300x183.jpg" alt="" width="300" height="183" />La lezione del caso Grecia.  L&#8217;Europa ha bisogno di strumenti contro la crisi</p>
<p>Articolo di Romano Prodi su <a href="http://carta.ilmessaggero.it/view.php?data=20100214&amp;ediz=20_CITTA&amp;npag=1&amp;file=PRODI_33.xml&amp;type=STANDARD" target="_blank">Il Messaggero</a> del 14 febbraio 2010</p>
<p><a href="http://www.borsaitaliana.it/borsa/notizie/ansa/dettaglio.html?newsId=178136" target="_blank">Alla fine</a> è finita come doveva finire. <a href="http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/economia/201002articoli/52114girata.asp" target="_blank">Francia e Germania</a> si sono finalmente <a href="http://rassegnastampa.mef.gov.it/mefnazionale/View.aspx?ID=2010021114927608-1" target="_blank">impegnate</a> a venire in aiuto al disastrato <a href="http://www.ilmanifesto.it/archivi/fuoripagina/anno/2010/mese/02/articolo/2317/" target="_blank">bilancio greco</a>. Lo hanno fatto dopo infinite discussioni e sospetti che lasceranno conseguenze sgradevoli, anche perché la Germania è stata trascinata per i capelli ad impegnarsi solo dopo lunghe esitazioni e giudizi spesso sprezzanti nei confronti del governo e del popolo greco. La signora Merkel sa infatti benissimo che i tedeschi sono ossessionati dalla paura di dovere intervenire in aiuto dei partner meno rigorosi e, per sua natura, essa non intende assumere rischi eccessivi.</p>
<p>È questa stessa paura che ha impedito che, quando è nato l’euro, si siano stabilite regole di intervento per eventi che prima o poi sarebbero accaduti. Grandi o piccole crisi finanziarie sono infatti fenomeni ricorrenti, anche se non quotidiani.</p>
<p>Mi ricordo che quando a Bruxelles si discuteva di questi problemi io chiedevo insistentemente che cosa si sarebbe fatto se un terremoto avesse distrutto il Lussemburgo. La domanda era naturalmente assurda e provocatoria perché il Lussemburgo non è zona sismica ma, proprio per la sua assurdità, voleva mettere in rilievo la necessità di avere regole di intervento e di aiuto in caso di eventi imprevisti in un qualsiasi Paese appartenente all’euro. Non se ne fece nulla, non si volle affiancare alla politica monetaria una politica economica comune e ci si limitò a stabilire regole di comportamento (il così detto patto di stabilità) senza strumenti di coordinamento e di controllo preventivo da parte delle autorità comunitarie. E quando “il terremoto del Lussemburgo” si è materializzato nell’incontrollato deficit del bilancio greco, l’unico strumento che avevamo in mano era un patto di stabilità che non poteva che essere definito “stupido” proprio perché era uno strumento rigido e non prevedeva strategie di intervento quando queste erano necessarie.</p>
<div id="attachment_1293" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><img class="size-full wp-image-1293" title="Il primo ministro greco Giorgos Papandreu ed il presidente francese Nicolas Sarkozy" src="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2010/02/sarkozy_papandreu01g.jpg" alt="Il primo ministro greco Giorgos Papandreu ed il presidente francese Nicolas Sarkozy" width="300" height="230" /><p class="wp-caption-text">Il primo ministro greco Giorgos Papandreu ed il presidente francese Nicolas Sarkozy</p></div>
<p>Siamo arrivati all’assurdo che la Lettonia e l’Ungheria, Paesi membri dell’Unione Europea ma non della zona Euro, quando sono precipitati in una situazione di difficoltà finanziaria, hanno facilmente trovato un diretto interlocutore nel Fondo monetario internazionale che, con mezzi adeguati, ha preparato un’efficace <a href="http://www.nonsoloprestiti.com/894/maxi-prestito-a-lettonia-ungheria-e-romania-da-fmi-e-bers/" target="_blank">strategia di uscita</a> dalla crisi. Si sarebbe potuto fare la stessa cosa con la Grecia, ricorrendo anche in questo caso al Fondo monetario internazionale ma una sorta di orgoglio europeo lo ha fortunatamente impedito, anche se molti lo chiedevano. Certo sarebbe stato più semplice, perché il Fondo monetario internazionale dispone delle strutture di controllo e di monitoraggio che le autorità europee non hanno ancora voluto organizzare. Ma sarebbe anche stato un messaggio di rinuncia delle autorità europee a completare la costruzione dell’euro. A questo punto la logica vorrebbe che si mettesse mano a qualcosa simile ad un Fondo monetario europeo per fare fronte ad altre future crisi che prima o poi verranno. Questo fondo sarebbe il logico completamento del patto di stabilità. Oggi però nessuno ci pensa: si preferiscono le soluzioni caso per caso come quella costruita per la Grecia. Un Fondo monetario europeo, con sue strutture forti e specializzate, costituirebbe qualcosa di troppo simile a un’unione non solo monetaria ma anche economica e finanziaria. Questo ci porterebbe nella direzione di una più forte unione politica, cosa che quasi nessuno, tra i capi di Stato o di governo, oggi vuole.</p>
<p>E che l’attuale frammentazione dei poteri europei rende ancora più difficile.</p>
<p>In tal modo rimaniamo in mezzo al guado, con un euro che ci ha salvato da tanti guai, ma intorno a cui non si vogliono costruire gli strumenti necessari per fare dell’Unione Europea un grande protagonista della vita politica ed economica mondiale.</p>
<p>Ed in mezzo al guado rimarremo per un pezzo.</p>
<p>Fatte queste osservazioni bisogna però sottolineare che l’euro rimane una valuta forte,un vero e proprio pilastro dell’economia europea e una necessaria alternativa al dollaro nell’economia mondiale.</p>
<p>Le vicende greche (e le preoccupazioni che riguardano la Spagna, l’Irlanda e il Portogallo) hanno indebolito la quotazione dell’euro rispetto al dollaro, ma questo non è certamente un fatto negativo, perché la rivalutazione eccessiva della nostra moneta ha fortemente danneggiato le esportazioni in questo periodo di gravi e permanenti difficoltà economiche. Se la quotazione dell’euro scendesse di qualche altro punto nessuno certamente piangerebbe. Anche perché i segnali che vengono dall’economia reale non sono incoraggianti: sono ormai mesi che si parla di ripresa ma tutti gli indicatori dell’economia italiana continuano ad essere preceduti dal segno meno. Salvo quello della disoccupazione, che continua a crescere.</p>
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		<title>La leadership affidabile che l&#8217;Europa chiede a Obama</title>
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		<pubDate>Fri, 05 Feb 2010 12:12:30 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[ONU]]></category>
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		<description><![CDATA[La leadership affidabile che l&#8217;Europa chiede a Obama
Articolo di Romano Prodi su Il Messaggero del 5 febbraio 2010
La notizia che Obama avrebbe intenzione di snobbare il vertice fra Stati Uniti ed Unione Europea fissato per il prossimo maggio ha sconvolto le cancellerie europee. Il fatto merita di per sé attenzione perché, per tradizione, questi incontri [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignright size-medium wp-image-1284" src="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2010/02/11_obama_lg-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" />La leadership affidabile che l&#8217;Europa chiede a Obama</p>
<p>Articolo di Romano Prodi su <strong><a href="http://carta.ilmessaggero.it/view.php?data=20100205&amp;ediz=20_CITTA&amp;npag=1&amp;file=CASAVOLA_18.xml&amp;type=STANDARD" target="_blank">Il Messaggero</a></strong> del 5 febbraio 2010</p>
<p>La notizia che Obama avrebbe intenzione di <a href="http://www.corriereweb.net/ultimora/politica-e-societa/1810-obama-snobba-leuropa-no-al-vertice-di-madrid.html" target="_blank">snobbare</a> il vertice fra Stati Uniti ed Unione Europea fissato per il prossimo maggio ha <a href="http://www.elpais.com/articulo/opinion/Obama/pasa/largo/elpepuopi/20100203elpepiopi_2/Tes" target="_blank">sconvolto</a> le <a href="http://www.lefigaro.fr/international/2010/02/02/01003-20100202ARTFIG00010-barack-obama-se-fait-prier-pour-un-sommet-avec-l-ue-.php" target="_blank">cancellerie</a> <a href="http://www.independent.co.uk/news/world/europe/whos-obama-going-to-call-when-he-wants-to-talk-to-europe-1887650.html" target="_blank">europee</a>. Il fatto merita di per sé attenzione perché, per tradizione, questi incontri hanno visto la partecipazione dei presidenti americani anche nei momenti più difficili delle relazioni transatlantiche, come ai tempi della guerra in Iraq.</p>
<p>La spiegazione più accreditata di tale atteggiamento è che la <a href="http://online.wsj.com/article/SB20001424052748703422904575039293770905262.html" target="_blank">diplomazia</a> americana si trovi <a href="http://www.internazionale.it/home/?p=16441" target="_blank">disorientata</a> di fronte alla nuova complicata struttura dei vertici dell’Unione Europea in conseguenza dell’entrata in vigore del trattato di Lisbona.</p>
<p>Quest’interpretazione contiene certamente una parte di verità perché nessuno sa ancora con precisione chi dovrebbe essere l’interlocutore diretto di Obama, se cioè il presidente di turno dell’Unione Europea, cioè lo spagnolo José Luis Zapatero, oppure il presidente permanente Herman Van Rompuy o, in caso di un braccio di ferro tra i due, il presidente della Commissione José Manuel Barroso.</p>
<p>Anche se questa situazione non aiuta, non ritengo che lo scarso entusiasmo di Obama verso il continente che più lo ama sia un evento nuovo o inaspettato. Ben più rilevante è stato il fatto che, mentre si celebrava l’avvenimento politico più importante degli ultimi decenni, cioè la caduta del muro di Berlino, Obama <a href="http://www.loccidentale.it/articolo/obama+diserta+la+festa+di+berlino+rinnegando+kennedy+e+la+guerra+fredda.0081278" target="_blank">non era</a> a fare festa in Germania insieme ai suoi più stretti e tradizionali amici, ma era in viaggio in Cina. Un viaggio che aveva ancora più alimentato l’idea che ci si muovesse rapidamente verso il G2, cioè verso un mondo controllato da un’alleanza di ferro fra gli Stati Uniti e la Cina. Una tesi naturalmente rafforzata dalla mutua dipendenza che si è venuta creando fra il debito americano e la crescente quota di tale debito in mani cinesi. Invece è arrivato lo <a href="http://www.rinnovabili.it/no-obama-no-copenhagen-usa-e-cina-affossano-la-conferenza-595120" target="_blank">scontro</a> fra Cina e Stati Uniti nella grande conferenza sull’ambiente di Copenhagen ed infine un confronto diretto in conseguenza della fornitura di armi americane a Taiwan, riaccendendo improvvisamente un conflitto che si era andato attenuando negli ultimi anni e che molti stavano pronosticando in via di soluzione.</p>
<p>Non è facile comprendere perché Obama abbia autorizzato questa massiccia vendita di armi facendo infuriare il governo cinese proprio nel momento in cui ha più bisogno di avere rapporti amichevoli per meglio superare la gravissima crisi finanziaria in cui si trova. È vero che Obama si è tenuto una via d’uscita negando a Taiwan la vendita di alcune armi particolarmente sofisticate, come i così detti aerei invisibili, ma è davvero singolare notare come nel primo anno di presidenza nessun grande problema di politica internazionale sia stato risolto o affrontato in modo da alleggerire le terribili tensioni che aveva ricevuto in eredità dalla precedente presidenza. Le tensioni in Medio Oriente, Afghanistan, Iraq, i complicati rapporti con la Russia si aggiungono ora ad un messaggio di indifferenza verso l’Europa e a un raffreddamento nei confronti della Cina.</p>
<p>Presi ad uno ad uno tutti questi comportamenti sono largamente comprensibili e ragionevoli ma, considerati in un quadro d’insieme non possono che causare almeno un senso di disorientamento.</p>
<p>Il presidente, che era arrivato al potere con l’obiettivo di essere il grande aggregatore della politica mondiale e che aveva dato forza a questo obiettivo con i meravigliosi discorsi che gli hanno fatto attribuire il premio Nobel, appare ora come disorientato e forse temporaneamente sopraffatto dai grandi problemi di politica interna, che spaziano dalla riforma sanitaria alla difficile strategia d’uscita dalla crisi economica.</p>
<p>I fili della politica internazionale, invece di semplificarsi, si aggrovigliano di giorno in giorno, erodendo quel patrimonio di fiducia che Obama si era meritatamente conquistato.</p>
<p>Indubbiamente un anno è un periodo di tempo troppo limitato per trasformare un fallito tentativo di solitario controllo del mondo in una politica in cui gli Stati Uniti si propongono come punto di equilibrio di una regia multipolare con una pluralità di protagonisti, tra cui non possono mancare la Cina, l’India, la Russia e, con tutti i suoi limiti, l’Unione Europea. Obama si è reso conto delle conseguenze dell’eccessiva e intenibile estensione del potere americano nel mondo ma non ha ancora deciso come porvi rimedio.</p>
<p>A distanza di un anno, non riusciamo ancora a individuare quale siano le strategie e le priorità di Obama per raggiungere gli obiettivi contenuti nei suoi discorsi. In ogni caso non credo che possa permettersi di snobbare i vecchi e fedeli amici senza preparare e costruire alternative credibili e, soprattutto, comprensibili.</p>
<p>Anche se il mondo non può più essere monopolare abbiamo tuttavia bisogno che gli Stati Uniti esercitino la loro importantissima leadership con chiarezza, con continuità e anche, se possibile, con una certa prevedibilità.</p>
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		<title>Delbono può essere una risorsa futura per l&#8217;Italia</title>
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		<pubDate>Mon, 25 Jan 2010 16:55:42 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Comunicati]]></category>
		<category><![CDATA[Bologna]]></category>
		<category><![CDATA[Partito Democratico]]></category>

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		<description><![CDATA[(AGI) &#8211; Roma, 25 gen &#8211; &#8220;Le dimissioni di Flavio Delbono sono un gesto di grande sensibilita&#8217; nei confronti di Bologna. Esse dimostrano un senso di responsabilita&#8217; verso la comunita&#8217; che va al di la&#8217; dei propri obblighi e delle proprie convenienze.
Delbono ha confermato, a differenza di altri, di saper mettere al primo posto il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignright size-medium wp-image-1256" src="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2010/01/FDB-300x198.jpg" alt="" width="300" height="198" />(<a href="http://www.agi.it/bologna/notizie/201001251725-...-rt10269-sindaco_bologna_prodi_dimissioni_gesto_di_grande_sensibilita" target="_blank"><strong>AGI</strong></a>) &#8211; Roma, 25 gen &#8211; &#8220;Le <a href="http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/topnews/2010/01/25/visualizza_new.html_1677463135.html" target="_blank">dimissioni</a> di Flavio Delbono sono un gesto di grande sensibilita&#8217; nei confronti di Bologna. Esse dimostrano un senso di <a href="http://www.adnkronos.com/IGN/News/Politica/Bologna-Delbono-decisione-mia-e-non-ho-sentito-ne-Prodi-ne-Bersani_4240682720.html" target="_blank">responsabilita&#8217;</a> verso la comunita&#8217; che va al di la&#8217; dei propri obblighi e delle proprie convenienze.</p>
<p>Delbono ha confermato, a differenza di altri, di saper mettere al primo posto il bene comune e non le sue ragioni personali.</p>
<p>Ora sara&#8217; piu&#8217; libero e forte nel dimostrare la propria estraneita&#8217; ai fatti che gli sono contestati e potra&#8217; essere anche in futuro una risorsa per la politica italiana&#8221;. Queste le parole di Romano Prodi a commento della decisione del sindaco di Bologna di rassegnare le dimissioni.</p>
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		<title>Il mondo vinca le paure con la politica</title>
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		<pubDate>Sun, 24 Jan 2010 16:56:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gg</dc:creator>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
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		<description><![CDATA[Articolo di Romano Prodi su Il Messaggero del 24 gennaio 2010
I giornali di tutto il mondo hanno riportato a caratteri cubitali la notizia che il Prodotto nazionale lordo cinese ha superato quello giapponese e si colloca al secondo posto della classifica mondiale, dietro solo agli Stati Uniti.
Intorno a questa notizia i commenti stanno correndo a fiumi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignright size-full wp-image-1257" title="soldato cinese" src="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2010/01/soldato-cinese.bmp" alt="soldato cinese" width="396" height="297" />Articolo di Romano Prodi su <strong><a href="http://sfoglia.ilmessaggero.it/view.php?data=20100124&amp;ediz=20_CITTA&amp;npag=1&amp;file=PRODI_36.xml&amp;type=STANDARD" target="_blank">Il Messaggero</a></strong> del 24 gennaio 2010</p>
<p>I giornali di tutto il mondo hanno riportato a caratteri cubitali la notizia che il Prodotto nazionale lordo cinese ha <a href="http://www.corriere.it/economia/10_gennaio_22/delcorona-cina-giappone_e497d9bc-071e-11df-8946-00144f02aabe.shtml" target="_blank">superato</a> quello giapponese e si colloca al secondo posto della classifica mondiale, dietro solo agli Stati Uniti.</p>
<p>Intorno a questa notizia i commenti stanno correndo a fiumi ma, prima di aggiungere i miei agli altri, trovo utile far sapere ai lettori come il quotidiano ufficiale cinese (<a href="http://www.chinadaily.com.cn/china/2009-03/10/content_7559222.htm" target="_blank">China Daily</a>) ha presentato la notizia.</p>
<p>Dopo aver ricordato nel titolo che il dibattito sul “sorpasso” si sta infiammando, l’articolo esordisce dicendo che la Cina rimane un <a href="http://en.china.cn/content/d717470,3c15e3,1899_15509.html" target="_blank">Paese in via di sviluppo</a> con un grandissimo numero di poveri e con un reddito pro-capite ancora molto basso. Ed aggiunge che, stando ai dati forniti dalla <a href="http://www.ml.com/media/113831.pdf" target="_blank">Bank of America-Merrill Lynch</a>, il sorpasso non è ancora avvenuto in termini di dollari perché, nonostante la crescita cinese del 10,7% nell’ultimo trimestre dello scorso anno, la moneta giapponese (cioè lo Yen) si è rivalutata del 10% nel corso del 2009, il che ha aumentato automaticamente il prodotto nazionale giapponese denominato in dollari.</p>
<p>A questo sfoggio di modestia segue poi la sottile e un po’ perfida osservazione che, se il sorpasso non è ancora avvenuto, è però solo questione di giorni, perché gli economisti della Reuter si attendono per quest’anno una <a href="http://www.reuters.com/article/idUSTRE60O08M20100125" target="_blank">crescita del 9,5%</a>, più che sufficiente per relegare il Giappone largamente al terzo posto.<br />
L’articolo termina tuttavia ricordando e sottolineando ancora una volta che, anche se ormai seconda economia mondiale, la Cina rimane un Paese in via di sviluppo perché si colloca solo al 106mo posto nella classifica mondiale del reddito pro-capite, con ben 150 milioni di persone con un reddito inferiore a un dollaro al giorno: una vera miseria.</p>
<p>In questo comunicato è contenuto tutto il disegno strategico della Cina di oggi: continuare il processo di crescita al ritmo più veloce possibile e diminuire le enormi differenze esistenti all’interno del Paese e soprattutto fra le diverse province. A cui si aggiunge l’obiettivo, a cui è stata dedicata una sostanziosa parte della manovra cinese messa in atto per combattere le conseguenze della crisi economica mondiale, di costruire progressivamente un sistema sanitario nazionale e di protezione delle classi più deboli di cui il Paese è tuttora largamente sprovvisto.</p>
<p>Ci troviamo perciò di fronte ad una sfida economica totalmente diversa da quella che era stata prima la sfida americana e poi quella giapponese. Il nuovo protagonista dell’economia mondiale è, nello stesso tempo, un Paese d’avanguardia fornito di tecnologie avanzatissime ed un Paese che si autodefinisce in via di sviluppo, con tutte le necessità, tutti i problemi e tutti i limiti dei Paesi in via di sviluppo.</p>
<p>Tutto questo si inserisce in una crisi economica mondiale dalla quale non si può uscire stabilmente se non con l’inclusione progressiva nell’economia mondiale di miliardi di nuovi consumatori.</p>
<p>La discussione sul “sorpasso” deve essere perciò l’occasione per moltiplicare gli sforzi di tutti i governi e tutte le autorità soprannazionali di prendere atto di questo comune interesse e di accelerare quella cooperazione a livello mondiale che nelle riunioni dei G20 dello scorso anno non è stata raggiunta per la mancanza della necessaria visione politica. Senza una Cina (e un’India e un Brasile) in forte e progressiva crescita e senza un accordo fra i Paesi ad alto livello di sviluppo e i nuovi protagonisti dell’economia mondiale saremo sempre destinati a cadere vittime delle nostre paure. Eppure quest’accordo è oggi possibile perché gli interessi di fondo sono tra di loro compatibili. È però evidente che un disegno di questa portata non può essere portato avanti senza una forte leadership politica da parte americana. Abbiamo perciò bisogno che il presidente Obama ponga fine alla fase di timida incertezza che ha caratterizzato il primo anno del suo mandato e che assuma l’iniziativa e si assuma il rischio di proporre un quadro di cooperazione in cui trovino posto, e siano tra loro collegati, la nostra ripresa e la necessità di sviluppo dei nuovi protagonisti dell’economia mondiale.</p>
<p>Non mi sembra davvero un obiettivo impossibile se mi accorgo che, dopo il mancato accordo di Copenaghen sull’inquinamento atmosferico, la Cina ha inserito nei propri programmi nazionali, traguardi più severi di quelli che ha rifiutato di accettare nel corso della conferenza sui cambiamenti climatici. Ed ancora più vicina mi sembra questa possibilità di cooperazione quando vedo che proprio fra Cina e Giappone, cioè fra i due grandi protagonisti del “sorpasso,” sono cominciati i sorrisi e le visite di cortesia dopo un infinito periodo di tragedie, tensioni e incomprensioni reciproche. Tutto si sta muovendo: abbiamo solo bisogno che si muova anche Obama, dato che sembra ancora in grado di farlo.</p>
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