Missione incompiuta. Intervista su politica e democrazia

“Ci sono momenti in cui l’Italia ha bisogno di un’auto-illusione ed è disposta a non guardare dentro a se stessa pur di continuare a illudersi. Attraversiamo spesso questi momenti nella nostra storia nazionale…”.

Romano Prodi racconta le stagioni vissute da protagonista. Il ritratto di un Paese ricco di potenzialità, ma sempre tentato di fuggire dalle sue responsabilità, anche nelle classi dirigenti. È stata “la strada scomoda” il cuore dell’Ulivo, il tentativo più ambizioso di dare forza al riformismo italiano, un’azione di governo, una visione complessiva, un popolo. Il seme della democrazia dei cittadini, perché per Prodi la crisi potrà essere superata solo con il pieno coinvolgimento della società. Una missione incompiuta, anzi, in attesa di compimento.

Romano Prodi
“Missione incompiuta. Intervista su politica e democrazia”
a cura di Marco Damilano
Edizioni Laterza

Acquistabile presso l’editore,  scaricabile come e-book,  disponibile in tutte le librerie.

Introduzione
di Marco Damilano

“Ci sono momenti storici in cui l’Italia ha bisogno di un’auto-illusione ed è disposta a non guardare per nulla dentro se stessa pur di continuare a illudersi. Attraversiamo spesso questi momenti nella nostra storia nazionale…”, dice a un certo punto della conversazione Romano Prodi, e sembrano scorrergli davanti tutte le stagioni vissute: le speranze e le illusioni, le delusioni, ancora le speranze.

Settant’anni di democrazia italiana, dal 25 aprile 1945 a oggi, il Professore li ha attraversati da bambino e da adolescente e poi da testimone, infine da protagonista. Lo studioso dell’economia che già negli anni Sessanta aveva scoperto e dato un’identità alle piccole e medie imprese italiane. Il presidente dell’Iri che ha ristrutturato la più grande azienda statale e ha avviato le privatizzazioni. Il fondatore dell’Ulivo, arrivato a Palazzo Chigi con un voto popolare, sconfiggendo per due volte alle elezioni Silvio Berlusconi. Il capo del governo che ha portato l’Italia nell’euro. Il presidente della Commissione europea che ha allargato l’Unione ai paesi dell’Est. La sua attenzione è ora sempre più spostata verso il resto del mondo, nel disordine globale, in direzione dei continenti che competono per l’egemonia nel XXI secolo, dalla Cina all’Africa.

Questa intervista è il risultato di lunghi colloqui, condotti negli ultimi mesi del 2014 e terminati nei primissimi giorni del 2015, alla vigilia dell’attentato di Parigi del 7 gennaio, passeggiando sotto i portici di Bologna, o mangiando un panino nella piccola e accogliente sede della Fondazione per la collaborazione tra i popoli, o nella casa del Professore, stracolma di libri, con la scrivania su cui spiccano un ulivo stilizzato e una foto incorniciata di Romano e Flavia Prodi sorridenti di fronte al cinema Aurora di Tricase, nel Salento, il tacco d’Italia. Da quella sala, il 13 marzo 1995, partì il tour del pullman dell’Ulivo, il lungo viaggio in Italia del Professore che lo avrebbe portato, un anno dopo, a vincere le elezioni e a diventare presidente del Consiglio. Parlare di politica con lui significa ragionare in un tempo strappato alle frequenti visite all’estero, in Europa, in Cina, in America, quasi una routine per l’ex premier che tiene sempre con sé una vecchia borsa da professore universitario con dentro il passaporto pronto all’uso.

Un politico eccentrico rispetto a gran parte del mondo politico, economico, intellettuale italiano, in cui quasi sempre sembra prevalere l’ideologia sul principio di realtà. Scriveva Edmondo Berselli: “Romano ama i macchinari, gli strumenti tecnici, l’automazione, le gru, i carrelli elevatori, la verniciatura, il montaggio, l’assemblaggio, lo stoccaggio, l’imballaggio…”. Non è mai stato soltanto un tecnico, il professor Prodi, ammesso che la distinzione con i politici abbia un senso. Forse poteva iscriversi più comodamente alla categoria dei commis o degli uomini di Stato, oscillanti tra l’accademia e il sentirsi riserve della Repubblica. Ma Prodi non è mai stato neutrale. C’è il momento in cui la sua vita prende una svolta, nel 1995, venti anni fa. L’economista si trasforma in un leader amato da quella metà d’Italia che non si accontenta di sentirsi alternativa al centrodestra di Berlusconi, non si ferma al cartello elettorale anti-berlusconiano, ma vorrebbe offrire una migliore proposta di governo.

È questa l’anima del prodismo, il cuore dell’Ulivo, che negli ultimi due decenni ha rappresentato il più ambizioso tentativo di dare forza e soggettività politica al riformismo italiano, laico e cattolico. Un popolo e una cultura di governo. Il pragmatismo delle soluzioni e una visione complessiva delle riforme più urgenti, nell’economia e nella politica. “La strada scomoda”, in un paese che più spesso preferisce affidarsi a chi promette “la via facile, non la via difficile”. Il tecnico Prodi, in questo, si è rivelato il più politico di tutti i governanti. Il più tenace, il più ostinato nella difesa delle sue scelte. L’unico patto che ha stipulato e rispettato nella sua carriera politica è stato quello con i cittadini-elettori.
A opporsi a questo progetto c’è stata una parte di mondo politico, anche nel centro-sinistra. E un pezzo di società che diffida del cambiamento ancor più della politica. Anche se, per carattere e per convinzione, il Professore è lontano da quell’atteggiamento di rivendicazione per quel che poteva essere e non è stato: dalla guerra mutilata alla Resistenza tradita, fino alla più recente evocazione dei complotti internazionali per giustificare i propri fallimenti domestici.

L’Ulivo “non ha fallito, è stato sconfitto“, ammette Prodi. Per resistenze esterne, certamente, per l’ostilità di un pezzo di società italiana, ma anche per contraddizioni interne, per gelosie di sigla e di apparato, di partiti che perdevano sempre più rappresentanza e legittimità, ma in compenso rivendicavano spazi e potere e si spartivano le rispettive zone di influenza. L’Ulivo ha perso per la debolezza delle sue leadership, per l’incapacità di fondare una cultura politica condivisa che sorreggesse l’opera di governo, per il rifiuto di Prodi di competere per la guida della coalizione e del nuovo partito con una propria forza elettorale. Molte riforme sono state realizzate, molte altre sono rimaste a metà: sul piano economico e nel campo dei diritti civili. E l’Ulivo, e poi il Partito democratico, non sono riusciti a diventare quella forza di sinistra rispettosa del pluralismo, delle diversità e al tempo stesso capace di governare. Si sono lacerati nella guerra civile tra i capi e infine dissolti, in occasione della mancata elezione di Prodi al Quirinale nell’aprile 2013. Il ventennio del centrosinistra si apre e si chiude nel nome del Professore. Dopo quel suicidio politico comincia un’altra storia. E oggi il Partito democratico è al governo del Paese, con un’altra leadership, quella di Matteo Renzi, e forse con un altro progetto: il Partito della Nazione.

Ma non sono stati venti anni sprecati: in quel seme c’è ancora il filo della democrazia compiuta, la democrazia dei cittadini, come la chiamava Pietro Scoppola. C’è la risposta alla crisi di rappresentanza degli strumenti tradizionali della politica e alla perdita di legittimità di chi governa. È questa, da decenni, la grande questione democratica dell’Italia e ora di molte società europee, che non può essere superata soltanto dalle leadership fortemente personalizzate, ma dalla partecipazione e dal pieno coinvolgimento di tutti nei processi della decisione. L’eredità dell’Ulivo, da questo punto di vista, aspetta ancora di essere realizzata. Una missione incompiuta, certo, ma anche una missione in attesa di compimento.

 

 

Print Friendly
Condividi!

Dati dell'intervento

Data
Categoria
aprile 16, 2015
Libri