Non ha più senso rifare l’Iri, ma in Italia manca una politica industriale

“Manca la politica industriale, oggi quella italiana la fanno a Pechino”.
Romano Prodi, Giuliano Amato, Gianni Letta… a discutere su “Quando c’era l’Iri in Italia…”

Articolo di Pietro Salvatori su Huffington Post del 23 marzo 2015

“È un paradosso ma oramai la politica industriale italiana si fa a Pechino“. Bum. Poi un lievissimo ammorbidimento: “È vero che prima in Italia non venivano nemmeno i cinesi, ma occorre tornare a fare politica industriale. Non sono neo comunista lo han fatto tutti, anche Obama con il settore auto, o i tedeschi. E invece con la liquidazione dell’ Iri non sono state rafforzate le strutture ministeriali anzi si è indebolito il ministero dell’Industria”.

Romano Prodi, per un decennio a guida dell’Iri, è seduto umilmente in terz’ultima fila, appena davanti al capogruppo del Pd al Senato. Ascolta paziente per oltre due ore, prende appunti, non molla un’attimo con lo sguardo il relatore di turno. Quando tocca a lui si alza, va a sedersi al tavolo con i microfoni, e in dieci minuti condensa una serie di stoccate che rianimano l’uditorio.

Il registro di “quando c’era l’Iri…” va avanti dalle 9 del mattino. Si salgono due rampe di uno scalone bianco. Ai lati busti di marmo dallo sguardo severo, dalle finestre scorci panoramici del Gianicolo. Il salone al secondo piano dell’Accademia dei lincei trasuda solennità da ogni broccato alle pareti e da ogni stucco sul soffitto. Un po’ stona e un po’ no un grande schermo bianco, dove un proiettore imprime cubitale la domanda del secolo: “Nostalgia dell’Iri?”.

Tanta, almeno a seguire gli sguardi del pubblico e le parole dei relatori al convegno “La storia dell’Iri e la grande impresa oggi“, promosso dalla Banca d’Italia nei locali di uno dei più prestigiosi poli della cultura italiana. Il parterre è quello delle grandi occasioni. In prima fila Ignazio Visco, padrone di casa, accanto a lui il viceministro dello Sviluppo economico Claudio De Vincenti. Poco più in là, accanto al palco, spalla a spalla ci sono Giuliano Amato e Gianni Letta. Un quasi Presidente della repubblica accanto a quello che lo sarebbe diventato se Berlusconi avesse avuto la maggioranza negli anni giusti. Tra Riccardo Illy, Piero Gnudi, Giorgio La Malfa, Massimo Mucchetti e Luigi Zanda, spunta la nuca del vero protagonista di giornata.

E il professore non si sottrae, combatte, rivendica. “Quando dovevamo privatizzare l’Alfa Romeo andai a Londra nottetempo, a parlare con la Ford. Ci avevano fatto un’offerta, ma gli dissi che se arrivava l’offerta della Fiat sarebbero partiti i sindacati, la politica, i vescovi e gli imprenditori…”. Un colosso buono (“Quello che abbiamo ridotto dai 500mila ai 350mila dipendenti in sette anni, una struttura agile…”) contrapposto alla politica cattiva: “Il vero problema era la lotta quotidiana con i partiti, le audizioni parlamentari, ancora mi ricordo gli scontri con Gianni De Michelis…”.

Una mattinata trascorsa a spiegare – la sintesi è del professore – che “non ha più senso rifare l’Iri, ma certo oggi in Italia non c’è più una politica industriale forte, non nell’ottica del dirigismo, ma di una organizzazione delle risorse efficiente, ma su questo non riscontriamo nessuna sensibilità“.

Il pubblico ha in gran parte vissuto quegli anni. Ha vissuto l’Iri. L’unico che ricorda con una certa veemenza che quella storia, privatizzazioni annessi e connessi, è andata come è andata per la montagna di passivo accumulata dall’Istituto per la ricostruzione industriale, è anche l’unico a presentarsi: “Ne sento la necessità perché qui gran parte di voi non mi conosce, sono Franco Amatori, professore alla Bocconi.

Il resto è a metà tra la storia e la memoria. “Volevamo parlare dell’Iri con i loro protagonisti, che sono ancora vivi e vegeti”, sfiora la gaffe il moderatore, con Prodi e Amato ai lati che si aprono in sorrisi divertiti e pensano a gesti scaramantici. Mette le carte in tavola: “Tengo a precisare che sono un protagonista di ciò che accadde, e non di ciò che sta accadendo”, spiega che l’Iri “è stata l’unica scuola di formazione di un certo tipo oltre alla Banca d’Italia”, e che oggi la Cassa depositi e prestiti “non può essere l’unico volano di tutto l’intervento pubblico in economia“. Finito l’intervento, lascia spazio al relatore successivo, e torna a flirtare con Letta sr. Pietro Rescigno rivendica orgogliosamente di essere “più vecchio dell’Iri e sopravvissuto all’Iri”, seguono risate in sala. In fondo, attaccato al muro, c’è Michel Martone, l’enfant prodige che da solo abbassava di dieci anni l’età media del governo Monti (era viceministro al Lavoro), che controlla la sua pagina Facebook.

Scarti generazionali, scarti temporali, una mattinata sospesa tra la memoria storica e la voglia dei protagonisti dell’epoca riproporre ricette troppo frettolosamente scartate. Una riunione fiammante dell’alta burocrazia di stato della Prima repubblica a una manciata di metri (18 numeri civici separano i Lincei dal primo ingresso del Regina Coeli) da dove è finito in manette Ercole Incalza, rappresentante di quell’alta burocrazia di stato della Seconda repubblica contro la quale in molti oggi puntano il dito. Così tra le righe si riscontra la necessità di marcare una diversità, di sottolineare come sì, l’Iri avrà avuto tanti problemi, ma ha formato generazioni di amministratori, ingegneri e funzionari che come unico obiettivo avevano quello di servire il paese, non le proprie tasche.

Cifra comune il grande pragmatismo di generazioni di Italiani. Racconta Prodi: “Nell’82 andai a parlare con Pasquale Saraceno. Gli chiesi: Ma all’epoca cosa vi disse Mussolini? Risposta: Fate qualcosa per le nostre imprese. Punto. Non una grandissima visione strategica”. Così nacque l’Iri.

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