Riavviare l’industria in 8 mosse

Crisi, otto proposte per la rinascita dell’industria

Articolo di Romano Prodi su Il Messaggero del 22 giugno 2014

Non ho ancora ben capito se in Italia la crisi sia finita, se sia vicina alla fine o se durerà ancora a lungo. Alcuni dati fanno bene sperare ma essi vengono spesso accompagnati da altri segnali che sembrano andare in senso contrario.

Per non restare semplicemente con le mani in mano in attesa di auspicabili notizie positive ci conviene perciò riflettere su alcune azioni da intraprendere per trasformare l’eventuale ripresa in un rafforzamento permanente delle nostre strutture produttive, soprattutto nel settore industriale, che rimane il nucleo portante della nostra economia, il fulcro di ogni possibile futuro sviluppo e la principale fonte, diretta o indiretta, di nuova occupazione.

Come prima riflessione partiamo dal credito. Le lamentele delle diverse parti in causa sono tutte giustificate.

Dal lato delle imprese è infatti giusto lamentare che il flusso di denaro dalle banche al mondo produttivo è andato continuamente calando con l’aggravarsi della crisi. A difesa delle banche si deve tuttavia tenere conto delle restrizioni derivanti dai nuovi obblighi di capitalizzazione, dall’aumento dei crediti deteriorati e dalla diminuzione della domanda da parte delle aziende meritevoli di credito. Tutto questo è comune a quasi tutti i paesi europei. La diversità italiana è che le fonti di finanziamento delle imprese sono per l’85% di origine bancaria, mentre tale percentuale è nettamente inferiore nei maggiori paesi concorrenti.

Per evitare la quasi esclusiva e rischiosa dipendenza dal credito bancario occorre perciò trovare fonti alternative di capitale, fonti provenienti dagli stessi proprietari, da fondi specializzati o, buon ultimo, dalla borsa.

Occorre quindi una legislazione volta ad aumentare la convenienza ad apportare capitale proprio nelle imprese mentre, nello stesso tempo, le associazioni imprenditoriali debbono spingere i loro associati a mettere più soldi nelle aziende in loro possesso. Avere imprese povere e padroni ricchi non giova né al proprietario né all’impresa, che si indebolirà nel tempo e sarà incapace di affrontare la normale concorrenza e gli inevitabili periodi di crisi.

Se i proprietari non hanno fiducia nella propria creatura è difficile che la possano avere le banche!

In secondo luogo in un paese in cui sono scomparse tutte le imprese manifatturiere di grandi dimensioni dobbiamo aumentare la forza e la dimensione delle aziende minori. Una legge ed una serie di buone politiche pubbliche e bancarie volte ad incentivare fusioni e concentrazioni appare quindi lo strumento necessario per rendere le strutture produttive in grado di competere nei nuovi mercati globali. I distretti industriali, che tanto hanno dato allo sviluppo italiano, non si espandono più con la moltiplicazione delle fabbriche ma con la crescita di alcune imprese leader e con il raggruppamento e il conseguente aumento di produttività delle imprese produttrici di componenti e prodotti intermedi.

Come terzo obiettivo una buona politica industriale deve tenere conto del fatto che le nostre imprese sono in generale imprese familiari, con i grandi vantaggi e le debolezze che questo comporta. L’ingegnosità e i sacrifici delle famiglie hanno reso grande il nostro sistema industriale ma tali virtù entrano regolarmente in crisi ad ogni passaggio di generazione o nei frequenti episodi di tensioni famigliari. La vita ci mostra ogni giorno che ci sono fratelli o cugini che non vanno d’accordo, che vi sono figli non all’altezza dei difficili compiti imprenditoriali o ragazzi che vogliono fare tutto meno che affrontare le tensioni necessarie per gestire un’azienda. Per porre rimedio a questo stato di cose bisogna appellarci ad una più stretta collaborazione fra potere pubblico e potere privato. Dal pubblico ci si attende una legislazione volta facilitare ( sull’esempio della Germania ) la nascita di fondazioni che, mantenendo il ruolo proprietario della famiglia, garantiscano la continuità dello sviluppo dell’azienda anche nei momenti di crisi familiari o di passaggi generazionali. Non dimentichiamo che perfino la Bosch, con la sua leadership mondiale nella componentistica per auto, le sue produzioni diversificate e i suoi trecentomila dipendenti, è retta da una fondazione.

FORMAZIONE E CONVINZIONE

Da parte privata ci aspettiamo un’ opera di formazione e convinzione riguardo all’importanza delle risorse dirigenziali esterne alla famiglia e riguardo alla necessità di preparare bene e per tempo la successione, in modo da fare fronte a qualsiasi evento. Non solo molti politici ma anche molti imprenditori si credono immortali e, purtroppo, non lo sono.
Tutti noi dobbiamo tenere presente che un’impresa è certamente un bene di proprietà privata ma che, nello stesso tempo, è un bene di interesse pubblico, perché destinato a fornire sviluppo e occupazione a tutta la collettività.

In quarto luogo occorre revisionare alcune leggi che potrebbero anche sembrare di marginale importanza come quelle che disciplinano il fallimento. Non vi è bisogno di rifare la legge fallimentare ma di modificare alcune norme che scoraggiano le possibili nuove iniziative di un imprenditore che è fallito in buona fede e nel rispetto delle leggi. Questo fatto è particolarmente importante perché le nuove iniziative ( le così dette start up ) sono per definizione particolarmente rischiose: sbagliare e avere la possibilità di riprovare fa parte delle regole del gioco in tutti i più evoluti paesi del mondo.

Come quinto obiettivo occorre una politica di attrazione delle multinazionali tenendo presente che, mentre molte di esse fuggono atterrite da una burocrazia invincibile e da regole sulle modalità di prestazione del lavoro spesso incomprensibili, alcune tra le imprese che da più anni hanno confidenza col nostro paese ( come General Electric, Bosch o Philip Morris ) hanno recentemente deciso di ampliare la loro presenza in Italia dopo avere diligentemente confrontato costi e convenienze rispetto agli altri paesi. Perché questa tendenza possa generalizzarsi, la priorità principale non è quella di diminuire il costo del lavoro orario ma di renderne più flessibili, più cooperative e più logiche le modalità di prestazione. Elemento oggi molto più importante della pur necessaria flessibilità in entrata e in uscita e del costo orario del lavoro, ovviamente non concorrenziale con i paesi in via di sviluppo ma nettamente competitivo rispetto ai nostri principali concorrenti, a partire dalla Germania e dalla Francia.

Se debbo seguire le mie esperienze personali la generale diffidenza delle imprese estere a investire in Italia (non ovviamente riferita all’acquisto di quote del mercato italiano o alla conquista di nostri marchi prestigiosi) deriva prima di tutto da problemi di burocrazia, criminalità e sicurezza, in secondo luogo dal peso fiscale e poi da altri aspetti minori, tra i quali primeggiano la scarsità di infrastrutture e di scuole internazionali per i figli dei collaboratori stranieri.

AUMENTO DELLA PRODUTTIVITA’

Eppure la presenza di produttori internazionali risulta determinante per assorbire le tecnologie e i metodi gestionali indispensabili per l’aumento della produttività.

A questo proposito bisogna porsi ( come sesto punto) l’obiettivo di scegliere con precisione e difendere con decisione i settori e le traiettorie tecnologiche per noi più interessanti nell’ambito della nuova politica industriale europea.

Non è la stessa cosa per noi se i denari europei si dirigono verso la meccanica strumentale o verso l’elettronica di consumo.

Un settimo obiettivo riguarda gli orientamenti della politica energetica sia come fonte di investimenti e di occupazione sia come strumento di equilibrio della bilancia commerciale, che vede la nostra voce passiva più pesante nell’acquisto di materie prime e di fonti energetiche.

Pochi mesi fa il Governo ha presentato un grande progetto per fare dell’Italia il più importante punto d’arrivo per il rifornimento energetico dell’intera Unione Europea. Subito sono partiti tutti i veti locali possibili e immaginabili, senza che il governo nazionale abbia potuto tenere conto dei nostri impegni e dei nostri interessi, pur essendo universalmente riconosciuto che le leggi italiane di protezione dell’ambiente nel settore energetico si collocano tra le più severe di tutto il pianeta.

LE RISORSE UMANE

L’ultimo ma più importante capitolo di politica industriale riguarda le risorse umane. Nessuno degli obiettivi di sviluppo che ci proponiamo può essere raggiunto senza un progetto globale di valorizzazione delle risorse umane. Ricerca e Sviluppo, formazione e istruzione sono l’unico reale strumento di crescita in un paese con popolazione in diminuzione.

Il merito del nostro passato successo industriale se lo possono infatti attribuire con ragione i periti, gli ingegneri e gli operai specializzati. In ogni provincia italiana la maggioranza degli imprenditori è uscita dal locale istituto tecnico.

Eppure questa stessa scuola tecnica è stata progressivamente emarginata, ha perso centralità sociale e viene sempre più ritenuta una seconda scelta, riservata ai figli degli emigranti, mentre gli studenti delle facoltà tecniche, a cominciare dagli ingegneri, sono nettamente insufficienti rispetto alle necessità.

Per fortuna che si è, pur in modo non ancora operativo, rimesso sul tavolo il tema dell’apprendistato, che è il passaggio obbligatorio per imparare seriamente le regole di un mestiere.

E’ urgente una strategia a livello nazionale in materia di preparazione delle nuove risorse umane, in primo luogo per fare capire a tutti gli italiani, anche con un’esplicita campagna pubblicitaria, il ruolo chiave dell’istruzione applicata in un mondo moderno e per dettare quindi alle regioni le linee-guida per mettere in atto un grande progetto di rilancio dell’istruzione tecnica, unitario negli obiettivi ma diversificato in funzione delle specialità e delle vocazioni locali. Aiutando anche concretamente gli studenti che si iscrivono alle scuole tecniche di qualsiasi livello.

In questa materia ci si attende ovviamente una forte collaborazione da parte delle imprese, come sede nelle quali il progresso tecnico viene messo in atto. Ricordiamo tuttavia che, in tutti i paesi nei quali si è risvegliato l’interesse alla politica industriale ( a cominciare dagli Stati Uniti ) il ruolo del governo ha assunto un’ importanza determinante.

PALESTRA DA IMPRENDITORI

Tuttavia non solo abbiamo bisogno di mettere la scuola tecnica al centro degli interessi nazionali ma dobbiamo anche creare nuove strutture di insegnamento applicato dopo il diploma di scuola media superiore. Questo nuovo sistema scolastico dovrà essere la palestra per gli imprenditori del ventunesimo secolo, che già si presenta con innovazioni ( come la robotica o la produzione in 3D ) che stanno rivoluzionando gli attuali metodi produttivi.

Se la Germania ha potuto sopravanzare tutti nell’aumento di produttività è anche perché questo paese mette a disposizione delle imprese una rete di strutture di ricerca dedicata esclusivamente a risolvere i problemi di innovazione che le singole aziende, o per la loro dimensione o perché riguardano campi a loro sconosciuti, non sono in grado di affrontare.

Questa rete di istituti specializzati ( denominati Fraunhofer ) coprono i diversi settori di tecnologia applicata, dall’elettronica al trattamento dei materiali, dalla chimica degli intermedi ai processi di automazione, dalla biotecnologia ai risparmi energetici nell’edilizia. Quest’organizzazione costituisce uno degli elementi fondamentali della forza produttiva tedesca. Noi non siamo certamente in grado di partire immediatamente con una rete di sessanta di questi istituti con 18 mila fra ricercatori e ingegneri, come è il caso della Germania, ma il governo ha certamente la possibilità di provocarne immediatamente la nascita in almeno cinque o sei delle nostre regioni industrialmente più avanzate.

L’esperienza dimostra che un progetto di questo tipo deve essere lanciato e coordinato a livello centrale, anche se la fase esecutiva può essere lasciata in mano alle regioni in stretta collaborazione con il sistema delle imprese.

Oggi di Fraunhofer ne esiste uno solo in Italia e, guarda il caso, esso è localizzato nella provincia di Bolzano. Eppure io non credo affatto che il progresso industriale possa esprimersi soltanto in tedesco.

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