Ecco poche, sagge e realistiche misure per fare ripartire subito la crescita e l’occupazione

Prodi: quelle tre cose da fare subito per agganciare la ripresa

Articolo di Romano Prodi su Il Messaggero del 2 marzo 2014

Gli ultimi dati sulla disoccupazione hanno ulteriormente allarmato l’opinione pubblica. Non poteva essere altrimenti perché il peggioramento del mercato del lavoro procede ad un ritmo senza precedenti. Il numero dei disoccupati è dell’1,1 % superiore a quello di un anno fa ed il suo valore raggiunge il 12,9%, facendoci ritornare indietro di parecchi decenni. Non parliamo poi della disoccupazione giovanile, arrivata al 45,3% nella media nazionale e al 52,4% tra i maschi del Mezzogiorno.
Di fronte a questi dati il governo ha reagito accelerando l’adozione del Jobs Act.

Anche se non si conoscono i dettagli e gli aspetti quantitativi, questa decisione va nella giusta direzione di rendere più fluido il mercato del lavoro, di estendere il sussidio di disoccupazione a numerosi lavoratori che non ne avevano diritto e di reperire parte delle risorse necessarie dalla riforma di Istituti di cui si è molto abusato, come la Cassa di Integrazione Speciale. Queste riforme sono certamente utili per rendere più equilibrato il mercato del lavoro ma non sono certo sufficienti per una sua ripresa.

Con le previsioni che abbiamo oggi sul tavolo la disoccupazione è infatti destinata a crescere. Non solo perché il mercato del lavoro riparte ovunque almeno un semestre dopo la ripresa del PIL ma perché in Italia, dato il calo prolungato della nostra economia, ci troviamo con risorse produttive particolarmente in eccesso rispetto alla domanda. Ed è noto che le imprese assumono nuova mano d’opera solo quando tutte le risorse esistenti sono utilizzate in pieno.

Incentivi all’assunzione di nuovi addetti sono certamente utili ma l’unico strumento veramente valido è quello di accelerare e rafforzare il cammino della ripresa.

Le ultime previsioni per l’anno in corso ci danno infatti un tasso di sviluppo dello 0,6%, mentre un pur contenuto aumento di produttività, date le nostre condizioni di partenza, sarà più del doppio. Quindi disoccupazione in aumento.

Bisogna perciò affiancare al Jobs Act specifici strumenti di ripresa.

Il primo è il settore più tradizionale di tutti ed è l’edilizia. So di non dire cose nuove ma voglio solo sottolineare che, solo nello scorso anno,dopo la più lunga crisi del dopoguerra, l’edilizia ha perso 163.000 addetti. Si tratti di portare a termine le opere pubbliche interrotte, si tratti di dare esecuzione alle indispensabili necessità di manutenzione, come nel progetto di edilizia scolastica recentemente presentato, ma gli investimenti pubblici e privati in edilizia debbono riprendere. In assenza di paralisi burocratiche tutto questo può avvenire con un impegno di spesa pubblica relativamente modesto.

A questo si deve affiancare un’iniezione di liquidità a tutto il sistema economico attraverso il rapido pagamento dei debiti della Pubblica Amministrazione. E’ ora che vada fino in fondo il dibattito su come, sulla scia di procedure messe in atto da altri paesi, questo pagamento possa essere messo in atto senza incidenza sui dati del debito pubblico, attraverso una triangolazione fra le Banche, la Cassa Depositi e Prestiti e la Pubblica Amministrazione.

Si discute di questo da mesi. A me sembra che la soluzione tecnica sia fattibile ma, almeno, finiamo di discutere e prendiamo una decisione. E poi il pagamento dei debiti in tempo debito diventi una prassi normale.

Aggiungo solo in terza posizione la riduzione del cuneo fiscale, non perché non sia importante ma perché esige una notevole quantità di risorse aggiuntive, sulla misura delle quali è necessario un livello di approfondimento che fino ad ora non è ancora del tutto chiaro. Comunque questa misura può essere anche presa in rate successive. È tuttavia necessario che una prima rata, anche se modesta, sia decisa subito.

Queste sono le leve interne che possono essere messe rapidamente a servizio della crescita. A queste bisogna aggiungere la leva europea che passa attraverso la nuova politica economica di cui tanto si è parlato su queste stesse colonne ma che, nell’immediato, può essere messa in moto dall’utilizzo dei fondi europei che la nostra inerzia politica e burocratica ha lasciato largamente inutilizzati.

Il nuovo governo mandi perciò un’agguerrita pattuglia a Bruxelles e nelle nostre regioni per coordinare e spingere l’azione degli amministratori così colpevolmente inefficienti in passato. È questo il compito tecnico-politico che, con la minore spesa, può dare i maggiori vantaggi.

In queste brevi note ho messo in rilievo solo le misure urgenti non perché io voglia mettermi in gara di velocità col Presidente del Consiglio (compito peraltro umanamente impossibile) ma perché nelle ultime settimane vedo presentarsi occasioni che prima non vi erano. Vedo cioè che gli investitori internazionali guardano con nuovo interesse all’Italia.

Le ragioni sono semplici. La prima è che l’Italia, negli scorsi anni, ha oscillato molto ma non è mai caduta per terra. La seconda è che il mondo è pieno di disponibilità liquide e, dato che le economie dei grandi paesi in via di sviluppo stanno aumentando il proprio grado di incertezza, gli investitori internazionali cercano nuovi sbocchi per i propri investimenti. In questo quadro l’Italia ha buone carte da giocare perché la quotazione dei suoi beni, mobili e immobili, è nettamente inferiore a quella dei mercati concorrenti.

A questi fattori economici si aggiunge quel sottile momento di attesa favorevole che ha accompagnato la nascita di un governo pieno di novità. La prova di questo è lo strepitoso esito favorevole delle ultime emissioni del debito pubblico italiano e l’ulteriore calo del maledetto spread.

Morale della favola: se si prendono poche, sagge e realistiche misure in tempi brevi l’attuale congiuntura internazionale ci può dare una mano per intraprendere un cammino di crescita in grado di fare diminuire la disoccupazione. Per cambiare stabilmente il paese occorrerà fare molte altre cose, tra le quali una seria politica industriale. Per ora diamoci l’obiettivo di riprendere la scia degli altri paesi europei.

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