Se l’Europa non cambia, i tre passi che possiamo fare noi per uscire dalla crisi

Se L’Europa non cambia dobbiamo cambiare noi

Articolo di Romano Prodi su Il Mattino del 16 ottobre 2013

Per mesi abbiamo atteso la luce in fondo al tunnel. O meglio abbiamo atteso che altri ci accendessero la luce. Nel frattempo ci siamo comportati in modo disciplinato, come i bravi bimbi che aspettano che la mamma ( nel caso la signora Merkel) tenga conto del loro buon comportamento. Abbiamo rispettato le regole di bilancio e abbiamo adottato le misure di aggiustamento della spesa che si potevano prendere, anche se non abbiamo fatto le grandi riforme perché la situazione politica non permetteva di farle. Con tutto questo non una sola decisione per rianimare l’economia è stata presa a livello europeo. La tanto proclamata ripresa del dopo estate non si presenta esaltante per nessuno, ma è ancora più deludente per noi, che rimaniamo il fanalino di coda dell’Unione e ci accontentiamo di calare meno velocemente di prima.

Con queste affermazioni non voglio certo auspicare  che il nostro paese rompa la doverosa disciplina di comportamento, anche se non posso dimenticare che la prima rottura della disciplina sul deficit di bilancio fu dovuta proprio alla Germania  e alla Francia, con l’attivo appoggio italiano. I paesi leader dell’Unione fecero allora violentemente zittire la Commissione Europea ( di cui ero allora Presidente ) sostenendo che essa non aveva alcun diritto di entrare nella esclusiva sovranità degli Stati  membri.

Capisco che le cose sono da allora cambiate, capisco che la Commissione è ora l’interprete della volontà dei grandi stati membri e debbo tenere conto che il debito italiano non permette di discostarci nemmeno temporaneamente da una linea di disciplina di bilancio. Dobbiamo quindi obbedire. Teniamo tuttavia presente che se continueremo a calare di più e a crescere di meno dei nostri partner saremo presto in bancarotta. Pur impegnandoci a fare le riforme che essi ci chiedono, dobbiamo loro spiegare che le riforme daranno i loro frutti fra molti anni, quando sarà troppo tardi.

Il caso italiano è invece un caso urgente perché le nostre imprese non reggono di fronte all’ormai cronica debolezza del mercato interno. Già da mesi si è da più parti sottolineato la necessità che Francia, Spagna e Italia facciano fronte comune per spingere la Germania verso una politica espansiva. Una politica assolutamente ragionevole per un paese che ha una crescita ancora modesta, nessun rischio di inflazione e un surplus mostruoso nella bilancia commerciale ( negli ultimi mesi più elevato di quello cinese). Tale elementare e ragionevole politica non viene adottata non solo a causa dell’eterno terrore germanico per l’inflazione, ma anche e soprattutto perché ogni stimolo all’economia verrebbe interpretato come un indebito aiuto ai “pigri” mediterranei.

Si sperava che le elezioni tedesche segnassero un cambiamento di politica, ma oggi penso che ben poco possa cambiare anche nei prossimi mesi. Il guaio è che non solo la Spagna ma anche la Francia crede che il peggio sia passato e quindi ritiene che la sua  malattia guarisca da sola. In attesa che la ripresa molto più asfittica del previsto faccia ritornare Francia e Spagna coi piedi per terra non ci resta che fare subito i passi necessari per fare riprendere la nostra domanda interna.

  • Il primo passo in questa direzione è che il settore pubblico paghi i propri debiti. Si è finalmente  cominciato, ma occorre andare più veloci e impegnare non solo il governo centrale ma anche i poteri locali.
  • Il secondo è quello di ridare fiato al nostro sistema bancario, eccessivamente punito da una rigida interpretazione delle nuove regole europee e, dopo sei anni di crisi, ovviamente appesantito da un insopportabile peso di debiti cattivi. Esso non è più in grado di fare il proprio mestiere.
  • In terzo luogo dobbiamo prendere misure immediate per rendere più selettivo il ricorso alla giustizia amministrativa e più rapida la conclusione delle controversie civili.

Nella situazione attuale gli investimenti italiani si riducono fortemente e quelli stranieri risultano impossibili. Vi è infine una serie di lavori pubblici che, dopo anni di contenzioso, attendono solo l’approvazione definitiva da parte delle autorità centrali e locali per potere partire. Non si può mettere attorno a un tavolo tutte le autorità competenti e obbligarle finalmente a prendere una decisione ?

Si narra ancora oggi che molti anni fa, dopo che i vari poteri pubblici rinviavano l’uno all’altro la decisione di dare il via libera a un grande investimento della Texas Instruments ad Avezzano, l’allora ministro Gaspari (a cui stava evidentemente a cuore lo sviluppo abruzzese) obbligò la Regione, la Provincia, i Ministri responsabili e la Cassa del Mezzogiorno a riunirsi nello stesso giorno e nella stessa ora per dare il proprio assenso, in modo da finirla col balletto delle precedenze e dello scarico di responsabilità. Visto che alcuni pensano che l’attuale governo molto abbia ereditato dai governi democristiani non si potrebbe riprendere quest’esempio ed estenderlo a tante decisioni così importanti per il nostro sviluppo?

Tra le misure immediate vi dovrebbe anche essere un incentivo all’aumento del potere d’acquisto dei cittadini, ma non so da che lato si possa dare il via a questa decisione quando la folle abolizione totale dell’IMU ha reso inevitabile l’aumento dell’IVA, aumento che non può che produrre un’ulteriore diminuzione dei consumi.

In queste brevi riflessioni mi sono ovviamente limitato alle misure urgenti, senza prendere in considerazione le necessarie riforme di fondo, ma credo che abbiamo assolutamente bisogno di dare noi un messaggio di immediato cambiamento, anche perché la mamma tedesca ben difficilmente muterà le sue politiche. I suoi elettori pensano infatti che noi non abbiamo ancora fatto sufficienti sacrifici per meritare la loro fiducia.

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Dati dell'intervento

Data
Categoria
ottobre 16, 2013
Articoli, Italia