Senza una politica energetica europea rischiamo di distruggere la nostra economia

Il gas e i ritardi
Una sfida perduta in Europa

Articolo di Romano Prodi su Il Messaggero del 29 luglio 2012

Quando si parla di energia si pensa subito agli aumenti del prezzo del petrolio o alle grandi  prospettive delle nuove fonti di energia, come il sole o il vento. Un’attenzione insufficiente è stata invece dedicata ad una fonte di energia che non è nuova nella sua natura ma nel modo con cui viene estratta. Una fonte talmente importante e in crescita così veloce da rivoluzionare radicalmente il mondo dell’energia.

Si tratta del così detto “shale-gas”, un gas intrappolato nella roccia, che viene fatto uscire con tecnologie inventate da un piccolo imprenditore visionario americano, il texano George Mitchell. Tecnologie viste prima con scetticismo e poi messe in atto con mezzi ingenti da tutte le grandi compagnie energetiche del mondo.

Fino a pochi anni fa si pensava che questa “nuova” fonte di energia potesse avere un ruolo marginale ma il suo sviluppo è stato invece impetuoso, tanto che già oggi copre un terzo della produzione di gas naturale degli Stati Uniti e nei prossimi venti anni ne raggiungerà la metà. Quasi di colpo le riserve americane di gas sono raddoppiate e, in conseguenza dell’uso di analoghe tecniche di estrazione, si assiste ad un parallelo deciso aumento delle riserve di petrolio.

Le conseguenze politiche ed economiche di questo evento sono già oggi di straordinaria importanza e ancora di più lo saranno in futuro. Fino a quattro anni fa gli Stati Uniti erano infatti ossessionati dalla loro futura scarsità energetica, fino a condizionare a quest’evento la politica estera e la strategia industriale. Oggi lo “shale-gas” arriva copioso nei metanodotti che già percorrono il paese mentre lo “shale-oil” ne aumenta robustamente la produzione petrolifera. In poche parole gli Stati Uniti stanno rapidamente ritornando ad essere autosufficienti e forse diverranno pure esportatori di energia.

Enormi sono le conseguenze politiche di quest’evento, perché il Medio Oriente e l’Africa, pur rimanendo strategici sotto tanti profili a partire dalla lotta al terrorismo, non condizioneranno più la vita stessa degli Stati Uniti mentre l’indipendenza energetica che vanno acquisendo li renderà sempre meno garanti dell’ordine petrolifero internazionale, come accaduto dal secondo dopoguerra.

L’Europa dovrà provvedervi da sé. C’è anche chi pensa che l’interesse non primario per la guerra di Libia così come la relativa indifferenza verso gli effetti sul mercato internazionale delle sanzioni verso l’Iran siano state le prime conseguenze di questo nuovo corso.

Vera o no quest’ipotesi resta il fatto che, mentre gli USA avevano sostenuto la quasi totalità del costo della guerra in Iraq, nel caso della guerra di Libia ne hanno condiviso in parti uguali il peso finanziario con Francia e Gran Bretagna, anche se, per portare finalmente a termine il conflitto, hanno dovuto poi supportare i fragili alleati con sofisticati sistemi di offesa e di monitoraggio.

L’inarrestabile ascesa dello “shale-gas” sta già rivoluzionando l’economia americana, creando un eccesso di offerta tale da far precipitare il prezzo di questa preziosa materia prima a un livello pari a un quarto di quello prevalente in Europa. Mentre in Europa il prezzo, per effetto dell’imposizione dei grandi fornitori (Russia, Algeria, Libia, Olanda, Norvegia), è legato a quello del petrolio che oscilla intorno agli ottanta dollari al barile, il prezzo del gas negli Stati Uniti equivale, a parità di contenuto energetico, a quindici dollari al barile.

Non solo ne vengono influenzati i costi di generazione dell’elettricità e del riscaldamento domestico ma anche la competitività di molte industrie prima in declino, a cominciare dall’industria petrolchimica che fornisce plastiche, fertilizzanti e prodotti chimici intermedi a tutto il sistema produttivo americano. Si parla anche di una forte conversione al gas del sistema dei trasporti su strada, ma questa rimane per ora solo un’affascinante anche se possibile ipotesi.

Sembra che di shale-gas ve ne sia un po’ dappertutto, in Brasile, Australia, Argentina, Messico, Canada, Africa, Russia e, soprattutto in Cina, anche se è ancora incerto se, data la diversa natura delle rocce, siano ugualmente poco costose le tecniche di estrazione. Per ora l’unica lepre sono gli Stati Uniti mentre le difficoltà maggiori riguardano proprio l’Europa.

Lasciando da parte l’Italia, dove i geologi ne escludono l’esistenza data una certa correlazione fra la presenza di shale-gas e i giacimenti carboniferi, se ne presume una sostanziosa presenza in Ucraina, Polonia, Germania, anche se si sono formate vigorose opposizioni in conseguenza di una maggiore sensibilità nei confronti dei problemi ambientali. L’attività di ricerca è stata infatti bloccata in Francia e Bulgaria, mentre l’Unione Europea ha scelto un atteggiamento di neutralità data la mancanza di apparenti gravi conseguenze negative negli oltre ventimila pozzi già attivi negli Stati Uniti.

Le difficoltà europee derivano inoltre dalla diversità delle regole giuridiche ( il sottosuolo negli Stati Uniti è di proprietà di chi possiede il terreno di superficie e che perciò è ben contento di tentare la fortuna mentre in Europa generalmente appartiene allo Stato) ma ancora più dai contratti di lungo periodo che, in periodo di scarsità di offerta, i paesi europei hanno dovuto accettare dai grandi fornitori, come Russia, Algeria, Libia e Norvegia.

Per garantire la sicurezza, le grandi imprese responsabili per l’approvvigionamento di metano hanno infatti dovuto (saggiamente per la situazione esistente fino a ieri) sottoscrivere contratti “take or pay” nei quali non solo il prezzo è legato al petrolio ma, per tutta la durata del contratto (generalmente fra i 20 e i 30 anni) si obbligano a pagare tutto il gas oggetto del contratto sia che lo ritirino sia che non lo ritirino perché non ne hanno bisogno e non sanno dove metterlo.

La mancanza di una politica energetica europea e di una rete comune di gasdotti ha fatto il resto: oggi paghiamo il gas cinque volte di più del mercato interno americano e la nostra frammentazione ci rende ancora debolissimi nei confronti dei grandi fornitori. Con le nostre divisioni siamo perciò capaci non solo di mettere a rischio la nostra moneta ma anche di distruggere la nostra economia.

 

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Dati dell'intervento

Data
Categoria
luglio 29, 2012
Italia