L’impressionante errore strategico degli USA, l’Europa divisa: ora non sarà facile fermare i conflitti

“Nessuno è più in grado di fermare le guerre”. Romano Prodi sulla situazione internazionale

Intervista di Gigi Riva a Romano Prodi su L’Espresso del 25 luglio 2014

Il disimpegno Usa, la debolezza 
della Russia, l’assenza dell’Europa e la Cina che pensa solo all’economia. Ormai nessuno sembra capace di arginare 
i conflitti del pianeta e l’opinione pubblica si è assuefatta a queste morti. L’analisi amara dell’ex Premier.

Ormai, dice Romano Prodi, ci siamo abituati ai «morti in abbonamento». Scoppiano i conflitti, In Ucraina, Palestina, Siria, Iraq, l’assuefazione impedisce persino alle opinioni pubbliche di indignarsi. Né si vedono leader in grado di intervenire e risolvere le catastrofi. Dunque «in questo momento della storia l’obiettivo è evitare il peggio». Comportarsi come quel famoso abate che, a chi gli chiedeva cosa avesse fatto durante la Rivoluzione francese, rispondeva: «Sono sopravvissuto». Limitare i danni, non perdere i nervi e la speranza, questo solo si può, a suo avviso, nel mondo frammentato e senza mediatori credibili.

Il professore, 75 anni il prossimo 9 agosto, da presidente del Consiglio e della Commissione europea ha conosciuto pressoché tutti i protagonisti dei Paesi chiave o supposti tali. Quelli che sembrano oggi impotenti davanti alle tragedie.

Professor Romano Prodi, non ci sono più arbitri in grado di risolvere le crisi.

«Il mondo multipolare è molto più difficile da gestire del mondo monopolare. Gli Usa sono ancora la potenza numero uno ma da sola non è in grado di reggere i destini del Pianeta. A causa dell’intervento in Iraq dove ha commesso un errore strategico impressionante. Lì sta l’origine di tutti i successivi guai».

Una sorta di peccato originale?

«Che si sarebbe evitato se in quel momento i Paesi europei contrari alla guerra, Francia e Germania, avessero fatto fronte comune con Russia e Cina. Così non è stato e Bush e Blair hanno avuto via libera».

Da sei anni però alla Casa Bianca c’è Barack Obama. Che aveva promesso un altro approccio. E invece è il grande assente.

«Oggi la situazione è del tutto diversa. Salvo qualche falco, l’America non ha più voglia di fare la guerra. Troppi morti, troppi feriti. Manda i droni, non i soldati ed è un’enorme differenza».

Il disimpegno in Medioriente deriva dal fatto che l’area per Washington non è più centrale perchè stanno raggiungendo l’autosufficienza energetica?

«Sicuramente incide per la disattenzione. A cui si aggiunge la priorità del rapporto di amore-odio con la Cina. Ma il Medioriente per gli Usa non è e non sarà periferico perché il tema della sicurezza di Israele è comunque molto forte».

Allude al potere della lobby ebraica?

«La presenza di Israele è del tutto pervasiva nell’opinione pubblica americana».

Si dice che i vuoti di potere si colmino rapidamente. Ma nessuno ha sostituito gli Usa nel ruolo di mediatore in Medioriente.

«Non è del tutto vero. Basti pensare all’attivismo russo nella crisi siriana. E anche in Egitto dopo il cambio di governo Mosca è stata lesta ad offrire i suoi armamenti».

Al punto da poter dire che si è favoleggiato di G2, Usa e Cina come le sole potenze, mentre è almeno un G3 con la Russia?

«La Russia sconta due debolezze per potersi dire pienamente potenza. Intanto il declino della popolazione. Sono 145 milioni di persone, a metà secolo saranno 105-110 al massimo. E poi campa sul prezzo dell’energia, visto che il suo export riguarda per il 54 per cento il petrolio e per il 17 per cento il gas. Se il costo del barile scandesse sotto gli 85 dollari il Paese andrebbe in bancarotta. Putin lo sa bene. In Italia a novembre quando l’ho incontrato gli ho detto che la Russia deve legarsi all’Europa o alla Cina. Ma non credo che quest’ultimo legame sia facilmente accettabile dall’opinione pubblica russa».

La Cina sembra non voler assumere alcuna responsabilità come gigante geopolitico.

«I leader cinesi, con un certo vezzo, definiscono il loro Paese “in via di sviluppo”. E del resto c’è del vero. Su un miliardo e 300 milioni di persone solo la metà vive nel Ventunesimo secolo. Il Paese è tutto proiettato sulla crescita economica e per il resto sta seduto sulla riva del fiume a osservare gli altri che si accapigliano. Nei giovani la mentalità sta un po’ cambiando. Aumenta l’autostima. Cinque anni fa quando i miei studenti  cinesi mi chiesero di definire in tre parole il futuro del loro Paese io risposi: cresce in modo cooperativo. Pochi mesi fa ho detto la stessa cosa ma non si sono accontentati. Mi hanno fatto presente che l’essere cooperativi non può significare andare a traino degli altri: sono consapevoli che stanno acquisendo dignità di potenza. Bisogna stringere rapporti con la Cina prima che questo aspetto diventi pericoloso».

Non abbiamo ancora pronunciato la parola Europa che le sta sicuramente a cuore.

«È vero e bisognerebbe interpellare il dottor Freud. Fa male al cuore vedere come l’Europa si stia dilaniando nel proprio passato e non guardi al futuro».

Pensa anche lei che siamo nella stessa situazione di un secolo fa, quando poi scoppio la Prima guerra mondiale?

«No. Oggi c’è una consapevolezza dei rischi che allora non c’era perché si veniva da dalla leggerezza della Belle Epoque. I drammi vissuti ci hanno un po’ vaccinato».

Resta il fatto che nelle grandi crisi l’Europa è totalmente assente.

«Perché per parlare con una voce sola bisognerebbe prima consolidare degli interessi comuni. Basta prendere per esempio l’Ucraina. L’Inghilterra non vuole perdere i rubli russi investiti nell’immobiliare e nella City. L’Italia e laGermania hanno i problemi del gas eccetera. Se non conformiamo gli interessi non siamo in grado di difenderli nell’ambito della globalizzazione».

E come si fondano gli interessi comuni?

«Con atti di solidarietà. Bond comuni, eurobond, regolamentazione fiscale sulle imprese armonizzata».

Professore stiamo però disegnando un mondo che non c’è o almeno non c’è ancora. Nel frattempo i conflitti dilaniano il pianeta e la gente muore. Che fare qui ed ora?

«Delle quattro grandi crisi, Ucraina, Iraq, Siria, Israele-Palestina, solo l’ultima mi pare davvero senza soluzione. È una tragedia e non c’è niente da fare. Il povero Kerry ha fatto mille viaggi senza poter concludere nulla. Certo adesso, a causa del passato di Bush, l’America è percepita come un giocatore e non come un arbitro. Ma non è che prima le cose andassero meglio. Non dimentichiamo le difficoltà di Clinton che andò vicino alla soluzione senza raggiungerla. Alla fine cresce una mole di odio spaventosa e ci siamo assuefatti ad avere dei morti in abbonamento. Una rassegnazione che mi causa angoscia. Non dimentico che, era solo ieri, Shimon Peres e Abu Mazen sono andati dal papa a pregare insieme…».

Già ma chi rappresentano?

«Se facciamo questo discorso anche Hamas ha perso molto potere rappresentativo».

E le altre tre crisi?

«Alla fine sull’Iraq una certa unità di azione si potrà trovare. Che una fetta di territorio finisca in mano a dei combattenti islamisti non è pericoloso solo per l’Iraq ma per tutti. Questo problema è comune ai territori del Sahara e del Sahel, dove l’autorità statale è fragile e dove si concentrano le attenzioni dei terroristi. Ogni tanto mi viene di ripensare al fatto che Bush sosteneva di aver fatto la guerra in difesa dei valori cristiani. E proprio in Iraq e in Siria, dove erano una minoranza consistente, sono ora perseguitati. Mosul era una città dove il cristianesimo non solo era tollerato ma era presenza attiva. Siamo davanti a un impressionante arretramento di civiltà. Nei secoli scorsi moschee, sinagoghe, chiese cristiane convivevano negli stessi luoghi».

L’Ucraina era sparita o quasi dalle cronache prima dell’abbattimento dell’aereo.

«Ricordo l’ultimo atto del mio governo. Rifiutammo la proposta di Bush di far enterare Ucraina e Georgia nella Nato e credo fosse una posizione giusta. Sono Paesi che non sono né interamente europei né interamente russi. L’Ucraina o diventa un ponte tra mondi o è finita. Mi sono sempre illuso che potesse prevalere la saggezza. Allo scoppio delle ostilità riflettevamo con Solana e alcuni altri sul fatto che l’unica via di uscita era mettere insieme 15 miliardi di dollari di aiuti all’Ucraina, 5 la Russia, 5 la Ue, 5 gli Usa. Si sarebbe fatto respirare il Paese e poi si sarebbe potuto discutere».

Forse Kiev è l’unico luogo dove gli Stati Uniti si sono impegnati davvero.

«Mancava l’Europa e sono arrivati loro. Inevitabile. Ho sempre pensato che, nella costruzione dell’Europa unita, la politica estera e di difesa saranno gli ultimi passi».
Circolava, tempo fa, l’idea che l’Onu potesse dotarsi di un suo esercito di caschi blu, un contingente stabile a disposizione del segretario generale. Da impiegare, ad esempio, oggi a Gaza.
«Ma oggi sarebbe impossibile in una situazione di potere così frammentata. Vedo difficoltà nell’inviare truppe persino in scenari secondari. Figurarsi a Gaza».

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