Una squadra forte e coesa per rinnovare la politica europea e permettere la crescita

Eurobond e crescita con il gioco di squadra

Articolo di Romano Prodi su Il Messaggero del 6 luglio 2014

E’ sempre rischioso cercare di prevedere il risultato finale di un evento in corso. Ancora più rischioso quando si tratta della politica europea in un momento in cui non sono ancora operativi i nuovi organi e non sono ancora stati digeriti i risultati delle recenti elezioni. Tutti i media parlano di sfide, di un braccio di ferro in corso, di giornate decisive, mentre si tratta ancora di schermaglie e di prese di posizione nelle quali la cosa più importante sembra quella di fare la faccia feroce. Insomma abbiamo più pretattica che gioco.

Per immaginare come si evolverà la situazione riflettiamo quindi un attimo su come stanno le cose oggi e su quali sono gli interessi in gioco.

Il punto di partenza è che l’economia europea non va bene. I dati del secondo semestre sono deludenti. Tutti parlano di ripresa, le speranze sono tante ma la crisi continua, anche se alcuni paesi, come la Germania, se la cavano un po’ meglio, ma solo perché esportano a un livello tale da avere sostanzialmente sostituito la Cina come principale elemento di squilibrio dell’economia mondiale. Lo fanno perché sono bravi e concorrenziali ma questo enorme surplus commerciale costituisce ugualmente un elemento di squilibrio che, unito alla bassa domanda interna tedesca, manda alle stelle l’Euro, con tutti i problemi che ne conseguono.

Seconda osservazione: la politica europea di austerità ha approfondito ed approfondisce la crisi. Si accusa giustamente l’Italia per il cattivo andamento della produttività. Giusto e vero: si può e si deve fare di più per rinnovare un sistema rovinato dall’incapacità di decidere. Tuttavia non ho mai visto in vita mia un aumento della produttività in una situazione di crollo della domanda interna. La produttività non cresce solo lavorando sull’offerta ma anche sulla domanda.

Se vogliamo una ripresa dell’Europa dobbiamo quindi mettere benzina nel motore europeo, cominciando dalla Germania che lo può fare senza problemi, data la bassa crescita e il livello di inflazione nettamente inferiore a tutti gli obiettivi che la Banca Centrale Europea aveva programmato. Certamente l’aumento del salario minimo tedesco è un buon segno in questa direzione ma non è certo una misura risolutiva. Se l’economia europea è anemica, come da tutti riconosciuto, non la possiamo certo guarire con un salasso.

Terza osservazione: non proviamo nemmeno a cambiare sostanzialmente le regole su cui si basa il patto europeo. Sarebbe una sforzo inutile perché poi, alla fine, i debiti vanno pagati. Partiamo invece dalla cose possibili. Esiste un patto europeo per la crescita, presentato da Van Rompuy nel consiglio europeo di fine giugno. Van Rompuy (presidente del Consiglio Europeo e non certo personaggio sovversivo) ha in esso scritto che la crescita è interesse comune europeo e che questo interesse comune può concretizzarsi solo se si mettono in atto investimenti immediati nel campo delle infrastrutture energetiche, dei trasporti, dei nuovi sistemi di telecomunicazioni, della ricerca e dell’istruzione.
Il rapporto non si limita a quest’elenco ma evoca in modo specifico il ruolo delle enormi risorse della BEI e la possibilità di nuovi strumenti finanziari per raggiungere gli obiettivi elencati. Sappiamo che anche la Banca Centrale Europea è pronta ad utilizzare nella stessa direzione tutti gli strumenti che ha a disposizione.

Quarta osservazione.  Anche se non è ancora formalmente in carica abbiamo ora un nuovo Presidente della Commissione che, forte di un voto popolare, potrà facilmente esercitare poteri ben maggiori del suo predecessore. Ebbene Juncker non ha pensieri diversi da quelli di van Rompuy e, in più, si è pronunciato  in favore degli Eurobonds, che sono il più efficace strumento di solidarietà europea e per il completamento di un’unione monetaria che la debolezza della recente leadership europea ha lasciato a metà.

Conclusioni politiche. Le prospettive per un cambiamento progressivo e non conflittuale della politica economica europea esistono e, quasi, sono già scritte. Bisogna solo che i paesi più interessati a questo cambiamento, tra i quali il ruolo dell’Italia si è dimostrato di assoluta rilevanza, portino avanti insieme questa linea, operando in modo costruttivo e aperto col nuovo presidente della Commissione. Minacciare di negare il voto di fiducia a Juncker è inutile e dannoso: inutile perché lo considero già eletto e dannoso perché il ruolo di Juncker è essenziale affinché il cambiamento, necessario e voluto da tanti paesi europei, possa concretizzarsi con la necessaria convergenza.

Come postilla alle conclusioni voglio ripetere ancora una volta che il risanamento del nostro bilancio è impossibile senza la crescita e che un nuovo e più intelligente atteggiamento nei nostri confronti è possibile solo se metteremo rapidamente (molto rapidamente) in atto le riforme programmate.

Il tentativo di distinguere nell’establishment tedesco fra i severi e i concilianti, fra i rigoristi e i flessibili, e fra la Cancelleria, i gruppi parlamentari e la Bundesbank è peraltro uno sforzo vano perché, nella sostanza,tutti hanno agito e agiscono come una sola squadra e, come si è visto nella partita contro la Francia, nella squadra tedesca sono in grado di segnare anche i difensori.

Il rinnovamento della politica economica europea può prevalere solo con un gioco migliore e con una squadra più forte e coesa.

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Dati dell'intervento

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Categoria
luglio 6, 2014
Articoli, Italia