Italia fra Francia e Germania per un’Europa diversa
Articolo di Romano Prodi su Il Messaggero del 15 febbraio 2026
L’Europa si è sempre fondata su un sostanziale accordo tra Francia e Germania. L’Italia, a sua volta, ha costantemente giocato un ruolo determinante nel fare in modo che l’equilibrio fra i due motori dell’Europa potesse essere in linea con le esigenze e gli interessi non solo dell’Italia, ma di tutti i paesi europei. Un ruolo che, solo ad una lettura superficiale, potrebbe sembrare minore, ma che è sempre stato, invece, determinante per permettere all’Unione Europea di superare tanti difficili ostacoli.
Il costante, anche se altalenante, rapporto tra Francia e Germania ha proceduto su un’accettata divisione dei compiti fra i due motori dell’Unione: alla Germania la leadership economica e alla Francia la maggiore responsabilità della politica estera e della difesa.
La guerra di Ucraina e i terremoti trumpiani (nonostante le pezze messe da Rubio a Monaco), hanno improvvisamente mutato questi pluridecennali equilibri.
La Germania, paese che aveva sempre messo in secondo piano le spese militari, ha radicalmente cambiato la sua politica. In un giorno solo e con uno spirito di condivisa adesione interna, ha moltiplicato il bilancio della difesa che, oggi, non ha paragone in alcun altro paese europeo. Non vi è alcuna possibilità di confronto nemmeno con le spese militari francesi. A questi cambiamenti così radicali si sono accompagnate le dichiarazioni del cancelliere Friedrich Merz che vedono in una poderosa capacità militare nazionale il futuro della Germania, anche se a Monaco ha doverosamente sottolineato che l’Europa dovrà diventare una potenza politica.
Il forte aumento delle spese militari europee è peraltro una prevedibile conseguenza della chiusura dell’ombrello americano, in assenza del quale l’Europa è costretta a riorganizzare radicalmente il proprio sistema di difesa.
Data l’attuale mancanza di una politica militare condivisa, le decisioni dipendono quindi dagli interessi e dalle risorse nazionali.
Di conseguenza, se non accadono fatti nuovi, la tacita divisione del lavoro tra Francia e Germania non può funzionare in futuro come ha funzionato in passato.
In primo luogo, anche se si è raggiunto qualche progresso nelle cooperazioni internazionali, la produzione dei nuovi armamenti si dirige quasi esclusivamente verso il paese che ne sostiene la spesa. Domanda e offerta nel settore militare sono infatti in mano ai governi. Un processo che si sta ulteriormente accentuando in Germania dove, a causa della chiusura del mercato americano e della crescente presenza cinese, l’industria tedesca è spinta, con generale approvazione, a trovare nella produzione militare la domanda necessaria per alleviare le conseguenze delle tante crisi aziendali, a cominciare dal settore automobilistico. A tutto questo si aggiunge che in Germania, seppure in modo ancora sussurrato, aumentano le riflessioni e i dibattiti sul futuro degli armamenti nucleari europei che, dopo la Brexit, sono totalmente in mano francese.
Tutto questo ha turbato gli esistenti equilibri tra Francia e Germania, ulteriormente accentuati da forti divergenze non solo riguardo al debito comune, ma anche nei confronti del gigantesco progetto di collaborazione nell’aereo da combattimento della nuova generazione.
Non si tratta di una rottura, ma di una crescente difficoltà nel mantenere gli equilibri passati in una situazione radicalmente cambiata. Da parte francese si fa orgogliosamente presente che, allo stato attuale, il proprio sistema di difesa non solo può contare sull’arma nucleare, ma gode di un’indiscussa superiorità nella maggior parte delle tecnologie più avanzate.
Si tratta di una perfetta descrizione della situazione presente ma, dati i cambiamenti, è difficile pensare che gli equilibri potranno essere gli stessi alla fine del decennio in corso. A Monaco, pur nei limiti e nelle ambiguità sulle conseguenze concrete di questi solenni incontri, si è finalmente aperta la prospettiva di un dialogo sul futuro del nucleare europeo.
Non sarà tuttavia facile trovare un accordo, nonostante Macron continui a ripetere che l’arma nucleare francese sarà sempre usata per proteggere “i nostri alleati”. Su questo proposito non vi è alcun dubbio, ma la differenza fra chi ha il potere di prendere le decisioni e chi questo potere non ha, sono rilevanti.
La politica interna francese non ha infatti offerto, almeno fino ad oggi, alcuna prospettiva di portare a livello europeo le prerogative che la Francia ha ereditato in quanto appartenente al gruppo dei paesi vincitori nel secondo conflitto mondiale.
Solo una settimana fa avevamo salutato con sincera approvazione la decisione tedesca di appoggiare il passaggio dall’unanimità alla maggioranza qualificata proprio perché questo passaggio avrebbe facilitato le grandi decisioni europee. In un quadro così mutato si corre invece il rischio che questa corretta decisione possa raggiungere l’obiettivo opposto: permettere alla nazione più forte, la Germania, di assumere un ruolo dominante, rafforzato dal sostegno dei paesi ad essa legati.
A questo punto diventa essenziale che l’Italia corregga la sua recente politica e ritorni finalmente a giocare il suo ruolo tradizionale di mediatore attivo nel favorire la necessaria cooperazione tra Francia e Germania.
Naturalmente a condizione che l’Italia condivida ancora, come in passato, la ferma convinzione che il nostro destino dipende esclusivamente dal ruolo che l’Europa sarà in grado di giocare per il futuro di tutto il pianeta.

















