Israele – Iran: soffre l’economia, ma di più la politica
Soffre l’economia, ma di più la politica
Articolo di Romano Prodi su Il Messaggero del 02 marzo 2026
Nel terribile quadro della guerra mondiale “a pezzi”, profetizzato da Papa Francesco, è cominciato in Iran un “pezzo” molto pericoloso e gravido di conseguenze.
Non tanto per il confronto militare, dato che la superiorità di Israele è fuori discussione e l’offensiva contro Teheran è stata preparata per anni, in modo sistemico e minuzioso. Un’azione militare che attendeva solo il semaforo verde americano per essere messa in atto.
Posso darne testimonianza diretta ricordando l’incontro bilaterale fra Italia e Israele avvenuto nel lontano 2007. Con l’allora primo ministro israeliano Olmert esaminavamo con amicizia e diligenza tutti i passi necessari per rendere possibile una tollerabile convivenza fra i ebrei e palestinesi.
Con Benjamin Netanyahu, allora capo dell’opposizione, il colloquio è stato invece molto più semplice. Chiedeva all’Italia un’unica cosa: fare pressione sul presidente americano G.W. Bush perché autorizzasse Israele a bombardare Teheran.
Oggi Netanyahu ha raggiunto il suo obiettivo. L’unica incognita è quanto tempo dureranno i bombardamenti e se questi saranno sufficienti per piegare il regime iraniano. Il cambiamento può essere infatti garantito solo con l’invio di truppe di terra che né gli israeliani né gli americani possono e vogliono mettere in atto. In Iran abbiamo infatti un regime che, pur in presenza di ripetute rivolte popolari, è rimasto indiscusso padrone del paese per quarantasette anni e tuttora controlla con estrema durezza la vita di ogni cittadino. Certamente l’uccisione della Guida Suprema, attuata con un’operazione di incredibile dimostrazione di efficienza, apre un problema di successione che, dopo un possibile periodo di instabilità e di incertezza, potrebbe andare in porto. Non si tiene però presente che non è stato ucciso un semplice leader politico, ma la suprema autorità religiosa di 70milioni di Sciiti iraniani.
A tutte queste difficoltà si aggiunge il fatto che in Iran non esistono forze di opposizione organizzate e nemmeno un possibile leader di opposizione. Ben difficilmente gli Stati Uniti potranno quindi decidere la successione, come è avvenuto in Venezuela e come lo stesso Trump ha dichiarato di voler fare.
In questo quadro nasce l’interrogativo sulle ragioni per cui Trump, a differenza di G. W. Bush, non solo abbia permesso, ma abbia voluto e sostenuto l’attacco bellico nei confronti dell’Iran. Le ragioni più plausibili, fino ad essere ovvie, sono di politica interna e trovano le radici nelle recenti difficoltà riguardanti l’opposizione della Corte Suprema alla politica dei dazi, l’aumento del costo della vita, le inquietudini di una parte del Partito Repubblicano e i torbidi risvolti dell’affare Epstein.
Non è comunque particolarmente utile soffermarci su questi aspetti quanto è importante riflettere sulle future conseguenze politiche di questa sempre più stretta alleanza fra Israele e Stati Uniti che, di conseguenza, comporta una crescente presenza militare americana in Medio Oriente. Tutto questo mentre la dottrina di Trump era proprio l’opposto: chiudere con tutte le guerre che i suoi predecessori avevano aperto.
Le conseguenze di tutto questo saranno pesanti. Non a causa della proclamata chiusura dello stretto di Hormuz, dato che gli iraniani non hanno gli strumenti militari per metterla in atto. Vi sarà probabilmente un temporaneo aumento del prezzo del petrolio, ma i mercati mondiali vedranno prevalere l’offerta sulla domanda.
I grandi produttori si sono infatti dichiarati pronti ad aumentare le consegne e la Cina continua a rallentare la propria domanda per effetto della minore crescita economica e, soprattutto, della diffusione dell’automobile elettrica. Pur partendo da queste osservazioni riguardo al petrolio, bisogna tuttavia tenere presente che, come avvenuto nel caso della guerra di Ucraina, le inquietudini generate dai conflitti bellici non contribuiscono certo al miglioramento dell’economia globale.
Conseguenze più gravi accadranno nel quadro politico, con una crescente tensione in tutto il Medio Oriente, destinato a divenire la più instabile area di frizione fra le due maggiori potenze mondiali.
Da un lato l’Iran è infatti tradizionalmente legato alla Russia con uno stretto rapporto di collaborazione militare mentre, da un punto di vista economico, la Cina ha progressivamente sostituito l’Occidente nei rapporti con l’antico impero persiano.
L’irruzione americana in un’area che costituiva un presidio fondamentale per la Russia e per la Cina non può che provocare nuove turbolenze.
L’interrogativo politico più pesante, e certamente portatore di gravi conseguenze, riguarda la possibilità che un’area totalmente islamica, anche se con le pesanti differenze fra Sciiti e Sunniti, possa accettare una leadership totale ed assoluta da parte di Israele. Vi potranno essere, e me lo auguro profondamente, accordi e compromessi fra Israele, l’Arabia Saudita e i vari governi del Golfo, ma il senso di umiliazione e di rivalsa a livello popolare non potrà che aumentare.
Abbiamo avuto in passato troppi casi nei quali gli squilibri militari e politici, cresciuti senza alcuna mediazione, hanno portato a ripetuti episodi di terrorismo. Se non nascerà un momento di mediazione assisteremo quindi a una progressiva destabilizzazione dell’area del Golfo e a un ritorno del terrorismo che tanto tragicamente abbiamo subito in passato. Sarebbe ovvio concludere che proprio l’Europa dovrebbe avere la possibilità e l’interesse di esercitare un ruolo di mediazione. Questo logico obiettivo, a causa delle nostre divisioni e dell’avversione di Trump nei confronti dell’Europa, non può essere nemmeno immaginato. Il presidente americano, quando già ogni cosa era stata decisa, si è infatti limitato a dare una frettolosa telefonata al cancelliere tedesco e ad altri leader europei, fatta naturalmente eccezione per la pur devota Italia che, ironia della sorte, ha visto il suo ministro della difesa confinato a Dubai come logica conseguenza del mancato avvertimento.
















