“European Table 2.0”: la grande missione della Presidenza Italiana UE

Stallo a Bruxelles. Perchè l’Italia è obbligata a orientare il futuro UE

Articolo di Romano Prodi su Il Messaggero del 20 luglio 2014

Era già noto che i tempi dell’entrata in funzione delle nuove istituzioni europee sarebbero stati lunghi, sia per l’oggettiva difficoltà di un accordo che deve essere condiviso da ventotto paesi, sia per le complicate procedure adottate.

Le norme europee avevano infatti stabilito che la nuova commissione iniziasse il suo mandato solo il primo novembre ( cinque mesi dopo le elezioni) e il nuovo consiglio europeo addirittura nel mese successivo. Il semestre italiano avrebbe avuto quindi piena efficacia per un limitatissimo periodo di tempo, tanto da essere difficilmente definito come un vero semestre.

Avevamo tuttavia aggiunto che, in situazione normale, la presidenza italiana ne avrebbe sofferto ma che, in caso di circostanze straordinarie, essa avrebbe potuto assumere un grande potere, essendo per definizione il punto di riferimento della politica dei paesi europei.

Le cose si sono ulteriormente complicate in questi giorni perché le circostanze drammatiche sono purtroppo arrivate in abbondanza ma, nonostante questo, non si è trovato nemmeno l’accordo sul nome del Ministro degli Esteri dell’Unione. Anche se dal punto di vista strettamente giuridico questo non dovrebbe portare gravi conseguenze dato che il nuovo Rappresentante ( così infatti si chiama il Ministro degli Esteri ) avrebbe assunto potere formale solo fra qualche mese, il messaggio che nasce da questo mancato accordo è tuttavia sconfortante. E’ infatti chiaro che, anche di fronte ai drammatici eventi dell’Ucraina e del Medio Oriente, l’Europa si presenta divisa e incapace di assumere un qualsiasi ruolo.

Ammesso che il 30 agosto veda realizzarsi l’accordo che è mancato nei giorni scorsi, quanto è avvenuto a Bruxelles non è certo una buona premessa nemmeno in vista della nomina dei futuri commissari. I ventotto commissari, proposti dai diversi paesi, dovranno essere infatti votati da un Parlamento che, desideroso di affermare le proprie prerogative, ne boccerà certamente qualcuno, rendendo in tale modo necessari ulteriori voti di fiducia.

Il mancato accordo di questi giorni rende ancora più difficile il già complesso lavoro di preparazione delle future decisioni.

La presidenza italiana è a questo punto chiamata a porre fine a questa paralisi, preparando con cura, con energia e con la più ampia adesione possibile le grandi decisioni dei vertici di fine d’anno.

Come quasi sempre avviene, sono le circostanze ad indicare la strada da percorrere. Oggi nell’Unione Europea, oltre alla Presidenza Italiana, esiste un unico punto di riferimento ed è il futuro presidente della Commissione. Juncker ha già esposto una prima parte del suo programma, proponendo di mobilitare cento miliardi di Euro per ciascuno dei prossimi tre anni, in modo da aiutare il superamento della crisi. Cento miliardi all’anno per l’intera Europa sono davvero pochi ma costituiscono tuttavia un messaggio di un positivo cambiamento di direzione.

Ricordo a questo punto che, nelle istituzioni e nella tradizione europea, la Commissione è l’istituzione deputata a fare le proposte politiche e ad aggregare la società civile nella formazione delle proposte stesse. Le grandi decisioni (dal mercato interno in poi) sono tutte nate attorno a un progetto costruito sulla collaborazione tra la Commissione e le forze politiche e sociali dei paesi dell’Unione.

Se alla presidenza italiana interessano non le poltrone ma le politiche (pur avendo le poltrone una certa importanza) vi è una grande missione da compiere nelle prossime settimane: essere di stimolo e di aiuto a Juncker nel consultare ed aggregare le forze produttive più dinamiche della società europea, in modo da arrivare ad una proposta condivisa di uscita dalla crisi. Se, seguendo la moda, vogliamo per forza dare un nuovo nome a questo collaudato processo di consultazione della società civile chiamiamolo pure “European Table 2.0”.

L’Europa non può attendere e deve funzionare subito. Non possiamo aspettare la completa formazione delle istituzioni per preparare le decisioni più urgenti ed importanti. Ci siamo proposti di costruire un’Europa più efficiente e con un contenuto democratico più alto. Lo dobbiamo fare aggregando alle Istituzioni europee ancora in fieri la società civile, in modo da preparare un vertice d’autunno capace di decisioni forti e non solo di compromessi provvisori.

Il Presidente della Commissione deve avere in mano un progetto robusto e condiviso. La Presidenza Italiana ha la possibilità ed anche il dovere di aiutare l’elaborazione di questo progetto, dando un contenuto propositivo a questo periodo di vuoto che si è ulteriormente aggravato col mancato accordo di Bruxelles. Non dimentichiamo, tra l’altro, che Juncker (PPE) e Renzi (PSE) sono i rappresentanti delle due maggiori forze politiche europee: la loro collaborazione può portare grandi frutti.

Resta chiaro che, solo operando in questa direzione, l’Italia potrà trasformare in opportunità le grandi difficoltà del particolare semestre in cui le è toccato di operare. Cerchiamo di cogliere quest’occasione oggi perché il prossimo turno di Presidenza ci toccherà solo fra quattordici anni.

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