L’Islam non può essere affrontato scegliendo di volta in volta gli amici e i nemici

Stati Uniti e Islam, dividere non serve

Articolo di Romano Prodi su Il Messaggero del 06 maggio 2012

Sono molto difficili da capire, e quindi ancora più difficili da spiegare, le ragioni e i modi con cui si è espressa l’ormai eterna tensione  fra il mondo islamico e il mondo occidentale. Una tensione che si è soprattutto materializzata in ripetuti scontri fra gli Stati Uniti d’America e il mondo musulmano, i cui rappresentanti più radicali vedono negli Usa il simbolo della modernità che più è lontana dalle proprie radici.

Per tentare di chiarire gli aspetti fondamentali del problema ricordiamo come il mondo islamico non sia affatto omogeneo e compatto ma, come accade nell’ occidente, esso è profondamente diviso da ideologie ed interessi.

La grande divisione passa tuttavia tra Sciiti e Sunniti, sempre ed eternamente in guerra fra di loro. Gli Sciiti, forti soprattutto in Iran, Iraq, nel Sud del Libano e in Bahrein, rappresentano circa il 20% del mondo islamico mentre la grande maggioranza appartiene al mondo sunnita, che si estende dall’Indonesia fino alle sponde atlantiche dell’Africa. Sempre in lotta fra di loro queste due grandi correnti religiose hanno entrambe al loro interno una forte componente estremista che vuole riportare non solo i propri paesi ma il mondo intero alla purezza delle origini. Negli ultimi decenni lo strumento principe per raggiungere questo obiettivo, sia all’interno che all’estero ma forse più all’interno che all’estero, è stato il terrorismo. Un terrorismo più accentrato e coordinato da parte sciita e un terrorismo più frazionato da parte sunnita dove, non per caso, il più importante gruppo di coordinamento, si chiama Al-Qaeda, cioè la cupola.

Negli ultimi decenni la strategia americana è stata quella di combattere separatamente i due mondi islamici, rafforzando di volta in volta il polo alternativo.

La lunga e sanguinosa guerra contro il potere sunnita irakeno ha prodotto l’esito quasi drammatico per gli americani di trasformare l’Iran in una grande potenza regionale e di porre le basi per un possibile impero sciita che non solo comprende Iran e Iraq ma che estende la sua influenza fino in Siria e nella parte di Libano controllata dagli Hezbollah.

La politica americana si è spostata allora contro gli sciiti, in modo da impedire  che la Siria ed il mondo che le sta attorno possa fare fronte comune con l’Iran, divenuto nel frattempo il nemico numero uno. Una strategia appoggiata non solo da denaro saudita ma anche dal concreto sostegno militare di Egitto e Turchia ai siriani che si ribellano contro la dittatura di Assad.

Questa politica proseguirà probabilmente fino al momento in cui vi sarà un cambiamento di regime in Siria in modo da isolare l’Iran da tutti i suoi attuali alleati, anche se la situazione economica e politica americana rendono molto improbabile un  attacco militare diretto, almeno fino al giorno delle elezioni.

Dopodichè il problema si sposterà di nuovo verso il mondo sunnita, diventato nel frattempo molto più forte ma con una crescente presenza del radicalismo sunnita-salafita in molti paesi ( a cominciare dall’Egitto) e con un pericoloso vuoto di potere nella Libia sconvolta dalla guerra.

Non credo però che questo pendolarismo americano durerà all’infinito perché nel frattempo la Cina ha cominciato una politica a tutto tondo con il mondo islamico, costruendo legami economici e politici in tutte la direzioni. Un rapporto stretto con l’Iran ma anche con i nemici dell’Iran, con le minori rigidità possibili e senza alcuna presa di posizione riguardo alle caratteristiche istituzionali ed alle scelte politiche dei governi in carica.

Gli esempi in materia potrebbero essere tanti ma è sufficiente citare il caso del Sudan, paese verso cui la Cina ha sempre avuto rapporti intensi ed eccellenti. Ciò non toglie che, dopo la divisione del paese in due, il governo cinese abbia adottato una politica di altrettanta collaborazione con il nuovo stato del Sud Sudan. Una politica che si è subito concretizzata con un viaggio a Pechino dove il presidente Salva Kir è stato accolto con tutti gli onori.

Si può a questo proposito ribattere che è più facile mettere in atto una politica globale se non si va tanto per il sottile sul livello di apertura e di democrazia dei paesi con cui si deve costruire un rapporto. E’ questa un’argomentazione importante ma assai fragile perché la lettura della storia mette radicalmente in dubbio che l’opzione democratica sia stata la guida della politica americana, costretta dagli interessi economici e dai problemi politici interni a usare diversi pesi e diverse misure nelle complesse circostanze in cui si è trovata ad agire.

E’ quindi auspicabile che l’attuale maggiore prudenza di Obama nei rapporti col mondo islamico non sia solo la conseguenza dei limiti militari ed economici in cui si trovano gli Stati Uniti ma derivi  dalla constatazione che il difficile rapporto con l’Islam non può essere affrontato scegliendo di volta in volta gli amici e i nemici ma con una capacità di visione complessiva che è finora mancata alla politica americana.

Romano Prodi

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Dati dell'intervento

Data
Categoria
maggio 6, 2012
Italia