Prodi da Parigi: “Dopo una emozione comune occorre subito un’azione politica comune”

“Non c’era rabbia né paura ma un’immensa speranza”

Intervista di Mario Ajello a Romano Prodi su Il Messaggero del 12 gennaio 2015

La storica manifestazione parigina raccontata dall’ex presidente della Ue “Abbiamo dato una risposta corale ora però si trovi una politica comune”
Una giornata storica. In un set, che è quello di Parigi, assai adatto per i suoi spazi e per la sua storia a questa oceanica adunata popolare e istituzionale. Tra le personalità presenti alla manifestazione, su invito del governo francese e in virtù dei ruoli internazionali che ricopre e dell’influenza che esercita, anche Romano Prodi.
Prima l’ex presidente dell’Unione Europea è stato da Hollande all’Eliseo, e poi eccolo alla “marcia repubblicana” che è diventata, per le sue dimensioni e per il suo significato, un colpo d’occhio assai impressionante.

E’ così, professore?

“lo che ero lì dentro, sia pure in una zona riservata e non mescolato tra la folla, credo di avere avuto una panoramica meno esatta di quella che si è potuta vedere nelle televisioni di tutto il mondo. Ma il senso dell’immensità della cosa era naturalmente palpabile. Il passaggio in pullman dall’Eliseo al luogo della manifestazione, che ha avuto il suo epicentro in PIace de la République, ma era diffusa dappertutto, èstato una bella traversata in mezzora in un mare infinito di persone“.

Si aspettava una manifestazione proprio  così?

“Mi è sembrata diversa da quelle a cui siamo abituati. E la diversità stava proprio nel fatto che era impossibile concentrare in un luogo preciso tutta questa gente. E infatti la folla tracimava ovunque”.

Il senso politico di tutto ciò, secondo lei, qual è?

“Quello della speranza”.

Non quello della rabbia e neppure quello della paura?

“Non c’erano questi due sentimenti. C’era semmai la consapevolezza di voler dare una risposta corale – sia pure nel silenzio perché è stata una manifestazione silenziosa e in questo modo ci siamo voluti sentire vicini ai francesi – al gravissimo tema della sicurezza e della libertà nelle nostre città e nel mondo intero”.

Perché lei parla di speranza a proposito di questo corteo?

“E’ la speranza di tradurre questa giornata di emozione in un’azione politica comune. Bisogna che ci sia un cambiamento forte nelle politiche europee e mondiali e mi auguro che saremo capaci tutti insieme di fare questo salto”.

Dalla compostezza popolare e istituzionale mostrata ieri all’urgenza politica di agire da stamattina?

“Sì, e vedere fianco a fianco tanti leader è una buona immagine da cui ripartire in un’opera tutt’altro che facile e per la quale finora non è stato fatto abbastanza. Ma ieri a Parigi ci stavano tutti, l’attuale presidente francese Hollande e i suoi predecessori come Sarkozy e Jospin; il ministro degli Esteri russo, Lavrov, quello algerino e tanti altri rappresentati degli Stati africani, i cinesi, gli israeliani, i palestinesi. E ancora: Merkel, Cameron, Renzi, l’emiro del Qatar, re Abdullah II di Giordania, Netanyahu e Abu Mazen in prima fila e potrei continuare a lungo. Moltissimi non li ho neanche visti dal settore in cui stavo io”.

Come giudica l’assenza, in questa adunata di popoli, di Paesi ed i partiti politici, di Marine Le Pen e degli esponenti del Front National?

“Non ho seguito la vicenda. Non so se sono stati gli altri ad escludere i lepenisti o sono stati loro a non volerei essere”.

L’ha colpita qualche cartello in particolare?

“Mi ha colpito vedere i cartelli alle finestre delle case e le bandiere appese. E’ la riprova che questo della libertà e della sicurezza e della gestione delle crisi del mondo è un problema che prende tutti. Avevi la netta impressione, partecipando a questa giornata, che tutti in maniera uguale e nello stesso momento stiano condividendo la preoccupazione“.

Adesso da dove bisogna ricominciare?

“Dalla constatazione che tutte le grandi potenze sono ugualmente allarmate e bisogna coinvolgerle tutte e trattare a vasto raggio sullo scacchiere del mondo, anche con leader fino ad ora considerati intrattabili. Di fronte a un pericolo comune, perché la sciagura del terrorismo minaccia con uguale intensità non solo l’Europa ma anche la Russia, gli Stati Uniti, la Cina, è possibile una politica comune.

E le posizioni molto responsabili, espresse per esempio dal presidente egiziano al-Sisi, mi sembrano molto interessanti per reimpostare la lotta al terrore. Non basta avere soltanto, tra gli Stati, una emozione comune e una posizione comune. Occorre subito anche un’azione comune “.

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Dati dell'intervento

Data
Categoria
gennaio 12, 2015
Interviste