Un accordo politico fra tutte le grandi potenze deve precedere l’azione militare contro l’ISIS

Prodi: l’Europa non c’è, vincono gli interessi nazionali

Intervista di Nando Santonastaso a Romano Prodi su Il Mattino del 21 novembre 2015

In quell’albergo di Bamako era sceso spesso anche lui, Romano Prodi, inviato dell’Onu in una delle zone più calde dell’Africa. «L’ultima volta circa un anno e mezzo fa – ricorda il Professore -: ce ne sono solo due nella capitale del Mali, quello preso d’assalto ha sempre ospitato non solo viaggiatori ma anche delegazioni diplomatiche, equipaggi di aerei francesi, funzionari di altri Stati. Alberghi un po’ particolari, insomma, dove si tengono anche convegni».

Ha mai avvertito il pericolo, Professore?

«Guardi che ogni volta che sono arrivato lì c’erano sempre camionette e blindati di guardia all’albergo, con cannonicini davanti e dietro. La sicurezza era evidente, i controlli molto forti».

C’erano solo soldati del Mali di guardia?

«No, mi sembra di avere notato anche personale delle Nazioni unite».

Lei non è rimasto sorpreso dell’attacco terrorista?

«No, purtroppo. La situazione del Mali è da tempo al centro di una serie di allarmi e di preoccupazioni a dir poco fondati. Nell’area del Nord del Paese, tra Timbuctu e Kigali il controllo non è delle forze armate del Paese. Il territorio è nelle mani di chi capita. Le città sono in mano ai francesi ma da quando è cominciata la calata dal Nord del Paese i rischi sono aumentati sensibilmente. Ecco perché l’attacco all’albergo non è stato per me una novità».

Lei ne aveva parlato anche con l’allora presidente dell’Egitto, Morsi: che cosa le aveva detto?

«Morsi, che era contro l’intervento francese, mi spiegò che la sua preoccupazione era che i terroristi del Sahel si unissero con quelli del Sinai: vedeva già in quel momento un legame».

Vuol dire che c’è una regia unica dietro gli attacchi terroristici in Europa e in Africa?

«Non consideriamo questi episodi come interamente staccati tra di loro. Può darsi che ognuno abbia preso l’iniziativa ma c’è certamente un coro che li guida. Forse non una regia unica ma qualcosa che lega i vari gruppi secondo me esiste».

Possibile, Professore, che dopo il massacro di Parigi l’intelligence francese non abbia saputo prevenire neanche l’attacco all’albergo?

«Può darsi che qualcosa anche in questo caso non abbia funzionato, che ci siano state delle inefficienze. Ma lei crede davvero che sia possibile prevenire situazioni come questa quando mezzo Paese è in mano al terrorismo? Appena ho letto le notizie dell’assalto il mio primo pensiero è stato proprio questo: quando uno Stato è in queste condizioni ci si deve aspettare di tutto».

Parliamo della risposta europea al terrorismo: ieri i ministro Ue dell’Interno e della Giustizia hanno deciso di rafforzare i controlli alle frontiere e di non fare eccezioni nemmeno per i cittadini comunitari: che ne pensa? È il primo passo per rivedere uno dei capisaldi dell’Unione europea, ovvero la libera circolazione?

«In tutta sincerità io speravo di leggere ben altro. E cioè che si desse la priorità ad un aumento della cooperazione tra polizie e servizi di intelligence dei vari Paesi. Credevo, e resto della mia idea, che fosse proprio questo l’obiettivo primario. Leggendo la stampa francese, leggendo tutto quello che tragicamente è accaduto a Parigi si è rafforzata la convinzione che la criticità più grave era soprattutto una: la mancanza di uno stretto coordinamento tra le forze di polizia e i servizi di informazione. E pensavo che sarebbero arrivate subito le risposte più urgenti e necessarie».

E invece…

«E invece mi pare che siamo ancora prigionieri del fatto che la sicurezza nazionale si difenda di più isolandosi che non collaborando con gli altri Paesi dell’Unione».

In altri tempi questa reazione avrebbe dato ulteriore fiato ai movimenti nazionalisti e populisti che cercano di erodere il senso dell’Europa unita.

«In questa fase nessuno può peggiorare la situazione. Piuttosto io vedo la possibilità, proprio adesso, di una riflessione seria da parte di tutti e non giochini personali. Certamente osservo anche io che sono le politiche nazionali a guidare l’Europa e la cosa non può rallegrare chi ha lavorato per costruire l’unità del continente. Diciamo la verità, il ruolo dell’Europa è stato fin qui inesistente».

Lei ritiene necessaria o inutile una missione militare internazionale contro il Califfato che preveda anche un intervento di terra?

«Solo per discutere di questo tema occorrerebbe un’intervista a parte. La riflessione più immediata è che su questo problema della Siria è inutile inventare cose nuove. Ci vuole una forte collaborazione tra le grandi potenze, dopo di che il Califfato si sconfigge in fretta. Per questo la Russia è fondamentale. Del resto basta vedere la cartina geografica con tutti i pozzi di petrolio da cui il Califfato prende i soldi o seguire attraverso Google i camion e le autocisterne che trasportano il greggio per avere unì’idea di dove intervenire. Quindi il problema non è se serve o meno un’azione militare anche di terra: la priorità è la ricerca di un accordo politico che è il presupposto fondamentale di ulteriori interventi. Perché questi possano avere una qualche probabilità di successo è necessario che siano sorretti da quell’intesa».

In Italia, e non solo, c’è chi discute se è proprio necessario mantenere da parte della Chiesa l’impegno per il Giubileo: lei crede che siano preoccupazioni eccessive, professore?

«Ma stiamo scherzando? Non si può nemmeno pensare di sospendere il Giubileo: ma cosa diremmo, che l’anno santo della Chiesa cattolica dipende dal terrorismo islamico?».

Molte iniziative sono state annunciate dai musulmani che vivono in Italia: marce, preghiere, mobilitazioni. È un segnale incoraggiante, Professore?

«La mobilitazione degli islamici è sicuramente incoraggiante. Vediamo se sarà seguita da atteggiamenti dello stesso spessore e non si limiti a un momento solo e poi basta».

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Dati dell'intervento

Data
Categoria
novembre 21, 2015
Interviste