L’Europa è il maggior freno dell’economia: deve sollevarsi da sola cambiando politica

Scelte sbagliate – L’economia mondiale frenata dall’Europa 

Articolo di Romano Prodi su Il Messaggero del 12 ottobre 2014

Le vicende dell’economia mondiale sono sempre state in movimento ma, negli ultimi tempi, si sta esagerando. E non nella direzione giusta. Pochi mesi fa i nuovi protagonisti (i così detti BRICS) trascinavano uno sviluppo che sembrava senza fine e i produttori di energia e di materie prime alimentavano la spinta dell’economia del pianeta. Oggi i prezzi delle materie prime stanno sistematicamente scendendo e il prezzo del petrolio addirittura precipitando. Nello scorso mese di giugno era di 115 dollari al barile e le previsioni quasi unanimemente rivolte verso l’alto. Oggi balla intorno ai 90 dollari e non si sa quando la discesa si fermerà. Il cattivo andamento della congiuntura mondiale ha infatti abbassato ovunque la domanda attuale e le prospettive della domanda futura mentre la produzione degli Stati Uniti continua a crescere in modo inarrestabile. Dal 2008 a oggi essa è aumentata di 4 milioni di barili al giorno e le importazioni dai Paesi OPEC si sono più che dimezzate: siamo ormai prossimi al momento in cui gli Stati Uniti saranno autosufficienti nel petrolio ed esportatori di gas naturale.

Come conseguenza la crescita americana si sta irrobustendo e il dollaro, anche in questo caso contro la maggioranza delle previsioni, si è progressivamente rafforzato nei confronti dell’Euro e delle altre maggiori valute internazionali. Queste sono le uniche notizie positive del terremoto economico mondiale.

Le prime vittime di questi sommovimenti sono naturalmente i grandi esportatori di energia e materie prime. I Paesi del Golfo ed in particolare l’Arabia Saudita possono affrontare questa prospettiva con una certa tranquillità ma non è la stessa cosa per la Russia che, negli ultimi anni, ha fortemente aumentato la spesa pubblica e che, in caso di un proseguimento della caduta del prezzo del petrolio, si troverà di fronte a difficoltà del tutto impreviste. Le esportazioni russe si fondano infatti soprattutto sull’esportazione di energia che, fino ad ora, ha fornito le risorse necessarie per l’importazione dei beni alimentari e dei prodotti industriali indispensabili.

Questi nuovi eventi e le tensioni commerciali conseguenti alle vicende dell’Ucraina hanno annullato le positive prospettive di crescita russa e fatto crollare le sue importazioni, così come le inquietudini politiche e sociali, unite alla già ricordata crisi del mercato delle materie prime, hanno volto verso il peggio le prospettive del Brasile. Dall’altra parte del mondo la nuova politica giapponese del primo ministro Abe, che sembrava finalmente invertire il lungo processo di deflazione, è ritornata in una fase critica perché l’aumento delle imposte indirette, pur necessario dato l’enorme debito pubblico, ha fatto crollare i consumi e, insieme a questi, la crescita.

Nonostante i punti interrogativi riguardo ad una possibile bolla immobiliare e alle sue negative conseguenze sulla solidità del sistema bancario, l’economia cinese mantiene per ora lo sviluppo previsto ma questo non è certo sufficiente per riportare l’economia mondiale verso prospettive tranquillizzanti.

Soprattutto a causa dell’Unione Europea, che va di male in peggio. Fatta eccezione per la Gran Bretagna siamo entrati in una situazione di vera e propria deflazione.

Fra pochi giorni saranno pubblici i dati che dimostreranno che anche la Germania avrà un secondo trimestre con il PIL negativo, per cui la sua miracolosa economia entrerà anche formalmente tra quella dei Paesi in recessione. Nemmeno la svalutazione dell’Euro nei confronti del dollaro è sufficiente per sostenere le esportazioni tedesche: i mercati internazionali si sono troppo indeboliti per assorbire la produzione che non trova sbocco nel mercato interno.

In questo quadro la possibilità che il buon andamento delle economie anglosassoni sia sufficiente per trascinare la crescita europea è pari allo zero. L’Europa deve sollevarsi da sola e lo può fare solo cambiando politica.

Ci aspettiamo certo che la BCE proceda a mettere in atto le misure espansive annunciate, acquistando titoli e creando nuova moneta fino a raggiungere almeno il tasso di inflazione prefissato al 2%. Sappiamo tuttavia che anche quest’obiettivo da tempo annunciato si presenta arduo a causa delle crescenti resistenze tedesche e sappiamo anche che le misure della BCE, pur essendo necessarie, non sono sufficienti.

È urgente quindi che la Germania metta in atto una politica anticiclica nel senso più elementare e classico del termine, con un programma di rilancio degli investimenti pubblici e privati,abbandonando l’obiettivo del pareggio del bilancio, obiettivo che non ha alcun senso in un Paese che ha un modesto debito pubblico e un tasso di inflazione pari a zero.

Da mesi questa elementare richiesta viene ripetuta non solo da pericolosi Keynesiani ma è fatta propria anche dai più ortodossi economisti americani e britannici. Finora tutte queste raccomandazioni sono state inutili: speriamo che l’evidenza di una probabile pesante crisi tedesca obblighi al ripensamento della politica fino ad ora perseguita.

Poco oggi ci si può aspettare da Bruxelles, ancora immersa nelle infinite procedure del passaggio di potere dal vecchio al nuovo Parlamento e dalla vecchia alla nuova Commissione. Ci auguriamo tuttavia che Juncker stia preparando progetti concreti per gli investimenti già da tempo annunciati. È bene tuttavia essere chiari: dato il peggioramento della crisi, i trecento miliardi di investimenti programmati per un periodo di tre anni non sono in grado di mettere in cammino un elefante come l’Europa. Si tratta infatti di cento miliardi all’anno per un’area economica che comprende cinquecento milioni di persone: una dotazione quantitativa del tutto insufficiente, anche se essa porta almeno con sé il messaggio che l’Unione Europea esiste.

Oggi l’Europa, con le sue politiche sbagliate, è oggettivamente il maggior freno dell’affaticata economia mondiale. Non vi è ragione perché lo sia anche in futuro.

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