No al Partito della Nazione. L’Ulivo univa i riformisti ed era alternativo alle destre

Prodi: «No al Partito della Nazione, il riformismo è un’altra cosa»

Intervista di Alberto Gentili a Romano Prodi su Il Messaggero del 19 aprile 2015

No al Partito della Nazione e no all’uomo solo al comando. Romano Prodi esce allo scoperto, ma dice di non voler andare allo scontro con Matteo Renzi: «Le mie sono riflessioni di un uomo ormai fuori dalla politica. La mia epoca è finita. Non so fare neppure un tweet…», afferma non senza ironia.

Professor Prodi, il suo libro-intervista s’intitola “Missione incompiuta“. Di quale missione si tratta?

«Racconto una doppia incompiutezza. La missione dell’Ulivo, a vent’anni da quando lo fondai, ed è per questo che ho deciso di fare il libro. E la missione europea: in Europa, sotto la mia Commissione, si è fatto l’allargamento ed è stato messo in atto l’euro. Poi, però, è stata bocciata la Costituzione europea e la crisi economica mal gestita ha creato gravi problemi alla moneta unica. Una moneta che doveva essere accompagnata da una serie di innovazioni di carattere politico e finanziario che la proteggessero. Così non è stato. Da qui l’incompiutezza».

Lei sostiene che il metodo migliore per governare è quello del cacciavite che è stato adottato da Enrico Letta.

«Per la verità parlavo di cacciavite già quarant’anni fa, quando Letta portava ancora i pantaloni corti. Ne rivendico la primogenitura. E questo perché conosco la complessità dei sistemi economici e politici».

Renzi invece usa il trapano e le riforme marciano…

«Il mio libro si ferma alla fine del 2014 e in esso non è mai usata la parola trapano in riferimento a Renzi».

Condivide il proverbio africano citato da Letta: «Se vuoi correre devi andare da solo, se vuoi andare lontano devi farlo insieme»?

«E’ un proverbio che potrebbe essere anche napoletano o milanese. E’semplice buonsenso. Guardi la Germania, non ha praticamente nessun premio nobel, nessun Steve Jobs, ma ha forse il miglior sistema industriale del mondo. Un sistema è buono quando anche perfino le persone mediocri possono dare il loro contributo».

Dunque non le piace l’uomo solo al comando?

«Se all’uomo al comando ci aggiunge la parola “solo”, non mi piace. Se c’è uno che sa coordinare gli altri è utile e importantissimo».

Cosa ne pensa dell’Italicum?

«Su questo non rispondo».

Può almeno dire quale effetto le fa vedere il suo Pd dilaniato?

«Non rispondo neppure a questo. Ormai sono fuori. La mia epoca è finita, passata. Sono cambiate completamente le regole del gioco. Mi ci vede a fare un tweet? No. Infatti non lo so fare. In più non mi manca la politica, sto passando gli anni più belli della mia vita. Godo di un minimo di autorità senza responsabilità e perciò posso anche scrivere un libro di memorie. Ma cerco di essere informato e seguo con passione il dibattito politico. Non voglio però intervenire nel dibattito pubblico perché chi è fuori, è fuori. La responsabilità del governo e dei protagonisti della politica non deve essere turbata da chi è passato».

Da chi è rottamato.

Anche se non sono stato rottamato, ora mi comporto come se lo fossi. Nel senso che per motivi di età, di fase politica, è cambiato il mondo. Sarei veramente privo di buonsenso se non lo riconoscessi».

Può dire almeno se è d’accordo con Susanna Camusso che ha detto che non voterebbe il Pd?

«Alle elezioni in Emilia Romagna l’autunno scorso ho votato il Pd. Però l’astensione è stata altissima e ha colpito anche i nostri elettori».

Quindi c’è una crisi nell’elettorato del Pd?

«In Emilia c’è stata».

Nel suo libro dice che non le piace il Partito della Nazione.

«Partito vuol dire parte, scelta. E io ho sempre scelto il riformismo. Il disegno dell’Ulivo era proprio quello di riunire i diversi riformismi, quello cattolico, quello socialista, quello liberale. Io non ho mai chiesto il voto ai conservatori. Mai. Dunque non ho mai voluto fare il partito della nazione. Sono per il bipolarismo e dunque per due coalizioni che si sfidano».

Chi progetta il Partito della Nazione è tentato dal populismo?

«Può anche essere solo un’esagerazione verbale».

Lei l’avrebbe siglato il Patto del Nazareno con Berlusconi?

«Siccome non conosco il contenuto di quel patto e non lo conosce nessuno, diventa difficile esprimersi sull’ignoto».

Nel libro parla della questione del Quirinale. Le brucia ancora l’agguato dei 101 franchi tiratori?

«Per la verità non sono stati 101, ma circa 120. Tuttavia non mi bruciava prima e non mi brucia adesso. Non sono mai stato amareggiato. L’unica amarezza è stata quando Berlusconi, poco prima del voto, disse: “Tutti ma non Prodi”. E quasi nessuno disse bau. Ma non avevo alcuna spinta per andare al Quirinale, la prova del nove è che in quei giorni ero in Africa».

In “Missione incompiuta” racconta anche di pressioni internazionali affinché lei assumesse un ruolo di mediazione nella crisi libica. Perché questa opzione è caduta?

«Ci sono state indicazioni ed espressioni di desiderio da parte di tanti politici ed esponenti della società africana, ma non ho ricevuto alcuna proposta. Certamente la mia mediazione poteva risultare utile: avevo sempre curato i rapporti con le tribù locali e le diverse componenti della complessa realtà libica. Ora si tratta solo di sperare che abbia successo la mediazione dell’Onu».

E’ mancata la sponda del governo italiano?

«So che le richieste sono partite e a me non è arrivata, ripeto, alcuna proposta».

Lei ha detto che sulla Grecia le tensioni sono arrivate a un punto non necessario. Si spieghi meglio.

«Il problema greco è nato perché i grandi Paesi, Germania in testa, durante la presidenza italiana si sono rifiutati di dare alle autorità europee una funzione di controllo sui conti di tutti gli Stati. Quindi la Grecia ha imbrogliato perché le è stato permesso di imbrogliare. Inoltre quando è esploso, il caso-Grecia era piccolo e poteva essere risolto con un po’ di buonsenso. Ma gli interessi e i problemi di politica interna tedesca hanno impedito una soluzione rapida.

Così, dagli iniziali 30 miliardi, il problema in quattro mesi è diventato dieci volte più grande. E ovviamente la speculazione ha fatto la sua parte. Poi sono cominciate le lunghissime trattative, con la Germania che faceva la predica con l’intenzione di dare ai greci una lezione esemplare e i greci che cercavano di non perdere la faccia rispetto alle promesse elettorali. Adesso bisogna riprendere con calma il cammino del negoziato, sperando che si arresti la tempesta finanziaria».

La responsabilità tedesca non è secondaria, nel libro descrive la Merkel come una maestra con la matita blu in pugno.

«La Germania ha una grande difficoltà ad assumere la responsabilità che deriva dalla sua leadership. La Germania fatica a riconoscere il suo ruolo e la sua responsabilità di leader. Prevale la paura. E manca la comprensione della solidarietà collettiva. Il passato spinge i tedeschi ad essere terrorizzati dall’inflazione, da qui l’ossessione per il rigore e la tenuta dei conti».

Manca un Helmut Kohl?

«Sì. Quando Kohl mi diceva: “Devi fare i compiti a casa”, non mi piaceva. Ma poi mi dava anche il foglio e la penna per fare i compiti. La signora Merkel invece, con la politica del rigore, non dà penna e carta. E non capisce che senza la crescita non si riescono a mettere in ordine i bilanci».

Come se ne esce?

«La storia ha la sua forza. La Germania si accorgerà sempre di più che senza un’Europa solidale nemmeno la sua potenza economica potrà esprimersi».

 

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