Se Renzi non mette subito in atto le riforme economiche, non avrà tempo nemmeno per quelle istituzionali

Troppo tempo per ripartire, l’economia non ci aspetta

Articolo di Romano Prodi su Il Messaggero del 3 agosto 2014

Non è stato solo il tempo malandrino a fare diminuire il numero di chi vorrebbe andare in vacanza. E’ mancato il sole ma mancano soprattutto i soldi: l’economia non si muove e non manda segnali di movimento, almeno per il prevedibile futuro.

Le cause non sono difficili da individuare. L’intero pianeta, da qualche mese, manda messaggi di inquietudine e vede quindi diminuire quasi ovunque le prospettive di crescita. Non in modo omogeneo, perché i ritocchi in basso, almeno per ora, colpiscono solo marginalmente l’Asia, gli Stati Uniti e l’Africa. Incidono maggiormente sull’America Latina e picchiano duramente quasi tutta l’Europa, dall’Atlantico agli Urali.

Questa volta si dovrebbe cominciare dagli Urali, perché la Russia sta subendo più di ogni altro Paese le conseguenze delle tensioni dell’Ucraina. A Mosca non si parla più di crescita e, se non fosse per il prezzo elevato di petrolio e gas, il segno negativo dell’economia russa raggiungerebbe livelli disastrosi.

Muovendoci verso l’Atlantico le cose non vanno molto meglio. Le ultime note del Fondo Monetario Internazionale prevedono uno sviluppo del PIL dell’Eurozona intorno all’1%. Dopo sei anni di crisi non è certo una situazione tranquillizzante.

Inoltre non tutti i Paesi europei si trovano nella stessa situazione: si va da una crescita poco superiore allo zero in Italia a un dato leggermente inferiore al 2% della Germania.

Il fatto nuovo è che, nelle ultime settimane, non si fa che correggere le previsioni al ribasso. I mercati internazionali (non solo quello russo) sostengono sempre meno le nostre esportazioni, il cambio dell’euro le rende ancora più difficili mentre la politica europea non aiuta per nulla la ripresa della domanda interna. La Banca Centrale Europea, per dare un po’ di fiato all’economia, aveva posto l’obiettivo dell’inflazione al 2%, mentre siamo intorno allo 0,5%.

L’Europa deve perciò essere considerata in piena deflazione, con tutte le conseguenze che questo comporta in termini di stagnazione, disoccupazione e di forzato aumento del debito pubblico.

Per fare fronte a una crisi europea occorrono naturalmente rimedi di livello europeo con una politica monetaria più facile e con l’incoraggiamento alla domanda interna.

Sul primo punto la BCE si è già impegnata a fornire mezzi aggiuntivi al sistema bancario ma, a questa misura, dovrà accompagnare una politica di “quantitative easing” una politica cioè di espansione della quantità di moneta in circolazione tramite l’acquisto di titoli del debito pubblico e di altre diavolerie che i banchieri centrali mettono in atto quando si trovano di fronte a un reale pericolo di deflazione.

La BCE ha fatto e sta facendo quello che può ma il motore della ripresa, almeno fino a che non saranno in funzione le nuove istituzioni europee, è soprattutto nelle mani dei governi, ed in particolare del governo germanico che, se non arginato da un’adeguata coalizione di altri Paesi, sarà ancora l’arbitro della politica di Bruxelles. Nonostante il peggioramento della congiuntura internazionale e le ombre sul futuro della crescita tedesca, la coalizione del governo di Berlino non sembra tuttavia prendere l’iniziativa per una diversa politica economica.

Oltre a contribuire alla costruzione di un’alleanza internazionale dedicata al cambiamento della politica europea l’Italia ha perciò il dovere di fare tutti i “compiti a casa”, perché è l’unico dei grandi Paesi che ha un PIL inferiore a quello del 2008, ha le più basse previsioni di crescita anche per il 2014 (0,3%), è oppressa da un debito pubblico crescente ed ha un elevatissimo tasso di disoccupazione. Non illudiamoci: il miglioramento marginale dell’occupazione nell’ultimo mese è solo un fatto stagionale. L’occupazione non può aumentare in presenza di una crescita inesistente.

I “compiti a casa” sono quelli che ben conosciamo e che sono stati più volte esposti dal governo e favorevolmente commentati su queste stesse pagine. Si va dalla riforma della Pubblica Amministrazione al Jobs Act, dalla “spending review” alla lotta all’evasione fiscale, fino ai sostanziosi disegni dello “sblocca Italia” annunciati venerdì dal Presidente del Consiglio.

Tuttavia, nel quadro dell’evoluzione dell’economia internazionale illustrato in precedenza, una priorità emerge oggi su tutte le altre. Non è il contenuto delle riforme, sul quale quasi tutti convengono, ma la loro messa in atto. Nell’inquieto inizio di questa pausa estiva quello che conta non sono i propositi ma i tempi di attuazione dei propositi.

Il mondo politico ed economico internazionale sta infatti passando da una fiduciosa attesa sull’Italia ad un’attesa senza aggettivi.

Il ritorno dell’aggettivo è possibile ma bisogna fare in fretta nel dare attuazione concreta almeno ad alcune misure dell’ampio menù indicato.

Gli spagnoli sono oggi citati come un esempio virtuoso. A ben guardare non hanno fatto grandi riforme e molte ne hanno da fare (forse anche più di noi), ma quelle che hanno deciso le hanno eseguite subito.

Non discuto sulla precedenza data dal Governo alle riforme istituzionali. Insisto solo sul fatto che se non si prendono subito le decisioni in campo economico non vi sarà tempo nemmeno per quelle istituzionali.

E’ ben noto infatti che le turbolenze colpiscono prima di tutto gli ultimi della classe. Oggi lo siamo ancora. Cerchiamo di lasciare questo scomodo privilegio a qualcun altro.

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