Il Board of Peace: una forza che genera debolezza

Il Board per Gaza, una forza che genera debolezza

Articolo di Romano Prodi su Il Messaggero del 21 febbraio 2026

Non si sa ancora come il Board of Peace potrà influire sul futuro di Gaza, ma è certo che ha già portato enormi conseguenze alle modalità che regolano i rapporti internazionali, avendo tolto ogni autorità e ogni ruolo alle Nazioni Unite.

Siamo davvero ad un passaggio cruciale della storia. Da oltre un secolo, e con maggiore intensità negli ottant’anni successivi alla Seconda Guerra Mondiale, si è coltivata la speranza di affidare il destino del nostro pianeta a un’autorità estesa a tutti i paesi del mondo.

Abbiamo tante volte lamentato che gli interessi divergenti e i veti reciproci hanno rallentato e indebolito l’azione dell’ONU. Abbiamo giustamente sottolineato come proprio i veti al Consiglio di Sicurezza abbiano indebolito la su presenza in ogni conflitto in cui erano interessate le grandi potenze, a cominciare dall’incredibile assenza rispetto ai tentativi di pace in Ucraina. Abbiamo infine preso atto del suo progressivo indebolimento, ulteriormente accelerato da quando gli Stati Uniti hanno falcidiato il proprio contributo finanziario, riducendo il bilancio totale dell’ONU di oltre un terzo rispetto al passato.

Giovedì scorso a Washington, nella solennità di un incontro che doveva creare un’azione collettiva e condivisa per la pace di Gaza, il Board of Peace ha reso addirittura formale la fine del ruolo delle Nazioni Unite, sostituite da un leader che conosce solo la forza e che, per questo motivo, ha voluto intorno a sé unicamente i paesi fedeli o forzatamente sudditi. L’immagine della riunione parla da sola: accanto a Trump, oltre ai suoi parenti e ai suoi stretti collaboratori, sedevano unicamente i rappresentanti di governi autoritari e i pochi leader occidentali legati a Washington.

In questo contesto, Donald Trump ha brutalmente annunciato che il Board of Peace è superiore all’ONU e “vigilerà sulle Nazioni Unite e ne assicurerà il corretto funzionamento”.

Il Board of Peace non è nemmeno il frutto di un ristretto accordo fra diversi paesi, ma è puramente un’istituzione creata da Trump, a servizio di Trump, con le regole imposte da Trump e che prevede il diritto di veto e la presidenza a vita di Donald Trump. Non si tratta solo di una rinuncia all’uguaglianza dei paesi membri a cui tendeva l’ONU, ma alla rinuncia di ogni sovranità statuale che viene privatizzata nella figura di una sola persona.

Il collante del Board deve essere quindi solo la forza. I paesi che non hanno finora accettato di diventarne membri saranno costretti ad aderirvi in futuro semplicemente perché, come ha detto il presidente americano con brutale schiettezza, “non possono fare i furbi”.

Con queste nuove norme la sovranità di un paese non è un diritto, ma un privilegio che può essere esercitato solo su invito.

In un contesto così distorto non possiamo certo stupirci della dura reazione della portavoce della Casa Bianca nei confronti del Cardinale Segretario di Stato, Pietro Parolin, il quale aveva semplicemente ricordato che deve essere soprattutto l’ONU a gestire le grandi situazioni di crisi e che quindi, riguardo all’iniziativa americana, sorgono molte perplessità.

Quanto alle decisioni specifiche riguardo a Gaza, esse si fondano su un impegno presidenziale di versare 10 miliardi di dollari per la sua ricostruzione, ai quali si aggiungono altri sette miliardi promessi soprattutto da Arabia Saudita, Qatar, Kuwait e paesi del Golfo, come biglietto di ingresso nel club dei paesi del Board.

A questo si aggiunge l’impegno di Tunisia, Marocco e altri paesi a inviare contingenti militari per garantire il rispetto degli accordi futuri.

Nel folclore della cerimonia non poteva mancare il video della FiFA (proprio la Federazione Internazionale del Football ) che preannuncia un contributo di 75 milioni di dollari, collegati al gioco del Calcio, e che illustra in anteprima la “nuova alba di Gaza“, piena di prati, parchi e residenze lussuose.

Non si è però mai parlato del futuro degli abitanti di Gaza, dei palestinesi e del loro destino politico.

Non è emersa nessuna concreta proposta riguardo alla possibile costruzione dei due Stati, al ruolo dell’Autorità Palestinese, alla cessazione dell’occupazione delle truppe israeliane di tanta parte di Gaza, all’oppressione da parte dei coloni in Cisgiordania e niente riguardo alle misure concrete per disarmare Hamas.

Nemmeno si è sottolineata la necessità di inviare una commissione internazionale per contenere gli episodi di violenza che, dopo la fine del conflitto, hanno provocato oltre 600 morti, senza contare la tragedia dei bambini vittime della denutrizione. Gli stessi aiuti umanitari possono infatti entrare in città solo in quantità del tutto insufficienti e, nonostante l’ondata di freddo, non hanno il permesso di essere portate a Gaza baracche o abitazioni provvisorie, ma solo fragili tende.

Le decisioni prese sono quindi perfettamente in linea con il nuovo concetto di ordine internazionale dettato da Trump, a cui non hanno fatto alcuna obiezione gli interventi della sua squadra della Casa Bianca, come il Vice presidente Vance o il genero Kushner, e si sono uditi solo vaghi auspici alla pace da parte dei partecipanti non americani, guidati dal fedele Tony Blair. Forte è stata invece la presenza degli operatori finanziari e immobiliari, a partire dal tanto discusso Marc Rowan. Scegliere di non partecipare al Board sarebbe non solo una doverosa resistenza all’azione distruttiva di Trump nei confronti dell’ordine mondiale, ma è un impegno a costruire un ordine alternativo al disordine da lui perseguito.

Da parte italiana si è scelta la via di parteciparvi come osservatori, in modo di esserci e non esserci. Tra il manifestare il nostro dissenso per la via scelta da Trump o il sedersi in poltrona vicino a lui, si è scelta la via dello strapuntino anche se, a differenza degli altri paesi europei che si sono limitati ad osservare, abbiamo affidato questo compito non a un semplice ambasciatore, ma al nostro ministro degli Esteri.

Il ruolo politico di questa semi-presenza è naturalmente nullo, ma nasce probabilmente dall’involontaria nostalgia del vecchio detto che “gli assenti hanno sempre torto”.

 

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Dati dell'intervento

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febbraio 21, 2026
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