La Cina ora investe in Italia: costruiamo alleanze strategiche per garantirci un ruolo nell’economia mondiale

Lo shopping della Cina un’occasione per l’Italia

Articolo di Romano Prodi  su Il Messaggero del 10 agosto 2014

I dibattiti che mettono in dubbio la durata della crescita cinese si susseguono da qualche anno ma, nel frattempo, la Cina continua a crescere. Ovviamente non più al ritmo di oltre il 10% all’anno ma sempre sopra al 7%. Per un paese ormai a medio livello di sviluppo una crescita di queste dimensioni è più significativa della precedente crescita a due cifre che, per tanti anni, aveva stupito il mondo. Anche perché, nel frattempo, la Cina è diventata la seconda economia del pianeta e si appresta ben presto a divenire la prima.

Sarebbe tuttavia sbagliato limitarsi a questi aspetti quantitativi perché, nel frattempo, stanno cambiando le forze propulsive di questo sviluppo. In conseguenza dei forti aumenti salariali le produzioni a basso livello qualitativo si vanno spostando verso i paesi asiatici e africani a più basso costo del lavoro e la Cina è costretta a competere nei settori nei quali tecnologia e innovazione sono essenziali, mutando di conseguenza i suoi rapporti economici col resto del mondo.

Per molti decenni l’obiettivo unico era infatti invadere i mercati con merci a basso costo, impiegando il conseguente enorme surplus nell’acquisto di Buoni del Tesoro americani ( ed in misura minore europei ) ed investendo crescenti risorse in Asia, Africa e America Latina per procurarsi cibo, materie prime ed energia.

Col nuovo secolo la strategia è progressivamente cambiata e si è inaugurata la politica dell’andare all’estero (go out policy) in modo strategicamente organizzato. Non solo l’esposizione nei titoli pubblici americani è sembrata eccessiva ma le imprese cinesi (trascinate soprattutto dalle aziende di Stato) hanno cominciato ad investire in strutture produttive, ovviamente prima in Asia, poi negli Stati Uniti e, recentemente, in Europa.

Tre sono gli obiettivi di questa nuova strategia. Il primo è naturalmente quello di diversificare il rischio troppo concentrato nei titoli pubblici. Il secondo quello di acquisire tecnologie più avanzate. Il terzo quello di creare multinazionali cinesi in grado di reggere il confronto con le grandi imprese globali americane, europee, giapponesi e coreane, creando dei campioni nazionali di livello mondiale.

Dati questi obiettivi i cinesi, mentre hanno creato nuove fabbriche per trasferire produzioni povere nei paesi in via di sviluppo, non lo hanno fatto nei mercati ricchi, dove si sono concentrati ad acquistare quasi esclusivamente aziende esistenti.

Aziende di tutti i settori, da quello automobilistico ai cantieri navali, dalla farmaceutica all’elettronica, dalla produzione di macchinari per l’edilizia alle turbine elettriche.

Questa strategia di acquisto si è diretta prima verso gli Stati Uniti e solo più tardi ha investito l’Europa.

Le crescenti restrizioni americane (che considerano strategiche e quindi non acquisibili dai cinesi perfino le aziende per la lavorazione delle carni) obbligheranno sempre di più le imprese cinesi a divenire globali cominciando dall’Europa.

Dobbiamo quindi aspettarci che l’attenzione nei nostri confronti aumenti.

Fino ad ora essa si è concentrata verso la Gran Bretagna e la Germania, che da sole hanno assorbito ben oltre il 40% degli investimenti ma, recentemente, l’interesse si è esteso al Sud dell’Europa e, negli ultimi tempi, anche all’Italia, che oggi riceve tra l’8 e il 10% degli investimenti cinesi in Europa.

Dopo l’acquisto dell’intera proprietà di aziende relativamente minori (come la CIFA nel settore delle macchine per l’edilizia, la Ferretti nella nautica di lusso o la Benelli nelle moto) lo shopping si è spostato negli ultimi tempi verso le nostre imprese maggiori.

In alcuni casi si tratta di un impegno strategicamente rilevante, che si è concretizzato nell’acquisto del 40% di Ansaldo Energia e del 30% dell’azionista di maggioranza di SNAM e Terna. In questo caso lo scopo è quello di acquisire tecnologia ed esperienza in settori strategici come le turbine e i sistemi di trasporto dell’energia, entrando in posizione di forza in imprese che posseggono esperienza e tecnologia ma che mancano delle risorse necessarie per essere protagoniste della sfida mondiale. Sotto quest’aspetto queste imprese italiane sono un obiettivo perfetto.

Negli ultimissimi tempi si è aggiunto l’acquisto di quote molto modeste ma visibili, perché leggermente superiori al 2%, di Eni, Enel, Telecom, Prysman e quello che resta italiano di Fiat-Chrysler.

In questo caso l’ influenza di questi investimenti nella gestione aziendale appare minima ma la loro visibilità è voluta, proprio perché la nostra CONSOB obbliga a rendere pubblici gli acquisti superiori al 2%. Si tratta quindi di una operazione di visibilità ma anche di una presenza che può essere utile ai cinesi sopratutto in vista del possibile accordo commerciale fra Stati Uniti ed Europa. Questi acquisti costituiscono quindi un filo della paziente rete che la Cina sta organizzando intorno al mondo per garantire il suo futuro.

Il nostro compito è quello di non essere solo pesci catturati nella rete ma anche pescatori capaci di trarre vantaggio da queste alleanze strategiche per garantirci un ruolo meno marginale nell’economia mondiale. Una strategia non facile ma ancora possibile, a condizione di essere finalmente capaci di pensare al futuro, valutando le nostre forze e costruendo di conseguenza le possibili alleanze.

 

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