Salari e moneta. Ci sono tante novità in Cina

I lavoratori della Foshan Fengfu (fornitore Honda) in sciopero

I lavoratori della Foshan Fengfu (fornitore Honda) in sciopero

Articolo di Romano Prodi su Il Messaggero del 21 Giugno 2010

Per molti anni ci siamo abituati a pensare che, data l’illimitata offerta di mano d’opera, i salari cinesi sarebbero per sempre rimasti bassissimi, praticamente al livello di sussistenza. In effetti da quando, oltre trent’anni fa, la Cina ha deciso di irrompere nell’economia moderna, le cose sono andate in questo modo.

L’enorme flusso migratorio dalle campagne alle città e dalle regioni sottosviluppate a quelle più avanzate ha permesso uno sviluppo economico sostenuto e continuato senza sostanziosi aumenti salariali. Come peraltro quasi sempre avviene nella fase iniziale dello sviluppo, la quota dei salari rispetto al Prodotto nazionale lordo è andata diminuendo proprio perché non vi erano limiti all’offerta di nuovi lavoratori, soprattutto nelle classi di popolazione giovanile. La politica governativa è inoltre stata costantemente dedicata a favorire il contenimento del livello salariale, proprio perché la priorità assoluta era la costruzione di una base industriale e una capacità di conquista dei mercati esteri, in modo da procedere a tappe forzate nel processo di modernizzazione del paese.

In teoria le cose potrebbero continuare allo stesso modo in futuro, anche perché il 40% della popolazione cinese è ancora impiegata in agricoltura, mentre nei paesi a più elevato livello di sviluppo questa cifra non supera il 3 o 4 per cento. Vi dovrebbero essere infatti ancora centinaia di milioni di contadini pronti ad emigrare verso aree e professioni dove il salario e la produttività sono quattro o cinque volte più elevati. In effetti le cose sono un poco più complicate perché, in conseguenza della politica del figlio unico, inaugurata nel 1979, le classi di età più disposte ad emigrare sono fortemente diminuite di numero. Basta pensare che i giovani fra i 20 e 29 anni erano 233 milioni nel 1990 e sono oggi intorno ai 150 milioni, mentre gli addetti all’agricoltura nelle stesse classi d’età superano di poco il 20%. Per usare la vecchia terminologia marxista, vi è ancora un grande esercito di riserva, ma non più illimitato nella quantità e nel tempo.

Di questa nuova realtà hanno preso atto le autorità cinesi con atteggiamenti e provvedimenti che delineano interessanti cambiamenti. In primo luogo è stato aperto un dibattito sempre più ampio e partecipato sulle grandi disparità di reddito e sulle ingiustizie esistenti nel Paese, dibattito che fino a qualche anno fa era inesistente in quanto proibito. Si possono oggi leggere indagini demoscopiche dalle quali emerge che il 75% dei cinesi pensa che la distribuzione del reddito sia fortemente iniqua. Accanto a questo viene messo in discussione anche il sistema di registrazione, che è sempre stato uno strumento di severa regolamentazione nei trasferimenti dalle campagne alle città.

Si è poi proceduto ad un aumento del salario minimo fino al 20% in tutte le province a maggiore concentrazione industriale. Si è inoltre attribuita grande pubblicità ad una serie di scioperi, illustrandone in modo specifico le motivazioni, attribuite non solo al livello salariale ma anche alle non tollerabili condizioni di lavoro. Nei casi più noti, cioè gli stabilimenti cinesi della Honda e gli impianti della Foxconn (grande fornitrice della Apple e di altre imprese ad elevata tecnologia) questi scioperi si sono conclusi con forti aumenti salariali, debitamente propagandati in tutta la Cina. Così come è stato dato ampio spazio al fatto che alcune imprese localizzate nell’area di Shanghai abbiano trasferito parte delle loro produzioni elementari non nelle province cinesi con livelli salariali inferiori ma addirittura in Vietnam dove il lavoro costa un ulteriore 40% in meno.

Siamo quindi di fronte a una vera e propria nuova politica, che attribuisce all’aumento della domanda interna un ruolo sempre maggiore nella strategia di crescita del Paese rispetto ad un disegno quasi esclusivamente fondato sulle esportazioni. Non pensiamo ad un processo rapido ed improvviso, perché i salari del lavoro non qualificato sono ancora almeno dieci volte inferiori a quelli medi europei. Il processo di avvicinamento è tuttavia accelerato dal fatto che, limitatamente alle funzioni tecniche più specializzate, i costi fra Europa e Cina si sono fortemente avvicinati fino a diventare, in alcuni casi, assolutamente paragonabili. Sembra quindi che il cambiamento di direzione sia ormai ben delineato.

A questo si aggiunge l’improvviso (ma non inatteso) annuncio del ritorno al cambio flessibile dello yuan nei confronti del dollaro. Di questa decisione alcuni osservatori hanno sottolineato la tempestività politica alla vigilia del G20, altri hanno preconizzato una rivoluzione rispetto al passato. Nulla di tutto questo. I cambiamenti nelle regole del lavoro, gli aumenti salariali e la nuova flessibilità monetaria sono semplicemente il segnale che la Cina si considera definitivamente fuori dalla crisi economica e vuole suonare con tutti gli strumenti a disposizione per continuare la crescita, diminuire le enormi disparità interne e riassicurare il resto del mondo sul suo interesse ad essere un elemento non di turbamento ma di equilibrio dell’economia mondiale. Vedremo se tutti questi obiettivi verranno raggiunti, ma è certo che la Cina si muove in fretta ed è sempre di più protagonista della politica e dell’economia mondiale.

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Dati dell'intervento

Data
Categoria
giugno 21, 2010
Italia