L’impegno dell’economia cinese per la crescita africana: una grande responsabilità politica

La Sfida di Pechino: rendere cinene il futuro dell’Africa

Articolo di Vincenzo Giardina su L’Unità del 27 ottobre 2013

L’impegno della potenza asiatica per realizzare infrastrutture, finanziare investimenti e alimentare il turismo al centro di un convegno con Prodi

“Per diventare ricchi bisogna costruire le strade” dice Zhao Shengxuan, Vice-Presidente dell’ Accademia Cinese delle Scienze Sociali. Parole che possono suonare uno slogan ma che qui a Pechino sono prese sul serio. Proprio come in Africa. Gli ultimi 30 anni di storia della Repubblica Popolare hanno insegnato a credere alle accelerazioni in apparenza impossibili. Ecco perchè di Paesi sub-sahariani, sviluppo e lotta alla povertà si discute proprio nella capitale della Cina.

L’occasione è una conferenza organizzata da Romano Prodi, nella duplice veste di Presidente della Fondazione per la Collaborazione tra i Popoli e di inviato speciale del Segretario Generale dell’Onu per il Sahel.

“L’Africa è un continente carico di aspettative – sottolinea Zhao – ma la carenza e l’inadeguatezza delle infrastrutture rischiano di comprometterne lo sviluppo economico e sociale”. Ecco allora la ricetta cinese, un paese che i dirigenti di Pechino definiscono “ancora in via di sviluppo” ma deciso a sostenere “un modello di cooperazione non fondato sugli aiuti ma sugli investimenti e il commercio”.

Secondo la Banca Mondiale, nella patria di Mao Zedong 35 anni di “riforme di mercato” hanno permesso ad oltre mezzo miliardo di persone di uscire da una condizione di povertà. E’ anche vero, però, che nella Repubblica Popolare il reddito pro capite supera appena i 6000 dollari l’anno e che circa 128 milioni di cinesi continuano a vivere con meno dell’equivalente di un dollaro e 80 centesimi al giorno.

Di certo, l’influenza della Cina in Africa e’ sempre più forte. Negli ultimi dieci anni il valore degli scambi è decuplicato, crescendo in media del 28% e raggiungendo nel 2012 quota 198 miliardi di dollari. Si tratta soprattutto di petrolio, di minerali e altre risorse naturali che prendono la via dell’Oriente.

Ma c’è anche dell’altro. Solo tra il 2010 e il 2012 Pechino ha garantito prestiti a tassi agevolati per 11 miliardi e 300 milioni di dollari. Risorse utilizzate per costruire strade, porti, scuole e ospedali, dal Sudan al Mali e da Capo Verde allo Zambia. L’ultima novità  è il turismo, frutto dell’espansione del ceto medio nella Repubblica Popolare. Oggi sono ben 28 su 54 i paesi africani meta dei vacanzieri cinesi.

Impossibile, allora, prescindere da questa relazione speciale se si vogliono comprendere i cambiamenti che il continente sta vivendo.

Secondo Prodi, “la Cina è il più importante Paese non africano dell’Africa”. Se negli ultimi dieci anni il Prodotto interno lordo del continente è cresciuto in media del 4,8%, lo si deve anche alla Repubblica Popolare. “Il nuovo volto della crescita africana – sottolinea Prodi – è legato alla forza della presenza della Cina, un paese che come gli Stati Uniti non è solo un protagonista ma ha anche una grande responsabilità politica verso il continente e la sua popolazione in espansione”.

Una responsabilità, questa, che si misura con l’appoggio all’integrazione economica e politica dell’area sub-sahariana. Secondo Prodi, “i mercati dei singoli Stati africani sono troppo piccoli e la creazione di un mercato unico è pre-condizione per la crescita ”.

Un’idea, questa, condivisa a Pechino da dirigenti e studiosi africani, europei, americani e cinesi. Secondo Erastus Mwencha, il Vice-Presidente dell’Unione Africana (UA), “con una base di 300 milioni di consumatori l’Africa costituisce un grande mercato in grado di avviare un processo di sviluppo”. Sempre che, s’intende, in questa direzione spingano anche l’Europa, gli Stati Uniti, la Cina e gli altri protagonisti della scena mondiale. “Solo in questo modo – dice Mwencha – il continente potrà trasformarsi da regione esportatrice di materie prime a realtà produttiva in grado di creare valore aggiunto e posti di lavoro, permettendo a milioni di persone di uscire da una condizione di povertà”.

Una battaglia di giustizia sociale, è stato sottolineato a Pechino, che va combattuta con le armi dell’economia e la testa della politica. Alcuni dati aiutano a capire. Secondo il Consorzio per le Infrastrutture in Africa, un progetto avviato in occasione del summit del G8 di Gleneagles, la scarsa qualità delle strade, dei porti e delle ferrovie aumenta fino al 40% il costo dei prodotti africani. Stando alla Banca Mondiale, le strozzature della rete elettrica, i problemi di approvvigionamento idrico, il ritardo nelle telecomunicazioni mangiano invece ogni anno il 2% del Pil e riducono la produttività delle imprese fino al 40%.

L’Africa, allora, scommette sui cinesi. Isaac Olawale, professore dell’università nigeriana di Ibadan che studia la pace e i conflitti, ricorda un proverbio africano: “Una donna riconosce i pregi del marito solo dopo essersi sposata la seconda volta”. Poi spiega: “Dopo aver conosciuto i colonizzatori europei, ai cinesi gli africani offrono mazzi di fiori”.

 

 

 

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