Il semestre europeo va preparato adesso perchè le attese si trasformino in crescita ed occupazione

Fare in fretta per ottenere il sostegno dell’Europa

Articolo di Romano Prodi su Il Messaggero del 23 marzo 2014

Anche se il viaggio europeo del Presidente del Consiglio non è stato una passeggiata, si deve convenire che quello che si poteva ottenere è stato ottenuto.

Si deve infatti constatare la nascita di una “curiosità positiva” non solo da parte dei vertici ma anche di una robusta parte dell’opinione pubblica europea. Ne è nata di conseguenza una rinnovata apertura di credito, anche se con le riserve contenute nella frase della Cancelliera tedesca che, dopo avere definito “impressionanti” le proposte di riforma del nostro governo, vede nella nuova politica italiana “un bicchiere mezzo pieno e mezzo vuoto“.

Una frase che potrebbe anche avere un contenuto negativo ma che, pronunciata alla vigilia delle elezioni europee da un politico primariamente attento ai sondaggi di opinione, rappresenta la massima apertura possibile. Anche se proprio questa espressione della signora Merkel ci rivela quanto la sua opinione pubblica non sia certo pronta ai cambiamenti necessari per dare vigore non solo all’economia italiana ma anche alla stessa economia tedesca.

La Germania sta infatti meglio di tutti ma non ha certo intrapreso il cammino di sviluppo che si era proposta. Essa può vantare dati modesti nella crescita e dati positivi nel campo dell’occupazione solo tenendo conto di cinque milioni di lavoratori talmente sottopagati (i così detti mini-Jobs) da permettere appena la loro sopravvivenza.

Il cammino di Renzi per ottenere cambiamenti dalla politica europea è quindi impervio se si vogliono chiedere mutamenti formali alle regole europee da tutti conosciute e da tutti accettate, non solo perché questa richiesta metterebbe in difficoltà l’intoccabile politica della Cancelliera tedesca ma perché costituirebbe un pericoloso precedente a cui potrebbero appellarsi altri paesi.

D’altra parte non è facile nemmeno per il governo italiano fare prevalere questa linea d’azione quando si è appena deciso, con un solenne voto del Parlamento, di inserire il pareggio di bilancio nel sacro testo della Costituzione. Una decisione spinta da un’opportunità o da un obbligo politico ma che non ha alcun senso sotto l’aspetto economico perché, come si insegna nel primo corso di Economia Politica, il pareggio di bilancio deve essere misurato tenendo conto del ciclo economico e degli obiettivi di lungo periodo di un paese.

E’ vero che, in ogni caso, noi non abbiamo molti margini in materia perché, negli ultimi otto anni, il debito pubblico italiano è passato dal 105 al 133% del PIL e la strategia di una sua progressiva riduzione è quindi non procrastinabile.

Come tuttavia riconosce l’Economist (non certo sospetto di tifare per l’Italia) questo è anche dovuto al crollo del nostro PIL, che ha continuato a calare e che oggi è di quasi otto punti inferiore a quanto era all’inizio della crisi.

L’Unione Europea deve essere perciò cosciente che al nostro governo deve essere data ” una qualche leva per rafforzare la fragile ripresa italiana”. Con l’attuale tasso di sviluppo appena sopra lo zero noi non riusciremo mai a mantenere un surplus di bilancio primario ( cioè senza tenere conto del pagamento degli interessi) che ci metta in grado di rispettare gli impegni presi di fronte ai colleghi europei per quanto riguarda la riduzione del debito.

Naturalmente la condizione preliminare per chiedere l’aiuto di una leva è che l’Italia faccia i suoi compiti a casa ed è qui che viene in campo il programma di riforme del governo italiano che pure è stato definito “impressionante” dalla signora Merkel.

Il gioco si sposta quindi sul nostro fronte interno dove il cammino delle riforme deve trovare un suo calendario chiaro, condiviso e rafforzato da tutti i conforti numerici necessari. La direzione del cammino è fino ad ora condivisa come forse mai in passato, ma siamo entrati nella delicata fase nella quale bisogna definirne tempi e modalità, in modo da riacquistare la credibilità necessaria di fronte al mondo economico e politico internazionale.

Le priorità di Renzi sulla riforma della burocrazia, sul contenimento delle spese, sulla riforma del mercato del lavoro e sull’alleggerimento fiscale dei redditi più bassi sono largamente accettate. Adesso bisogna metterle in fila con tempi che si possano conciliare con quelli della presidenza italiana del semestre europeo, che comincerà fra poco più di tre mesi.

Le reazioni al programma di Governo non sono unanimi ma infinitamente più positive di quelle verificate in altri tempi e certamente più positive di quelle che non saranno in futuro.

Lo spazio temporale per mettere in atto queste decisioni di politica interna è quindi stretto, anche perché la velocità nell’esecuzione è condizione necessaria per un accordo con l’Unione Europea. Un accordo rivolto non a chiedere eccezioni che non ci saranno mai accordate ma per utilizzare le finestre possibili sull’interpretazione di questi patti, a partire dagli investimenti in infrastrutture, in ricerca e nelle politiche di coesione.

Una serie di possibili richieste che non solo vanno calibrate sulle regole esistenti ma vanno inquadrate in un’alleanza politica con gli altri paesi che hanno analoghi problemi di crescita. L’uscita dalla crisi è infatti molto più lenta del previsto in tutta Europa e lo stesso rallentamento dello sviluppo coinvolge gli Stati Uniti, i BRICS e molti altri paesi in via di sviluppo. L’interesse ad una politica alternativa a quella fino ad ora dettata dalla Germania è quindi realistica e, se le condizioni economiche non cambieranno radicalmente, troverà il suo massimo consenso politico nel periodo di presidenza italiana del semestre europeo. Progetti e alleanze vanno quindi preparate adesso affinché le attese “impressionanti” si trasformino in crescita e occupazione.

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