Un suicidio allontanarsi dall’Europa. In Italia si fa leva sulla paura per vincere le elezioni

Gli scenari: parla l’ex premier. Prodi: “Allontanarsi dall’Europa è un suicidio per noi”

Il Professore: «A dominare il nostro continente è la paura»

Intervista di Maurizio Molinari a Romano Prodi su La Stampa del 18 aprile 2011

New York – Nella stanza 226 del Watson Institute della Brown University c’è lo studio dove Romano Prodi viene periodicamente per insegnare al centro di Studi Internazionali. Fuori ci sono gli studenti in attesa di incontrarlo. È il giorno in cui interviene al seminario «150 anni di governo italiano, cosa è stato ottenuto?», organizzato dall’ateneo assieme all’Istituto di Cultura italiana di New York. Il tema sul quale Prodi si sofferma, concludendo una giornata di lavori che ha visto la partecipazione di numerosi italianisti, è «la paura che domina l’Europa e di cui l’Italia è parte». Ed è proprio questo concetto gli chiediamo di approfondire, accompagnandolo verso la residenza del rettore David Kertzer.

«L’Europa in questo momento ha paura di tutto, della concorrenza cinese, degli immigrati africani e degli altri Paesi europei, ha paura della non ripresa ed ha anche paura dell’euro» ci dice, spiegando che la responsabilità è «dei governi europei che non prendono decisioni collettive» indugiando «nei riti di questi summit europei in cui Francia e Germania danno la linea, per poi non essere d’accordo neanche fra loro» come dimostra anche «l’emergenza della Libia sulla quale l’Europa è divisa». Ciò che più lo preoccupa è come «la paura si diffonda anche a livello popolare» portando a situazioni nelle quali «singoli Stati ipotizzano l’uscita dall’Europa». L’ex presidente della Commissione Europea ha quasi un sussulto nell’affrontare questo ipotetico scenario. Evita accenni diretti all’attuale governo italiano ma il suo riferimento alle recenti minacce di «uscire dall’Europa» lascia pochi dubbi sull’identità di chi ha in mente: «Coloro che fanno tali affermazioni sono leader politici che non hanno il senso della Storia, preferiscono inseguire le elezioni del giorno dopo o gli opinion polls del giorno stesso che indubbiamente riflettono gli umori di un populismo che aumenta, creando così una reazione a catena. Ma significa andare verso un suicidio collettivo».

Ciò che rimprovera al governo è aver stravolto il legame fra l’Italia e l’Europa: «Fino a poco tempo fa l’Italia aveva un’identità europea molto radicata ma il governo ha cavalcato l’euroscetticismo, sostenendo la rivolta di Francia e Germania contro il Trattato di Maastricht, e ciò ha avuto come conseguenza che con il passare del tempo anche l’orientamento della società è mutato». L’ironia della sorte vuole però che la massiccia ondata di clandestini dal Nord Africa ha fatto sì che «il governo negli ultimi tempi si è accorto che l’Europa gioverebbe sul fronte dell’immigrazione» anche se da Bruxelles sono arrivate risposte deboli se non del tutto insufficienti. «Di fronte ad un’emergenza di simili dimensioni la risposta europea dovrebbe essere un piano di aiuti massicci per ottenere una rapida normalizzazione delle condizioni economiche di quei Paesi» spiega, sottolineando come «l’entità dell’intervento necessario è tale che forse neanche l’Europa da sola potrebbe bastare, servirebbe un’azione congiunta assieme agli Stati Uniti ed anche alla Cina visto che si tratta di un problema globale».

Lo sbandamento sull’immigrazione e l’euroscetticismo imperante lascia intendere che «l’Italia sta andando verso il basso e per risollevarsi ha bisogno di maggior concordia, di qualcuno che si assuma la responsabilità di scelte coraggiose e impopolari» rinunciando al populismo che «spinge a dare tutta la colpa all’euro perché di fronte alla globalizzazione del mondo la moneta unica è il solo strumento che abbiamo per difendere le nostre aziende». Per Prodi «l’ alternarsi di cadute e risalite» è una costante della Storia italiana degli ultimi 150 anni e il fatto che «oggi siamo in basso» gli fa ricordare il precedente dell’Italia di Crispi «che fu criticata dall’Economist perché aveva deciso di costruire un grande maglio per le acciaierie a Terni, in Umbria, lontano dal mare». Crispi rispose a quelle obiezioni ribattendo che «l’Italia ha un cuore d’acciaio e dunque abbiamo portato l’acciaio nel cuore dell’Italia» con un esempio di «facile populismo» che Prodi ritrova oggi nell’approccio all’ immigrazione.

Guardando alla sponda Sud del Mediterraneo, Prodi vede nelle rivolte arabe «lo scoppio di società fatte di giovani, disoccupati e colti incompatibili con governi tirannici» e sottolinea la necessità di «studiare un piano di aiuto per la Tunisia e l’Egitto», esprimendo in particolare preoccupazione per il dopo-Mubarak dove «l’ingente fuga di capitali all’estero» e i «pressanti problemi economici» potrebbero innescare una «pericolosa seconda fase della rivoluzione» destinata a opporre questa volta le piazze ai militari.

Riguardo alla crisi militare in atto nella Libia di Muammar Gheddafi, l’ex presidente del Consiglio ritiene che «la mediazione più credibile in atto è quella dell’Unione Africana perché non è partigiana e non ha una veste occidentale». Da tempo convinto della necessità di «assegnare un maggiore ruolo internazionale all’Africa», Prodi è impegnato a preparare per giugno un convegno a Washington proprio su questo tema, in forte sintonia con gli orientamenti dell’amministrazione Obama. Tornando all’Italia è l’intervento nell’auditorium che gli consente di soffermarsi sul nodo dei conti pubblici: «Non dobbiamo dimenticarci che abbiamo bisogno del 70 per cento del Pil per pagare gli interessi del debito pubblico, non bastano i risparmi dei privati a metterci al riparo da ogni rischio, servono riforme strutturali».

Il finale è su un tema che riscalda la platea di studenti e docenti ovvero la «questione comunista in Italia». Prodi la riassume così: «L’Italia è l’unico Paese dove il pericolo comunista è diventato un tema centrale del dibattito politico dopo la caduta del Muro di Berlino». Si tratta di una contraddizione che a suo avviso si spiega con la stessa «logica della paura che guida la politica» perché «in Italia un conflitto in passato c’è stato e scegliendo di farlo riemergere si torna a far leva sulle paure» per «vincere le prossime elezioni». E per spiegare ai presenti quanto profonde sono queste ferite italiane ricorda un episodio personale, quando all’età di cinque anni «una domenica uscii dalla messa e il parroco venne ucciso davanti ai miei occhi, che mia sorella coprì mettendomi una mano davanti». Da qui la conclusione: «L’Italia oggi è una nazione da riconciliare».

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Dati dell'intervento

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aprile 18, 2011
Interviste

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