Se Merkel e Sarkozy decidono tutto mentre il nostro premier pensa ai suoi guai

L’Europa e il direttorio zoppo

Se Germania e Francia decidono tutto e l’Italia tace

Articolo di Romano Prodi su Il Messaggero del 6 febbraio 2011

I cambiamenti di fronte e le capriole sono caratteristiche quasi abituali della politica, ma quanto è avvenuto nel vertice europeo di Bruxelles supera ogni immaginazione. Da quando è nata la moneta unica Francia e Germania si sono infatti opposte all’introduzione di regole comuni e, in nome della sovranità nazionale, hanno ridicolizzato tutti i tentativi della Commissione Europea di imporre una disciplina condivisa tra i membri dell’Euro.

Arrivata la crisi greca,  la Germania ha in un primo tempo mantenuto la faccia feroce sostenendo che ogni paese avrebbe dovuto pagare fino in fondo le conseguenze dei propri errori ma, con l’allargarsi della crisi, ha cominciato a capire che poteva crollare l’intero sistema dell’Euro, ponendo fine agli enormi vantaggi che da esso l’economia tedesca ha ricavato. La Cancelliera  ha iniziato a questo punto una radicale inversione di marcia, accettando la proposta francese di un più stretto coordinamento delle politiche economiche fra i paesi dell’Euro.

Dato tuttavia che i rapporti di forza contano e che ormai la distanza fra la Germania e la Francia è divenuta abissale, la Germania ha accettato l’idea francese ma  ne ha imposto i contenuti in coerenza con i valori e gli interessi germanici. E, soprattutto, li ha imposti senza consultare nessuno. Su iniziativa tedesca è stato proposto di introdurre in tutti i paesi membri un limite costituzionale ai deficit di bilancio, una disciplina comune sulle regole di pensionamento, un’armonizzazione nelle regole fiscali delle imprese, l’abolizione di qualsiasi indicizzazione salariale e parametri minimi per gli investimenti nella ricerca e nelle infrastrutture.

Personalmente ritengo che molte di queste proposte siano sagge e accettabili. Tuttavia anche le capriole debbono essere fatte con una certa grazia e la mancanza di consultazione, oltre alla divergenza di interessi, ha provocato un fuoco di sbarramento da parte degli altri paesi membri, già irritati dal fatto che i vertici europei sono ormai preceduti da una riunione franco-tedesca nella quale la Germania prende le decisioni e il presidente francese le espone come una propria conquista nella conferenza-stampa.

Al vertice di venerdì scorso l’Irlanda, l’Estonia e la Slovacchia hanno rifiutato una qualsiasi armonizzazione delle imposte societarie, sul cui basso livello si basa la loro capacità di attrarre investimenti stranieri. L’Olanda, che aveva sempre appoggiato la precedente politica tedesca, ha ribadito che tasse, pensioni e salari debbono restare di competenza nazionale. Il Belgio e il Lussemburgo hanno sostenuto che la loro indicizzazione salariale al costo della vita non è fonte di inflazione ma è uno strumento indispensabile per la coesione sociale. E così via.

Le proteste sono state così vigorose (persino da parte dei paesi non membri dell’Euro) che la proposta franco-tedesca non è passata e dovrà essere ridiscussa nel Consiglio Europeo di fine marzo.

Ho scritto che a Bruxelles tutti hanno parlato, ma questo non è del tutto vero: la voce italiana non si è sentita. Il Presidente del Consiglio è passato direttamente a trattare temi di politica interna senza esporre le posizioni e gli interessi del nostro paese in campo europeo.

Mi rendo conto che i problemi interni sono da qualche mese dominanti ma il peso e il ruolo che l’Italia ha sempre avuto nell’Unione Europea dovrebbero obbligare a formulare proposte, a prendere posizioni e soprattutto, a costruire alleanze capaci di garantire e proteggere i nostri interessi e i nostri obiettivi.

E’ chiaro infatti che l’Europa non può fare progressi senza il motore franco-tedesco, ma è altrettanto chiaro che non può progredire con un direttorio a due. Un direttorio che esclude tutti gli altri e che finirà per contribuire alla costruzione non di una Germania europea (come era negli obiettivi del cancelliere Kohl quando nacque l’Euro ) ma di un’Europa germanica. E questo, nel lungo termine, non è interesse di nessuno.

Nemmeno della Germania. Proprio per la diversità delle tesi espresse e per l’insoddisfazione di molti paesi, il vertice di Bruxelles ha dimostrato la necessità di nuove mediazioni e di nuovi accordi. E’ vero, come ha dichiarato la Cancelliera tedesca, che in un tavolo a ventisette è ben difficile prendere delle decisioni, ma è altrettanto vero che nessun paese è in grado di  imporre la propria volontà a tutti gli altri, anche se si tratta della fortissima Germania.

L’Unione Europea è infatti un’Unione di minoranze, nella quale tutti hanno il diritto ed il dovere di fare sentire la propria voce. L’Italia ha più di tutti questo dovere,  anche se capisco come sia difficile fare sentire il proprio peso a Bruxelles quando i pensieri e le preoccupazioni corrono fra Roma e altrove.

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Dati dell'intervento

Data
Categoria
febbraio 6, 2011
Italia