L’Italia nel ridicolo sul problema dei profughi. L’Europa ci vede fiacchi ed impreparati

Nuova emigrazione  La politica non deve usare la paura

Articolo di Romano Prodi su Il Messaggero del 3 aprile 2011

L’intera geografia politica del Mediterraneo è messa sottosopra dal crollo dei regimi in Tunisia ed Egitto, dall’azione militare nei confronti della Libia, dai tragici scontri in Siria e dalle tensioni in Giordania e Libano. Un’ondata che non si ferma al Mediterraneo ma che prosegue con proteste clamorose fino allo Yemen e al Bahrein.

Anche se nessuno aveva previsto questi avvenimenti e perfino i più raffinati analisti si dedicavano solo a discutere su chi tra i famigliari o tra gli intimi collaboratori di Mubarak o Ben Ali avrebbe preso il loro posto, il giudizio sulla politica europea nel Mediterraneo deve essere duro e severo.

Per anni i popoli del Sud ci avevano rimproverato di essere solo attenti ai paesi dell’ex Unione Sovietica e per anni la Commissione Europea aveva invano proposto agli Stati membri di costruire una politica di vicinato forte e attiva. Tutte le proposte sono state bloccate dall’egoismo o dal disinteresse degli stati membri.

Quando è tardivamente nata l’Unione per il Mediterraneo la si è fatta esistere solo sulla carta, con mezzi e strumenti del tutto inadeguati. Per questo motivo è giusto che l’Italia chieda all’Unione Europea di prendersi il dovuto carico dell’ondata di emigranti che sta travolgendo Lampedusa e che, se non si adottano misure politiche adeguate, è destinata a continuare.

Il drammatico peggioramento della situazione economica, con la paralisi delle esportazioni e del turismo, sta ulteriormente massacrando la nuova generazione nordafricana, ormai prevalentemente costituita da giovani acculturati e disoccupati. Bisogna quindi non solo aprire un dialogo con la Tunisia sugli aspetti specifici del controllo degli emigranti, ma bisogna offrire un preciso piano d’azione per superare la presente crisi.

Di questo dovrà preoccuparsi con priorità Berlusconi nel suo prossimo viaggio a Tunisi, anche perché fortissima è la nostra presenza in quel paese e fortissimi i nostri interessi economici. Il problema dovrà essere poi portato a Bruxelles perché esso ha dimensioni fuori dalle nostre sole possibilità. Basta riflettere sul fatto che, per tenere il passo con l’aumento della popolazione, si dovrebbero creare ogni anno centomila nuovi posti di lavoro in Tunisia e un milione in Egitto. Il che è purtroppo fuori da ogni concreta aspettativa.

Questa è la drammatica realtà che ha portato ad una ripresa dell’emigrazione verso l’Italia. Il punto di arrivo è Lampedusa dove, purtroppo, nonostante l’impegno di alcuni singoli eroi e delle organizzazioni umanitarie, l’Italia si è dimostrata impreparata e incapace di offrire la minima assistenza a coloro che sbarcavano sulle coste dell’isola.

Si è arrivati al punto di non essere in grado di provvedere nemmeno ad una decente assistenza per trecentocinquanta minori non accompagnati, con la conseguenza che, secondo l’organizzazione internazionale “Save the Children“, oltre cento di essi risultano oggi irreperibili.

A tutti gli osservatori internazionali è apparso per troppi giorni il volto di un paese fiacco, dedicato a giocare nelle miserie delle lotte politiche interne anche i più elementari diritti di tutti gli esseri umani. Un paese in cui ogni partito ed ogni regione ha fatto a gara per rifiutare un qualsiasi impegno di fronte alla drammaticità degli avvenimenti in corso.

Abbiamo offerto alla comunità internazionale un volto talmente impresentabile da fare cadere nel ridicolo anche le nostre più legittime aspettative nei confronti degli altri paesi europei. Di fronte ad una nazione di sessanta milioni di abitanti che si rifiutava di gestire un’emergenza di ventimila persone è stato facile per la Francia e gli altri paesi europei rispondere con chiusura e disprezzo.

Finalmente, sotto la spinta di alcune regioni si è cominciato a ragionare su un operazione condivisa, separando gli emigranti in piccoli gruppi attraverso un coordinamento a livello nazionale ma con la partecipazione attiva di tutte le regioni e degli enti locali. Speriamo che questo proposito prenda corpo e prevalga sulle astuzie e i gretti interessi elettorali che hanno fino ad ora guidato la nostra politica. Le dichiarazioni non bastano infatti a placare la diffidenza e il sospetto che si sono creati nei nostri confronti.

Se si vuole essere ascoltati a Bruxelles bisogna dimostrare di avere prima di tutto una proposta politica nazionale, capace di rilanciare il ruolo dell’Italia e dell’Europa nel Mediterraneo. Una proposta coraggiosa di solidarietà per l’emergenza e di una strategia complessiva per il futuro. Finora non si è voluto cercare il consenso su un operazione in questa direzione ma si è giocato sulla paura, prospettando come irresolubile o addirittura ridicolizzando con parole volgari un problema che può e deve essere gestito da un grande paese come l’Italia.

Non è la paura che può essere buona consigliera in questa situazione. Quando c’è la paura non ci può essere la grande politica. Una politica capace di fare rispettare le leggi ma di affrontare con la necessaria umanità le situazioni di emergenza. Solo in questo modo si potrà pretendere la solidarietà e l’aiuto degli altri paesi europei.

Romano Prodi

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Dati dell'intervento

Data
Categoria
aprile 3, 2011
Italia