Povera Europa

Romano Prodi sulla timida politica europea verso gli Stati arabi.

Su Handelsblatt del 28 febbraio 2011, pagina 56

In Egitto l’appoggio ai giovani che cercano uguaglianza di diritti, libertà e democrazia non è arrivato dall’Europa ma dal presidente Obama. Nelle piazze di Tunisi si sventolano bandiere americane e si bruciano quelle di un grande paese europeo. Nella tragedia libica l’Europa non ha alcuno strumento di influenza In tutti questi casi non si sono nemmeno immaginati strumenti di intervento qualora le tragedie africane spingessero sulle nostre coste non migliaia ma centinaia di migliaia di disperati. Quando mi trovo a viaggiare nei paesi del sud del mediterraneo mi sento sempre chiedere perché noi europei, che più commerciamo con loro, che più investiamo nei loro paesi, che più conosciamo i loro problemi e la loro cultura non contiamo nulla sotto l’aspetto politico. La tempesta di questi giorni ripropone un problema che l’Unione Europea ha sempre rifiutato di affrontare, cioè il problema  del Mediterraneo.

Quando da presidente della Commissione Europea mi sentivo rimproverare che il nostro sguardo era rivolto solo verso Est, mi era facile rispondere che la storia stessa ci obbligava a questa scelta ma che, cessata l’emergenza della caduta della cortina di ferro, la nostra attenzione si sarebbe estesa anche al Sud. Per aggiungere credibilità a queste parole la mia Commissione portò avanti la proposta che passò sotto il nome de “l’anello degli amici“, secondo la quale i paesi che sono intorno a noi, dalla Bielorussia all’Ucraina, dall’Egitto al Marocco avrebbero nel tempo potuto costruire tutti i possibili legami di cooperazione con l’Unione Europea pur senza essere membri dell’Unione stessa. Di questa grande ed organica politica di vicinato non se ne fece nulla.

La stessa Commissione elaborò successivamente alcune proposte  che, anche se di ampiezza limitata, avrebbero comunque dimostrato la volontà di aprire un dialogo diretto con i paesi della sponda sud. Prospettammo perciò di dare vita alla “banca del Mediterraneo” dedicata allo sviluppo delle infrastrutture e delle attività economiche dei paesi del sud, con il compito di attrarre capitali anche al di fuori dei paesi partecipanti ( a cominciare dai paesi del Golfo) e con consiglieri di amministrazione e dirigenti in numero paritario fra Nord e Sud. A questa proposta si rispose, facendo finta di non capirne il grande significato politico, che la Banca Europea degli Investimenti era già sufficiente. Si bocciò in seguito ( senza lasciare nemmeno che potesse arrivare a livello decisionale) l’idea di creare sedi universitarie collegate fra nord e sud, con un ugual numero di studenti e di docenti delle due sponde e con l’obbligo da parte degli studenti di dividere il curriculum fra nord e sud.

Anche la fondazione Anna Lindh legata alla biblioteca di Alessandria d’Egitto, che doveva essere il punto di riferimento del dialogo politico e culturale fra i due continenti. è stata lasciata inesorabilmente languire.

Di fronte all’aperta manifestazione di insoddisfazione per questa politica si è dato finalmente vita all’Unione per il Mediterraneo. Non solo la solennità del nome ma l’intensità mediatica che ne hanno segnato la nascita facevano sperare ad un cambiamento di rotta. A questa speranza non sono  seguite le necessarie decisioni politiche e, soprattutto, sono mancate le pur minime risorse finanziarie necessarie per fare decollare un progetto di tanta importanza. I nostri partner del Sud non hanno nemmeno in questo caso nascosto la loro delusione: si è arrivati al punto che persino il responsabile più alto in grado tra i paesi del Sud ha abbandonato il suo posto di lavoro e se ne è tornato in Giordania perché a Barcellona non aveva niente da fare.

D’altra parte è del tutto impensabile realizzare una politica mediterranea che abbia un minimo di efficacia quando l’intero bilancio dell’Unione Europea viene costantemente mantenuto al di sotto dell’uno per cento del Prodotto Nazionale Lordo dei paesi membri.

In qualsiasi modo si risolvano le rivoluzioni di Tunisia, Egitto e Libia, nei paesi della sponda sud è cominciata una nuova era. E’ difficile dire se ci stia avviando verso una democrazia compiuta o se tali paesi dovranno passare attraverso lunghi periodi di turbolenza e di instabilità. Siamo ancora in una fase troppo iniziale di questo processo. E’ tuttavia incredibile vedere come l’Unione Europea sia del tutto impreparata a favorire ed aiutare il cammino verso la democratizzazione. Ci rempiamo la bocca di parole come libertà, diritti, democrazia e cooperazione e non abbiamo nessuna politica pronta, salvo doverla preparare in tutta fretta in caso si verificasse davvero un esodo biblico verso le coste europee.

Capisco come tutto ciò sia difficilmente proponibile in un periodo storico in cui la crisi economica si accompagna ad una crisi delle istituzioni europee. Ricordiamo però che il trattato di Lisbona è stato venduto all’opinione pubblica europea come il pilastro fondante della nuova politica estera comune. E’ triste doversi accorgere che. anche di fronte ad un evento storico così importante e che ci tocca così da vicino. la politica estera europea non esiste.

Romano Prodi

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Dati dell'intervento

Data
Categoria
febbraio 28, 2011
Estero