L’Europa intervenga prima che esploda la polveriera africana

Il Sahel fa paura
la missione secondo l’ex premier, già inviato onu nella regione. “serve l’impegno corale dell’europa”

Intervista di Vincenzo Giardina a Romano Prodi su Il Venerdì di Repubblica del 28 agosto 2020

“Purtroppo il nuovo golpe non è nulla di nuovo. Ha gli stessi caratteri degli infiniti colpi di Stato che si sono susseguiti nella maggior parte dei Paesi africani, nei quali il processo democratico è ancora incompiuto. Nulla di nuovo in Africa e nulla di nuovo nella debolezza e nella divisione europea. L’unico fatto “nuovo” è che le tensioni di oggi in Mali costituiscono un’ulteriore occasione per l’avanzata del terrorismo”. Parla Romano Prodi, ex presidente del Consiglio italiano e della Commissione Ue, già inviato speciale del segretario generale dell’Onu per il Sahel. Nel colloquio con il Venerdì si parte proprio da quella esperienza africana. Era il 2013, l’anno dei bombardamenti francesi sui ribelli islamisti.

Quei raid, professore, non risolsero però la crisi…

“L’intervento fu una risposta di emergenza: dal nord arrivavano le famose Toyota con le mitragliatrici, che rischiavano di prendersi Bamako. Era stata un’invasione improvvisa. Avevo appena finito di parlare con il presidente della Repubblica che mi corse dietro il suo segretario: mi disse che dal nord arrivavano i terroristi.

La guerra di Libia e la dispersione degli armamenti di Gheddafi avevano rafforzato la possibilità di ribellione al governo di Bamako. Da allora però non è cambiato nulla: oggi parte del Mali è fuori controllo. Il vero aggravamento è piuttosto l’allargarsi del terrorismo ad altri Paesi africani.

Dalla Mauritania fino al nord del Mozambico oggi non c’è Paese che sia in sicurezza. Fa paura, ma è proprio così: dall’uno all’altro oceano”.

Anche l’Italia parteciperà a Takuba, una missione militare a comando francese. Gli interessi di Parigi in Mali coincidono con quelli europei?

“Gli interessi francesi, anche in Africa, sono prima di tutto francesi. Poi è chiaro che c’è la necessità di un minimo di solidarietà europea. A oggi la missione mi sembra una soluzione di compromesso, con una partecipazione quasi solo nominale. Ma finché in Africa non si prenderà un impegno corale europeo condiviso, che abbia respiro politico, si continuerà a giocare a rimpallo. Insomma: prima o poi bisognerà chiarire il problema della politica europea in Africa“.

Un presidente costretto alle dimissioni dai militari e un imam definito su Le Monde un possibile “Khomeini maliano”. Quanti fronti di conflitto ci sono in Mali?

“Ormai da mesi le tensioni sono arrivate nella capitale, coinvolgendo non solo la zona di guerra ma il Paese intero. Di più: il conflitto si sta estendendo e internazionalizzando. Nuovi imam non hanno una presa solo locale ma si inseriscono in una tensione più generale nell’area subsahariana. Tempo fa ero nella Commissione per il Lago Ciad: non siamo mai potuti andare in loco a fare riunioni perché nessuno garantiva la sicurezza”.

All’origine della violenza nel Sahel c’è una lotta per risorse sempre più scarse?

“Si parte sempre da una parola: acqua. Innesca la lotta fra pastori e agricoltori e tra diversi Paesi, mentre sparisce dal Lago Ciad, che in 50 anni si è ridotto a un decimo della sua superficie”.

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Dati dell'intervento

Data
Categoria
agosto 28, 2020
Interviste