Pessima prova. Dopo quattro anni d’inerzia, l’Europa sta raggiungendo il punto di non ritorno

Così l’Europa perde il senso del bene comune

Articolo di Romano Prodi su Il Messaggero del 12 luglio 2015

Domenica scorsa eravamo tutti ansiosi per l’attesa dei risultati del referendum greco. Oggi le notizie sulla Grecia non le attendiamo da Atene ma da Bruxelles. Nella capitale belga si stanno infatti riunendo per la decisione finale sia i massimi rappresentanti dei 19 paesi appartenenti alla zona Euro sia i responsabili dei 28 membri dell’Unione Europea. Nonostante le divergenze che si sono manifestate nella riunione dei ministri dell’Economia penso che l’accordo sia obbligato, anche se da parte germanica continuano perplessità e sfiducia fino al limite dell’incomprensione.

Le riunioni di oggi dovrebbero comunque sancire una decisione finale sul “piccolo” problema greco, che doveva essere affrontato e risolto già da molti anni ma che, in conseguenza dei complicati giochi della politica dei paesi europei, si è ingrandito nel tempo fino a condizionare pericolosamente la vita futura di tutta l’Unione.

Già la scorsa domenica avevo espresso il parere che, anche se la Grecia avesse votato no, la sua espulsione dall’Euro sarebbe stata assai improbabile per motivi interni ed esterni all’Unione Europea.  Anche se il no è arrivato, e pure con una dimensione superiore ad ogni aspettativa, si è infatti proseguito nel cercare l’intesa, resa meno difficile dall’uscita di scena del discusso ministro dell’Economia Varoufakis.

Stanno inoltre spingendo verso l’accordo le pressioni americane. Il presidente Obama le ha rese manifeste in contatti diretti (debitamente pubblicizzati)  sia con la cancelliera tedesca che con il presidente francese. I timori che l’uscita della Grecia dall’Euro possa provocare un vero e proprio tsunami negli equilibri finanziari mondiali è stato ulteriormente ingrandito dall’impazzimento dei mercati finanziari cinesi. Le notizie che arrivano da Shanghai non sono di per se stesse un evento straordinario: un crollo del 30% dei listini azionari, dopo che essi erano aumentati del 150% nello spazio di un anno, non è certo un fatto imprevedibile anche perché, al di là delle leggende che sono corse in questi giorni, la passione del popolo cinese per la Borsa è ancora limitata. Gli investimenti in azioni superano infatti di poco il 15% del PIL cinese, mentre nelle economie di mercato più sviluppate questa quota raggiunge il 100%. Le ferite della precedente crisi finanziaria hanno tuttavia lasciato una traccia così profonda che nessun governante vuole rischiare di andare incontro a nuove turbolenze.

Fa certo impressione constatare che i termini del nuovo possibile accordo non sono molto diversi da quelli che erano stati sdegnosamente rifiutati dal governo greco. Se si vuole essere rigorosi si deve addirittura riconoscere che i contenuti sono leggermente peggiorativi nei confronti di una Grecia ulteriormente sofferente in  conseguenza delle drammatiche turbolenze degli ultimi giorni.

Evidentemente la schiacciante vittoria di Syriza nel referendum ha rafforzato così tanto il governo greco di fronte al parlamento e di fronte all’opinione pubblica da permettergli di superare le resistenze di coloro che erano propensi a rifiutare le precedenti ipotesi di accordo.

È però ancora presto per dire che tutto è bene quel che finisce bene. In primo luogo perché il compromesso ipotizzato deve essere non solo approvato nelle riunioni di oggi, ma ratificato dal parlamento tedesco, dove le opposizioni sono ancora forti. In secondo luogo la strada che deve percorrere il governo greco per mettere in atto il necessario risanamento non è né facile né priva di ostacoli. Il paese è stremato, il suo sistema bancario ferito a morte e le potenzialità sulle quali fondare la ripresa sono fragili e limitate quasi esclusivamente al turismo.

Le ferite non sono tuttavia solo in campo greco. L’Unione Europea ha dato di se stessa la prova peggiore che si potesse immaginare.

Ci sono voluti quattro anni per arrivare ad un compromesso che si sarebbe potuto firmare con conseguenze negative infinitamente minori se la politica europea non fosse ormai totalmente sottomessa alla politica interna dei singoli paesi. Il danno di immagine e di sostanza che l’Europa ha accumulato in questi anni di inerzia sta raggiungendo un punto di non ritorno. Il ritardo e l’inadeguatezza nell’affrontare non solo la crisi greca ma l’intera crisi economica, con le note conseguenze negative in termini di crescita e di occupazione, sono ormai oggetto di studio.

Nessun paese europeo ha il coraggio di misurare le disastrose conseguenze della perdita di velocità che il nostro continente sta accumulando nei confronti di Stati Uniti e Cina non solo in termini di sviluppo ma nei grandi progetti che plasmeranno il futuro del nostro pianeta.

Non una politica energetica comune, un ritardo di almeno dieci anni nella costruzione di un nostro sistema di trasmissione satellitare, non una nostra presenza nelle nuove grandi reti che condizioneranno la vita delle prossime generazioni. Nessun paese europeo dimostra di avere i mezzi e le dimensioni per fare correre le proprie imprese alla pari di Google, Apple, Amazon o Alibaba, a cui già oggi paghiamo (e pagheremo ancora più in futuro) un tributo intollerabile in termini di dipendenza economica e scientifica. Il nuovo mondo è in costruzione ma non ci vede più protagonisti, anche se riusciamo a tenerci a galla eccellendo in un grande numero di medie tecnologie.

È bene ricordare che i movimenti populisti e antieuropei non prosperano in conseguenza degli eccessivi poteri di Bruxelles ma per la mancanza di una politica capace di interpretare gli interessi collettivi degli europei di oggi e, soprattutto, degli europei di domani. Una politica che sappia mettere in pratica quello che un tempo era chiamato, con semplicità, il bene comune. Un bene comune che non coincide con l’interesse del più forte anche perché, nel caso europeo, nessun paese è abbastanza forte per tenere il passo con i grandi protagonisti della storia contemporanea.

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Dati dell'intervento

Data
Categoria
luglio 12, 2015
Articoli, Italia