Nuovi equilibri globali dietro la nascita della Asian Infrastructure Investment Bank

Se Londra sfida gli Usa e snobba l’Europa

Articolo di Romano Prodi su Il Messaggero del 22 marzo 2015

A partire dagli accordi di Bretton Woods del 1944, il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale hanno regolato l’economia globale attraverso un ferreo controllo dei sistemi finanziari dei diversi paesi e la fornitura di risorse per i loro progetti di sviluppo.

Queste due grandi istituzioni con sede a Washington, durante tutti i settant’anni della loro vita, sono sempre state controllate dagli stessi paesi: la presidenza della Banca Mondiale nelle mani degli Americani e la direzione del Fondo Monetario sotto dominio europeo.

I nuovi protagonisti dell’economia mondiale hanno, con sempre maggiore forza, insistito sulla necessità di adeguare il governo di queste istituzioni ai cambiamenti della realtà economica, ma questi tentativi sono stati resi vani soprattutto dall’opposizione del congresso americano.

Frustrata da questi ripetuti rifiuti e stanca del lungo processo di emarginazione la Cina, nell’ottobre dello scorso anno, ha rotto gli indugi e, con l’adesione di 21 paesi asiatici, ha fondato l’Asian Infrastructure Invesment Bank (AIIB), mettendosi in diretta concorrenza con le due venerande istituzioni e con la loro figlia asiatica, l’Asian Development Bank, da sempre affidata a mani giapponesi.

La nascita di questa nuova banca ha provocato una certa sorpresa perché nessuno pensava all’ immediata adesione di paesi come l’India, il Pakistan, la Thailandia o il Vietnam. Si credeva infatti che si trattasse soprattutto di una mossa limitata a porre un argine all’isolamento provocato dalle crescenti tensioni della Repubblica Popolare Cinese con i suoi vicini.

In pochi mesi il progetto si è invece ingigantito e, nelle ultime settimane, la AIIB è diventato un caso non solo nell’economia ma nella politica mondiale.

A sorpresa ( e sembra senza alcun preavviso) la Gran Bretagna ha infatti deciso di entrare tra i soci fondatori della nuova banca, provocando una durissima reazione da parte dell’amministrazione americana, che si è esposta in dichiarazioni fortemente critiche, mettendo perfino in dubbio la possibile correttezza dei comportamenti futuri della AIIB, sia riguardo alle regole di governo che al rispetto delle norme ecologiche e ambientali.

Tutto questo non è servito a niente perché Germania, Francia e Italia si sono affrettate ad inserirsi nella lista dei soci fondatori e il ministro delle finanze tedesco ha dichiarato, con forse involontaria ironia, che l’adesione germanica avrebbe contribuito a mantenere elevati standard e immacolata reputazione nei comportamenti della nuova banca.

Tutto questo dimostra che nessun grande paese europeo o asiatico (escluso il Giappone) ritiene conveniente rimanere estraneo rispetto ad un progetto che darà corpo ad un’enormità di investimenti, a partire dalla nuova “via della seta,” che congiungerà, con un efficiente sistema ferroviario, la Cina con i paesi dell’Asia Centrale e dell’Europa.

Il che significa che la forza cinese è talmente cresciuta da concludere, in opposizione agli americani, importanti accordi anche con paesi strettamente legati da alleanze militari con gli Stati Uniti.

Ancora una volta risulta evidente il fatto che, con la dovuta pazienza e con il tempo necessario, il potere economico si trasforma fatalmente in potere politico.

Fino a qui siamo nella normalità della storia.

In questa vicenda la vera sorpresa è che il coro dei “disobbedienti” europei è stato diretto dalla Gran Bretagna, di solito fedele esecutrice dei desideri oltreatlantici.

Per spiegare quest’anomalia bisogna tuttavia tenere presente che il fattore traente dell’economia britannica ( oltre che l’uso della lingua inglese) è costituito dal fatto di ospitare nella City di Londra un mercato finanziario così potente e sofisticato da giocarsi il primato mondiale con New York.

Ebbene, in questa sfida globale, vincerà il paese che sarà capace di diventare il mercato di riferimento della moneta cinese fuori dall’Asia. Da anni la Gran Bretagna sta perseguendo questo obiettivo con un sistematico processo di avvicinamento che non poteva essere interrotto dal rifiuto di partecipare a questo progetto, che costituisce la priorità della politica economica cinese nello scacchiere internazionale.

Non è oggi facile prevedere quali saranno gli sviluppi ulteriori di questa vicenda perché gli Stati Uniti non rimarranno certo spettatori passivi di una gara così decisiva.

È tuttavia opportuno riflettere sulle possibili conseguenze del ruolo sempre più importante che gli interessi della City giocheranno nei rapporti fra la Gran Bretagna e l’Unione Europea.

Come è noto, l’opinione pubblica e il governo britannico oscillano fra l’uscire dall’Unione Europea o rimanerci, esercitando in ogni caso una funzione di freno nei confronti di qualsiasi ipotesi di ulteriore integrazione.

È evidente che gli interessi sempre più globali della City eserciteranno un’ulteriore spinta volta ad aumentare la distanza nei confronti dell’Unione Europea. L’UE è infatti sempre più vista come un limite inaccettabile alle libertà di movimento di cui vuole godere la City, i cui interessi hanno oggi portato la Gran Bretagna in contrasto con gli Stati Uniti ma che, nel lungo periodo, si dimostreranno sempre più insofferenti di fronte ai vincoli europei.

Non voglio con questo concludere che la Gran Bretagna abbia come obiettivo di diventare una grande Svizzera: mi limito solo a pensare che le stesse motivazioni che hanno spinto la Svizzera ad essere vicina all’Unione Europea ma non a esserne membro, eserciteranno un’influenza sempre maggiore sulla politica britannica.

Vedremo in futuro fino a quale punto si eserciterà quest’influenza.

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Dati dell'intervento

Data
Categoria
marzo 22, 2015
Articoli, Italia