Senza Londra l’Europa andrà più veloce, ma occorre fronte comune per uscire dalla recessione

Il vertice e il futuro

L’Europa senza Londra andrà più veloce

Articolo di Romano Prodi su Il Messaggero del 11 dicembre 2011

Abbiamo già commentato, con un certo scetticismo,  quattro vertici successivi che dovevano essere decisivi e definitivi per il futuro dell’Unione Europea e non lo sono stati. Nel commentare il quinto credo che si possa finalmente dire che è stato decisivo, anche se certamente non definitivo.

Le decisioni prese sono infatti importanti perché l’Unione fra i 17 paesi dell’euro è ora più forte, perché sono previste sanzioni automatiche nei confronti dei paesi che non rispettano le regole di bilancio, perché viene rafforzato il fondo salva- Stati ( che oggi si chiama Efsf e domani Esm) e perché, nel frattempo, si sono avuti efficaci interventi da parte della Banca Centrale Europea, che ha votato un ulteriore abbassamento dei tassi e ha adottato strumenti efficaci per aggiungere liquidità a un sistema economico sempre più vicino alla recessione.

Si tratta tuttavia di decisioni che possono essere messe in atto solo attraverso un non rapido e non automatico accordo fra i diversi paesi, mentre il fondo salva-Stati non raggiunge ancora dimensioni tali da scoraggiare in modo definitivo i prossimi attacchi speculativi.

L’opposizione germanica ha inoltre impedito di prendere concretamente in considerazione il varo degli Eurobonds che, insieme al potenziamento della  Bce fino a farla diventare una banca centrale a tutti gli effetti, avrebbe potuto dare un assetto finalmente  definitivo alla costruzione dell’euro.

In poche parole sono stati costruiti nuovi strumenti di difesa della moneta unica ma con limiti qualitativi e quantitativi che rendono la speculazione più difficile ma non impossibile.

Una decisione  ancora più importante è stata quella di procedere senza la Gran Bretagna.  Se si volevano compiere passi in avanti nella costruzione europea questo passo doveva essere fatto. Da troppi anni oramai la politica britannica e la sua straordinaria burocrazia operavano con efficacia per impedire che l’Unione Europea progredisse nella direzione di una vera federazione. Un disegno condiviso con lo stesso impegno, anche se con apparenti diversità verbali, da laburisti e conservatori. Un disegno messo tenacemente in atto da tutti i primi ministri che si sono succeduti al governo del Regno Unito.

Questa decisione renderà ancora più difficile il disegno britannico di stare in Europa come membro dell’Unione e, nello stesso tempo, comportarsi come prezioso ed insostituibile rappresentante degli Stati Uniti nell’Unione Europea. Con la decisione di venerdì notte la Gran Bretagna sarà più libera a Londra ma più debole a Bruxelles, proprio nel momento in cui Obama manifesta apertamente la sua vicinanza ad una politica di sostegno dell’Eurozona. Questo non certo per amore dell’Unione Europea, verso la quale Obama non ha mai manifestato grande interesse, ma per la crescente preoccupazione che un possibile tracollo europeo travolga anche l’economia americana proprio alla vigilia di elezioni che si presentano sempre più incerte.

Naturalmente anche quest’inasprimento del rapporto fra Unione Europea e Gran Bretagna è decisivo ma non conclusivo: l’empirismo britannico è sempre in grado di dettare tempi e modi per riprendere il cammino interrotto. Tuttavia i rapporti  non saranno più gli stessi perché la presidenza americana sarà spinta dalla forza degli eventi a telefonare con sempre maggiore frequenza a Berlino o a Bruxelles che non a Londra.

Un’altra decisione importante è il rinnovato ruolo della Commissione Europea, alla quale viene in parte affidato il compito propositivo che aveva da gran lungo perduto. Anche in questo caso si tratta tuttavia di un piccolo passo perché il potere vero rimane strettamente nelle mani dei governi.

La notte di Bruxelles è stata quindi importante. Essa non ha però affrontato ( e forse non lo poteva affrontare) il problema di come uscire dalla recessione in cui stiamo entrando.

Anzi, mentre si pensava come proteggere l’euro, l’Autorità Bancaria Europea, che pure dipende dai ministri europei dell’Ecofin, si prendeva cura di dettare tempi e regole assurde per la ricapitalizzazione delle banche. Entro il 20 gennaio si dovrebbero infatti preparare i piani per riequilibrare il rapporto fra gli impieghi e i mezzi propri di tutti gli istituti di credito. Gli strumenti per raggiungere questo obiettivo sono solo tre: ricorrere al mercato dei capitali, affidarsi all’intervento dello Stato o tagliare drasticamente il credito in modo da riequilibrare il rapporto fra i prestiti e il capitale proprio delle banche.

Nell’attuale congiuntura il primo rimedio è in molti paesi impossibile senza essere costretti  a svendere di fatto la banca e il secondo trova ovviamente forti avversioni politiche (che tuttavia personalmente non ritengo insormontabili). Resta quindi lo strumento della restrizione del credito, che è proprio la decisione più sciagurata.

Mi auguro quindi che non solo i  rappresentanti del  sistema bancario ma anche i nostri governanti facciano fronte comune con i loro colleghi europei per impedire che i progressi della politica comune vengano resi vani da coloro stessi che li hanno faticosamente approvati.

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Dati dell'intervento

Data
Categoria
dicembre 11, 2011
Italia