L’imprevedibilità di Trump e le riforme che servono al futuro
Le riforme che servono al futuro
Articolo di Romano Prodi su Il Messaggero del 29 marzo 2026
E’ passato quasi un anno dal 2 aprile 2025, giorno in cui Donald Trump, annunciando il “liberation day“, ha rivoluzionato il quadro del commercio mondiale con una politica dedicata a porre fine al multilateralismo e al sistema del libero commercio che, pur con incongruenze e debolezze, aveva garantito una crescita senza precedenti dell’economia mondiale.
Tutti ricordiamo come quell’improvvisa e improvvida decisione abbia provocato un’ondata di pessimismo sul futuro dell’intero pianeta. A distanza di un anno dobbiamo constatare che i danni sono stati certamente notevoli in termini di minore crescita e di aumentata inflazione ma che, nello stesso tempo, il commercio mondiale ha progressivamente trovato nuove vie e nuovi equilibri.
Fino a un mese fa si poteva quindi concludere che la politica degli alti dazi aveva, anche se meno del previsto, danneggiato un po’ tutti, ma aveva colpito soprattutto gli Stati Uniti che nemmeno sono riusciti a riequilibrare i loro conti con l’estero. Con l’inizio del nuovo anno si poteva quindi pensare a un progressivo e non troppo traumatico adattamento dell’economia mondiale alla nuova situazione.
Questo fino a un mese fa.
I timidi segnali di ripresa che si stavano affacciando intorno all’inizio dell’anno, sono invece tramontati con il conflitto del Golfo che sta incidendo sugli equilibri dell’economia mondiale in modo assai più pesante del pur sciagurato aumento delle barriere doganali.
Non si tratta solo del blocco di Hormuz, ma di uno sconvolgimento di tutto il Medio Oriente, con conseguenze dirette non solo sul prezzo del gas, del petrolio o dei fertilizzanti, ma su tutta l’economia mondiale: dall’intero sistema dei trasporti al turismo e al mercato assicurativo. Il tutto nell’incertezza sull’evoluzione di un conflitto che doveva durare pochi giorni, ma che non vede ancora la fine.
Nella difficoltà di portare avanti previsioni accurate su quanto sta avvenendo in questo quadro così incerto, possiamo però avanzare fondate ipotesi sulle evoluzioni che appaiono oggi più probabili in conseguenza di quanto è avvenuto nello scorso mese.
In primo luogo è ormai certo il rallentamento della crescita dell’economia globale che, dal 3,3% del 2025, sarà inferiore al 2,9% nell’anno in corso. In parallelo è già scritto un aumento dell’inflazione che, nei paesi dei G20, sarà superiore al 4%.
Tutto questo porterà a una politica monetaria più severa, con conseguenze negative nei consumi delle famiglie e un rallentamento negli investimenti delle imprese.
Limitandoci al quadro europeo, la crescita arriverà al massimo allo 0,8% (contro l’1,2% delle precedenti previsioni) e sarà frutto, per quasi la metà, di un aumento delle spese per la difesa. Tutto questo in conseguenza di decisioni prese in passato che prevedevano un aumento dell’impegno militare europeo pari a 800 miliardi di Euro, nel periodo tra il 2025 e il 2028.
Una spesa sostenuta per 150 miliardi da un prestito europeo e per 650 miliardi dai bilanci dei singoli paesi che, date le diverse situazioni in cui si trovano, la stanno mettendo in atto con diverse velocità ma, in ogni caso, con sostanziali e non sempre facili tagli nella spesa sociale o negli investimenti.
Non dobbiamo sorprenderci che, in conseguenza di questi avvenimenti, le sfide di fronte alle quali l’Italia si trova siano più complesse di quelle degli altri paesi. In primo luogo è per noi più pesante l’aumento del prezzo dell’energia, dato che da troppo tempo non siamo in grado di prendere le decisioni necessarie per dotarci di fonti alternative, comprendenti tanto il nucleare quanto il vento o il sole. Petrolio e gas ricoprono ancora oltre il 70% del nostro fabbisogno che, inoltre, dipende totalmente dalle importazioni.
Gli aumenti degli scorsi giorni non possono che avere conseguenze negative sui bilanci delle famiglie e delle imprese, oltre che sugli equilibri del commercio estero. A questo si aggiunge il progressivo esaurimento dei cospicui fondi europei forniti dal PNRR.
Non che essi siano stati spesi nel migliore dei modi, dato che sono stati prevalentemente impiegati in innumerevoli interventi nell’edilizia, senza un progetto dedicato al necessario aumento della produttività. Tutto questo a differenza della Spagna che ha indirizzato i fondi europei verso la transizione energetica e la digitalizzazione dei servizi e della Pubblica Amministrazione. Nell’anno in corso verranno progressivamente a mancare i fondi del PNRR che, nel recente passato, hanno offerto un contributo alla nostra economia tra lo 0,3% e lo 0,4%.
Il risultato finale di tutto questo è che, se anche la guerra in Iran finisse oggi, la nostra crescita non potrebbe superare lo 0,4%. Non si tratta per ora di un crollo, ma di un prolungamento del tempo in cui la nostra economia si collocherà nella parte più bassa della classifica europea.
L’attenta gestione del nostro bilancio ci mette al riparo da cadute improvvise, ma l’aumento dei tassi di interesse del debito pubblico che si è manifestato negli ultimi giorni deve farci capire che il futuro non può essere affidato solo al pur necessario controllo della spesa. Il futuro dipende da un aumento di efficienza che può essere ottenuto solo con le necessarie e ben conosciute riforme. Se si continua a usare unicamente il freno o il rinvio non si può certo andare avanti.
















