Oggi mancano i leader visionari, ma l’Europa senza l’Euro sarebbe barbara

Intervista all’euroconvinto ex presidente della commissione di Bruxelles

Oggi mancano i leader visionari, ma l’Europa senza l’Euro sarebbe barbara

Intervista di Massimo Degli Esposti a Romano Prodi su Il Resto del Carlino, il Giorno, la Nazione del 31 dicembre 2011

Nessuno più di Romano Prodi ha legato il suo nome all’euro.

Presidente che effetto le fa vederlo oggi sull’orlo del baratro?

“Penso proprio che non siamo sull’orlo del baratro perchè, se cadiamo noi italiani, cade tutto il sistema e nessuno se lo può permettere. E’ vero che c’è molta paura, ma esiste anche la razionalità. Facciamo un’analisi: la crisi è scoppiata negli Stati Uniti, e la crisi europea è di diretta e totale derivazione dalle regole di mercato costruite soprattutto negli Stati Uniti”.

Però ha evidenziato anche debolezze strutturali dell’Europa…

“In effetti manca uno strumento strutturale per gestire gli squilibri economici proprio perchè non si è riusciti a completare i necessari processi di decisione. Occorre affiancare alla politica monetaria una vera e propria politica economica. Ma questo non può essere raggiunto col voto all’unanimità. Quello che la crisi sta insegnandoci, infatti, è che l’unanimità come metodo per prendere le decisioni a livello europeo non funziona più. Si deve passare al principio del voto a maggioranza. Questo naturalmente comporta anche il riconoscimento del diritto di recesso. Nell’Unione europea è necessaria una porta d’entrata e una porta d’uscita“.

Lei pensa che ci si arriverà?

“Penso di sì. Prima di lasciare che un Paese vada alla deriva ci si pensa mille volte. Quello che stiamo facendo come europei è arrivare ogni volta sull’orlo dell’abisso e poi tornare indietro. E pensare che la California, sul piano della finanza pubblica, molto peggio della Grecia; ma negli Stati Uniti c’è un enorme bilancio federale che garantisce. Insomma i problemi finanziari dell’euro derivano dal fatto che l’euro non ha alle spalle una politica completa e organica”.

Come mai non s’affrontò questo problema già allora?

“Ricordo che alla mia obiezione sull’incongruenza di un’Unione monetaria che non comprendeva un coordinamento delle politiche economiche e fiscali, Kohl rispondeva che per il momento non si poteva fare di più e che il perfezionamento del progetto sarebbe avvenuto in seguito. Ed era una risposta saggia e realistica. Nessunoi poteva immaginare,allora, che il passare del tempo avrebbe reso molto più difficile qualsiasi cammino in questa direzione”.

Perchè?

“Una volta raggiunti i grandi risultati dell’euro e dell’allargamento, è arrivata l’Europa della paura. Direi soprattutto la paura di non farcela, di non essere in grado di affrontare la globalizzazione. La conseguenza è stata un progressiva chiusura verso l’esterno, i rigurgiti di interessi locali e nazionali, irrazionalità, populismo. Questo atteggiamento non è contro-bilanciato da una leadership capace di visioni di largo respiro strategico”.

Mancano i nuovi Kohl, Delors, De Gasperi?

“Quelli di oggi sono leader nazionali. A volte forti, ma mai europei. I visionari non ci sono più”.

Pensa ai diktat tedeschi?

“Adesso non c’è dubbio che la Germania sia il Paese più forte. Ma è ancora più vero che la Germania è, a sua volta, troppo debole nei confronti di un mondo in cui a essere soli non si conta nulla”.

Quindi, conferma la sua fede nel progetto europeo?

“I padri fondatori dell’euro capirono che l’Europa non ne poteva più della guerra, che era esausta, sfiancata e interpretarono questo sentimento, questo desiderio di resurrezione, di riscatto, di pace. L’euro è stato frutto di una felice combinazione di interessi, soprattutto fra la Germania che aveva fretta di finirla definitivamente con l’anomalia tedesca e legarsi in modo indissolubile all’Europa e la Francia che ebbe l’intelligenza di puntare sull’integrazione e non sulla contrapposizione con la Germania. Fu treno preso al volo, con un pizzico di irrazionalità ma tanta visione storica”.

E l’interesse italiano?

“Io avevo l’obiettivo nazionale di finirla con un’economia che si adattava al non progresso perchè si poteva sempre salvare con la svalutazione. Volevo mettere l’Italia di fronte alla necessità di adottare una disciplina virtuosa”.

Obiettivo centrato?

“L’Italia entrò nell’euro con una buona capacità competitiva e con un rapporto di cambio favorevole. Il fatto è che da allora non abbiamo più incrementato la produttività, mentre gli altri hanno fatto salti in avanti enormi”.

Cosa ci è mancato?

“Il cambiamento è una filosofia che non è ancora stata appresa dal Paese. Però guai pensare che non sia necessaria”.

E’ preoccupato per l’Italia?

“Continuiamo a ristagnare, a non sbloccare niente dell’economia. Dopo la grande illusione berlusconiana ormai c’è la rassegnazione a vivere in un Paese perdente”.

Un’Europa senza euro?

“Credo che per i giovani di oggi immaginare una vita senza l’euro sia impensabile. Per loro credo che l’euro sia una cosa naturale; toglierglielo sarebbe un motivo di imbarbarimento”.

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Dati dell'intervento

Data
Categoria
dicembre 31, 2011
Interviste