Non cadere nella trappola del populismo: senza Europa solidale non c’è futuro

Abbiamo più paure che speranze, ma senza Europa non c’è futuro

Intervista di Gabriele Colleoni a Romano Prodi su  del 20 febbraio 2017

Tra un mese l’Europa ricorda i 60 anni dei Trattati di Roma che istituivano con la Comunità Economica Europea il primo nucleo della futura Unione. Le ricorrenze offrono sempre l’occasione di un bilancio, ma mai come ora sembra opportuno interrogarsi sull’Europa passata dallo slancio unitario di un tempo all’attuale affollarsi di cassandre intorno al futuro stesso dell’Unione. E proprio da qui parte l’intervista che il presidente Romano Prodi ha concesso al nostro giornale.

Professore, le tensioni odierne nell’Unione sollevano più di un interrogativo e di un’inquietudine sul futuro del Vecchio continente…

L’Europa è nata perché mai più si ripetessero le tragedie del passato, per costruire un futuro di pace e di prosperità per tutti i paesi dell’Unione. Quella che si stava costruendo era un’Europa forte e solidale, capace di essere la «casa delle minoranze», di guardare al futuro con slancio e con speranza. E l’Europa è stato un laboratorio politico che ha garantito tre generazioni di pace! Un fatto straordinario che oggi viene dato come scontato, ma che non lo è affatto. La moneta unica ha costruito le condizioni che ci hanno consentito di sopravvivere alla peggiore delle crisi economico-finanziarie dal dopo guerra. L’allargamento rappresenta l’unico caso riuscito di esportazione della democrazia. Perché la democrazia si crea con la pace, non si esporta con la guerra. E tutti questi passaggi sono stati accompagnati dall’entusiasmo popolare. Oggi quell’Europa non esiste più: dominata dalla paura, percorsa dai nazionalismi, immobile dinnanzi ai problemi, incapace di dare risposte è avvertita come un ostacolo. La paura ha preso il posto della speranza e l’egoismo quello della solidarietà. Paura delle migrazioni, della globalizzazione, delle sfide che ci attendono. Ma nessun paese, per quanto forte sia, potrà da solo affrontare le grandi potenze del mondo. Abbiamo ancora bisogno dell’Europa.

L’Italia e l’Europa, storia di un amore deluso o perlomeno in pausa di riflessione. Quanto conta l’Italia per l’Europa e quanto conta l’Europa per l’Italia, oggi?

Il nostro è tra i paesi fondatori e il nostro ruolo in Europa è sempre stato di grande importanza: siamo un pilastro insostituibile dell’Unione europea, sia dal punto di vista politico che economico. Il nostro ruolo può e deve essere quello di rilanciare nuove politiche unitarie nel Mediterraneo. Questo corrisponde ad un nostro specifico interesse ma è anche la sola strada per affrontare il problema delle migrazioni che non sono destinate ad esaurirsi in un periodo breve. Riportare la pace in Libia è necessario per l’Europa perché se non avremo la possibilità, come era in passato, di dialogare con un governo stabile non potremo in nessun modo controllare i flussi migratori. Senza politiche europee per il mediterraneo non saremo in grado di far fronte alla spinta migratoria perché chi ha fame o è sotto la minaccia della guerra si mette in cammino, fugge e non c’è muro che lo possa fermare. L’Italia deve ribadire che la responsabilità europea nei confronti dell’Africa è diretta e particolare. A nostra volta abbiamo la responsabilità di mettere in atto politiche compatibili e coerenti con le regole che noi stessi abbiamo sottoscritto con i paesi dell’Unione, ma l’Unione Europea deve fare il suo compito.

Brexit e Trump: due imprevisti protagonisti che hanno fatto irruzione sulla scena internazionale in pochi mesi. L’Europa in affanno cosa può mettere in campo per «assorbirne» i contraccolpi?

La Brexit mi ha molto addolorato ma non è stata proprio una sorpresa. Se vogliamo essere sinceri la priorità della Gran Bretagna era il libero scambio delle merci. La sua uscita tuttavia è un danno per l’Europa perché la Gran Bretagna è un paese di grande importanza e prestigio internazionale. A questo sembra aggiungersi oggi la preoccupazione per la lentezza con cui la Germania sta gestendo la Brexit. Né inglesi né tedeschi sembrano infatti avere fretta di negoziare e inoltre il processo di uscita sarà lungo per sua natura: si tratta di esaminare migliaia di pagine di trattati. Questa lentezza non fa bene all’Europa perché per un tempo molto lungo avremo la Gran Bretagna fuori e allo stesso tempo dentro all’Unione e così si alimenta quel clima di incertezza che ci danneggia. Ma sia la Brexit sia l’arrivo della tempesta che Trump sta suscitando, e quest’ultima richiede ancora qualche tempo di osservazione per una valutazione più attenta, potrebbero essere per l’Europa un’occasione per rilanciare un nuovo progetto di Unione, diverso da quello originale, ma che potrebbe offrirci la possibilità di un necessario rinnovamento. La stessa proposta della Cancelliera Merkel di un’Europa a più velocità, proposta che io vado predicando da molto tempo vista la debolezza della politica europea comune, è una buona idea. A patto però che non si tratti di confinare alcuni paesi in un’area debole e creare un gruppo di soli paesi forti. L’idea di progredire, almeno in alcuni campi, con chi ci sta corrisponde finalmente ad una reazione. Ciò che conta è che il valore condiviso tra tutti i paesi sia la sempre maggiore coesione, perché chi non condivide i valori dell’Unione europea si colloca fuori, come ha fatto la Gran Bretagna. Insomma un passaggio necessario per superare l’immobilismo di questi anni e ritrovare lo slancio perduto.

Ma il problema più difficile al momento attiene al dilagare di movimenti populisti antieuropei all’interno dei Paesi membri. Da dove ripartire per dare risposte efficaci e convincenti a chi dice: «via dall’Unione»?

Potremmo cominciare col chiedere a chi prospetta un futuro fuori dall’Europa come pensa di affrontare le grandi sfide con le super potenze americana e cinese e con un mondo che cambia così velocemente. Perché le forze antisistema, da Grillo a Le Pen, intercettano con grande abilità le paure delle persone, da destra e da sinistra, ma non hanno programmi credibili. Il populismo sfrutta le diseguaglianze e a loro fortuna si alimenta con la paura. Fortuna sospinta poi dal vento che sta sfaldano, con la sola eccezione della Germania, il tradizionale sistema dei partiti. Ma è proprio la paura la madre di tutti i problemi. La stessa che percorre l’Europa e i suoi nuovi leader. E la paura porta all’immobilismo quando invece servirebbe una risposta energica e slancio sia nelle politiche economiche sia in quelle sociali. Il rancore verso l’Europa nasce dalla incapacità dei suoi leader di dare risposte ai problemi, alla mancanza di lavoro, alle migrazioni di massa, all’impoverimento della classe media, all’aggravarsi delle disuguaglianze. La nuova classe dirigente ha perso il senso delle politiche di lungo respiro e dei grandi orizzonti che non solo non vede, ma che non sa nemmeno più indicare. Tutti presi dalla paura delle proiezioni elettorali, oggi i leader europei sembrano aver rinunciato ai valori fondanti che ci hanno spinto a mettere in comune le risorse per affrontare uniti un mondo che si fa sempre più vasto e complicato. Oggi i paesi si muovono da soli: la Germania ha portato infinite missioni in Cina con poderose delegazioni imprenditoriali. Gli altri paesi arrancano. Manca una politica europea comune. La leadership, saldamente nelle mani della Germania che la detiene per indiscussi meriti, non è esercitata con quel senso di responsabilità che dovrebbe esserle connesso nei confronti di tutti i paesi dell’Unione. Così è stato per la Grecia il cui caso si è discusso a Berlino, e non a Bruxelles.

Lei sostiene che all’Europa serve un leader vero per guidare il rilancio del processo europeo. La Germania della signora Merkel finora ha espresso un’«egemonia riluttante», con i risultati che vediamo. L’Italia può giocare un ruolo nella costruzione di una leadership credibile per l’Europa?

L’uscita della Gran Bretagna ha accentuato lo sbilanciamento a favore della Germania che, lo ripeto, ha la leadership dell’Europa per suoi meriti. Ma certo è necessario un cambiamento e non solo l’Italia può giocare un ruolo nel rinnovamento europeo, ma tutti i paesi devono farlo. E l’Europa a più velocità che avrà partecipanti diversi a seconda di specifici obiettivi -chi sarà più pronto a mettere in comune la difesa, chi lo spazio unico di sicurezza e chi l’Europa sociale- offre una possibilità più concreta a tutti di partecipare al progresso dell’Unione e porterà con sé maggiori responsabilità per tutti i membri dell’Unione. Purché, lo ripeto, sia ben chiaro che non ci possono essere paesi di serie A e paesi di serie B e che l’obiettivo comune resti la sempre maggiore coesione. Se è vero che la mia Europa è morta e l’Europa a più velocità è una reazione positiva, in mancanza di una condivisa politica europea, deve essere chiaro che l’obiettivo è ancora lo stesso: restare uniti, perfezionare la nostra Unione per poter affrontare le sfide del futuro.

 

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Dati dell'intervento

Data
Categoria
febbraio 23, 2017
Interviste