Tassare i robot non basterà a evitare la rivolta degli emarginati

La proposta di Gates – Tassare i robot non basterà a ridare lavoro

Articolo di Romano Prodi su Il Messaggero del 26 febbraio 2017

La proposta di Bill Gates di tassare i robot è alquanto bizzarra ma apre un dibattito di straordinaria importanza. La bizzarria deriva prima di tutto dalla storia personale del proponente. Bill Gates è infatti diventato l’uomo più ricco del mondo proprio perché ha diffuso ovunque i personal computer e le successive innovazioni che, più di ogni robot, hanno rivoluzionato il funzionamento della nostra società, eliminando decine di milioni di posti di lavoro nelle banche, nelle agenzie di viaggio, nei centri di progettazione e negli uffici di ogni genere e specie.

Il tutto, ovviamente, senza che i personal computer siano stati oggetto di imposte straordinarie, pur nella piena consapevolezza che queste meravigliose novità mandavano al macero tantissimi posti di lavoro, sostituiti da un numero infinitamente inferiore di pur ben remunerati specialisti.

Tassare i robot in quanto aumentano la produttività del lavoro è inoltre complicato perché è proprio difficile definire cosa è un robot ed in quali casi sostituisca uno specifico lavoro. In fondo tutti gli strumenti applicati ad ogni attività hanno sostituito lavoro, a cominciare dal martello di un muratore o dall’aratro di un contadino. Bisogna infine osservare che tutte le innovazioni che, aumentando la produttività, determinano maggiori profitti o maggiori salari, vengono regolarmente tassate. E lo sono anche le innovazioni prodotte dai robot.

La provocazione di Bill Gates, preceduta peraltro da una proposta simile presentata lo scorso anno al Parlamento Europeo, va tuttavia presa molto sul serio perché ci obbliga a riflettere non solo sul fatto che il progresso tecnologico avviene oggi in modo straordinariamente veloce ma anche che, a differenza di tutte le precedenti rivoluzioni, i nuovi posti di lavoro creati sono una percentuale nettamente inferiore rispetto a quelli perduti. Le invenzioni del trasporto ferroviario e delle automobili sono state certamente un dramma per gli allevatori di cavalli e per i costruttori di carrozze ma il danno è stato più che bilanciato dagli investimenti nelle fabbriche di locomotive e di automobili, nelle necessarie infrastrutture, nelle miniere di carbone, nelle raffinerie di petrolio e nella distribuzione del carburante.

Come nel caso dell’energia elettrica e dei telefoni la diffusione capillare di queste innovazioni è inoltre avvenuta solo nel corso di molti decenni. Nessun paragone rispetto a quanto si è verificato con i computer o con i telefoni portatili. Essi hanno in pochi anni invaso tutto il pianeta, dalle città metropolitane ai borghi rurali, dai paesi più avanzati ai villaggi africani. Il numero dei posti di lavoro perduti rispetto a quelli creati nelle passate rivoluzioni tecnologiche è stato trascurabile nei confronti di quanto sta avvenendo oggi.

Consapevole di questa diversità e consapevole che intere categorie di lavoratori vengono spazzate via con la velocità di un fulmine dalle nuove tecnologie, Bill Gates cerca di correre ai ripari. Di qui la proposta di rallentare  attraverso le imposte la velocità di diffusione del progresso tecnico e di destinare gli introiti fiscali aggiuntivi alla preparazione di persone in grado di svolgere compiti e di venire incontro a bisogni che non era possibile soddisfare in precedenza.

Si tratta di un disegno di lungo periodo perché, nel mondo di oggi, le moderne tecnologie ( e non solo i robot) stanno producendo uno squilibrio senza precedenti fra la capacità di offerta di beni e servizi e le dimensioni effettive della domanda. Per porre rimedio a questo squilibrio vi è chi ha proposto una diminuzione generalizzata e concordata dell’orario di lavoro ma il buon senso ci dice che si tratta di un obiettivo del tutto impossibile da raggiungere perché troppo divergono le situazioni e gli interessi dei paesi, delle categorie e degli individui.

Consapevole di questa impossibilità Bill Gates propone di rallentare la corsa della tecnologia e di fare pagare le tasse alle macchine per aiutare gli uomini ad affrontare le novità del futuro, in modo da scongiurare le rivolte dei miliardi di persone che, emarginate dalle nuove tecnologie, si rivolterebbero contro di esse con ancora maggiore violenza.

L’individuazione del pericolo che stiamo correndo è a mio parere assolutamente corretta perché l’aumento della produttività accompagnato da una crescente disoccupazione ed un’ altrettanto crescente iniquità non può che produrre una miscela esplosiva.

Per evitare l’esplosione non sarà tuttavia sufficiente tassare le macchine ma bisognerà riflettere su una diversa distribuzione dei redditi e delle opportunità fra tutti gli uomini.

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Dati dell'intervento

Data
Categoria
febbraio 26, 2017
Articoli, Italia