Tirare in lungo sulla Brexit giova alla Gran Bretagna ma fa male all’Italia

Brexit: il lungo addio degli inglesi giova soltanto alla Germania

Articolo di Romano Prodi su Il Messaggero del 24 luglio 2016

A un mese di distanza dal voto popolare che ha deciso l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea il caos regna sovrano. Appare ormai chiaro che i governanti britannici, forse perché sicuri che prevalesse la volontà di rimanere nell’Unione, non avevano alcuna idea su come comportarsi in caso di vittoria degli scissionisti.

Il Primo Ministro sconfitto ha di conseguenza subito dichiarato che i negoziati per regolare le conseguenze del referendum sarebbero iniziati solo a settembre, una volta nominato il suo successore. Poi Cameron si è pentito e ha subito rassegnato la dimissioni. Il suo successore, la Signora May, è entrata nell’esercizio della sua alta carica con la rapidità che il collaudato sistema politico britannico può permettersi in questi casi ma, con altrettanta rapidità, si è affrettata a smentire il suo predecessore, dichiarando che le trattative per regolare il divorzio con l’Unione Europea non sarebbero cominciate prima della fine dell’anno. Dato che l’articolo 50 del trattato di Lisbona stabilisce che le pratiche per lo scioglimento del matrimonio possano durare almeno due anni, siamo di fronte ad un periodo di incertezza senza fine. Un periodo di vera incertezza anche perché è stato imbarcato nella squadra di governo (addirittura come ministro degli Esteri) Boris Johnson, cioè colui che ha capeggiato la battaglia contro l’Europa.

Omettendo di immaginare quanta ironia ci avrebbe riservato la stampa inglese se noi ci fossimo comportati in questo modo cerchiamo di riflettere su come si prospettano i futuri negoziati per regolare il divorzio.

Da parte britannica il primo obiettivo è quello di formulare una piattaforma condivisa. Obiettivo non facile perché essa deve non solo imbarcare le diverse correnti del Partito Conservatore ma deve anche non alienare coloro che hanno votato per rimanere nell’Unione. Soprattutto per evitare che un’eccessiva divergenza nella strategia dei negoziati possa spingere la Scozia ad allontanarsi definitivamente dall’Inghilterra.

In secondo luogo sia il Primo Ministro Theresa May che il Ministro David Davis, responsabile per la Brexit, hanno manifestato l’intenzione di allungare il più possibile la durata dei negoziati che, già di per stessi, si preannunciano complicatissimi, perché debbono comprendere tutti i punti che regolano i rapporti tra i paesi dell’Unione Europea, settore per settore, capitolo per capitolo. Si tratta di riesaminare decine di migliaia di pagine di trattati e regolamenti, con infinite discussioni, dalle pagine più importanti ai piccoli dettagli. L’unico aspetto consolante di questa strategia della lentezza è che vi è un limite politico alla durata dei negoziati: dovranno avere termine prima delle elezioni del 2020. Penso infatti che il Partito Conservatore non potrà presentarsi agli elettori con la partita della Brexit ancora aperta.

In questa lunga trattativa i ministri britannici, affiancati da una burocrazia tecnica così raffinata da essere in grado di colpire una zanzara in volo, hanno un obiettivo ben preciso: il mantenimento dei vantaggi del mercato unico senza i vincoli da loro ritenuti inaccettabili, primo tra i quali la libertà di ingresso dei cittadini europei nel Regno Unito.

Non sarà facile conciliare i due obiettivi perché la libera circolazione delle merci e delle persone sono entrambi pilastri fondamentali dell’Unione Europea e non possono essere facilmente separati.

Di qui la scelta di tirare a lungo nei negoziati. Una prolungata fase di incertezza è tuttavia estremamente dannosa per l’economia europea. Alcuni paesi, guidati dalla Francia, si sono perciò pronunciati in favore di negoziati brevi ma la Cancelliera tedesca si è affrettata a garantire alla sua nuova collega britannica (subito corsa al sacro soglio di Berlino) la possibilità di procedere con trattative lunghe a piacere.

E temo che così sarà. Lo temo perché l’incertezza è un freno per l’economia europea e costituirà un rischio particolare per l’Italia.

Basta riflettere su quanto è avvenuto nell’ultimo mese. È noto, ed è stato giustamente sottolineato, che l’Italia ha con la Gran Bretagna rapporti relativamente meno intensi di altri paesi, a cominciare dalla Germania per proseguire poi con Francia, Olanda o Svezia. Eppure i mercati finanziari hanno colpito i nostri titoli e il nostro spread più duramente dei loro.

La ragione è chiara: in una situazione di mercati finanziari aperti ma senza una vera unione economica, i lupi della finanza internazionale hanno tutto l’interesse a colpire le pecore zoppe. Purtroppo, finché non avremo posto termine al necessario e possibile processo di riorganizzazione del nostro sistema bancario, noi saremo considerati pecore zoppe.

Tirare in lungo con le trattative può giovare alla Germania nell’esercizio della sua funzione di arbitro e giova certamente alla Gran Bretagna che, caduta ormai la prospettiva della firma del trattato commerciale fra l’UE e gli USA ( il così detto TTIP), può trattare in contemporanea la sua integrazione con il mercato europeo e con quello americano. Tutto ciò non giova però alla coesione dell’Unione Europea. Ci aspettiamo perciò una forte presa di posizione della Commissione perché il pur triste divorzio fra la Gran Bretagna e l’Unione Europea si compia presto e bene.

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Dati dell'intervento

Data
Categoria
luglio 24, 2016
Articoli, Italia