L’Europa si unisca attorno alla Germania condividendo le politiche monetarie, economiche ed industriali

Prodi: “serve una svolta. L’Europa si unisca attorno alla Germania”
Il tracollo dell’Euro sarebbe un disastro per tutti.

Intervista di Andrea Bonanni a Romano Prodi su La Repubblica del 29 giugno 2012

BRUXELLES – Allora, Professore, ce la faranno i leader europei a salvare la moneta unica? Intercettato a Bruxelles all’uscita di una riunione del Gruppo Spinelli, Romano Prodi si ferma un attimo per riflettere. «Da questo vertice non mi aspetto miracoli. Sarebbe già un buon risultato se finisse la disputa dottrinaria che ha dominato il dibattito negli ultimi tempi, e se si cominciasse a discutere in modo empirico su cosa fare».

Pessimista?

«No. Ma non è ancora pienamente maturata nei circoli economici e politici che contano la piena consapevolezza che il tracollo dell’euro sarebbe un disastro per tutti. Solo da poco hanno cominciato a comparire studi come quello fatto da Roland Berger in Germania e dalla Confindustria in Italia, o appelli come quello dell’industria chimica europea pubblicato dal Financial Times. Lo scontro tra la dottrina economica astratta e la realtà della vita di tutti i giorni non è ancora arrivato ad un punto di drammaticità tale da spingere tuttia prendere le decisioni necessarie. Quindi ci saranno passi in avanti, ma non ancora quel cambiamento radicale che sarebbe necessario. Ci vogliono misure tali da ribaltare le aspettative dei mercati. Oggi l’Europa è un cane piccolo che tutti si permettono di azzannare. Bisogna che diventi un cane tanto grosso che nessuno si azzardi a tentare di morderlo».

Fuor di metafora, che cosa vuol dire?

«Oggi nel mondo ci sono solo due governi veramente sovrani: gli Stati Uniti e la Cina. Tutti gli altri non sono liberi di attuare le politiche che vorrebbero per paura degli spread e dei mercati. Non capire che, per i Paesi europei, l’unico modo di riacquistare la propria sovranità è quello di condividerla con gli altri, denota una totale mancanza di senso storico. In Asia si sta creando un complesso industriale multinazionale di dimensioni mai viste al mondo. O l’Europa si mette insieme condividendo non solo le politiche monetarie, ma anche quelle economiche e industriali, oppure è condannata a perdere il primato che ancora detiene. Tutto questo può avvenire solo attorno alla Germania, che è la maggiore potenza industriale del continente. In Germania il settore manifatturiero è pari al 25 per cento del Pil, mentre in Francia è meno della metà e in Gran Bretagna è sotto al 10 per cento. Ma neppure la Germania ce la può fare da sola: ha bisogno dell’apporto di Paesi come la Francia, l’Italia, la Polonia, la Repubblica Ceca. Purtroppo, però, per capire la portata della posta in gioco ci vogliono grandi statisti».

Ma secondo lei, tra dieci anni ci sarà ancora l’euro e l’Italia ne farà ancora parte?

«Sono sicuro di sì. Avremo ancora tre, quattro mesi di rimedi parziali. Mesi passati ad inseguire la storia con rimedi insufficienti. Ma più ci si avvicina al baratro, più la leadership politica ed economica si renderà conto della situazione e prenderà le misure necessarie. Non solo tra dieci anni ci sarà ancora la moneta unica, ma l’Europa sarà integrata in modo tale che i mercati non potranno più farla a fette applicando una tattica da Orazi e Curiazi come fanno ora».

Lei è stato presidente della Commissione che ha tenuto trionfalmente a battesimo l’euro. Si sarebbe mai aspettato una crisi di queste proporzioni?

«Il problema l’avevo più volte sollevato, ma senza successo. Quando leader come Kohl, Mitterrand, Chirac avevano dato vita all’unione monetaria, erano ben consapevoli che si trattasse di un’opera incompiuta, e che sarebbe stato necessario completarla strada facendo con una vera unione economica. Poi però il clima politico è cambiato. Quando nel 2003 proposi di rafforzare la sorveglianza sulle politiche economiche, perfino Francia e Germania bocciarono la proposta. Non accettarono neppure la mia richiesta di dare a Eurostat i poteri per controllare i dati di bilancio che arrivavano dalle capitali. Questo, almeno, avrebbe impedito al governo greco di truccare i conti per anni. L’aria era cambiata: cominciava l’era delle diffidenze reciproche, la paura dell’idraulico polacco che ha portato alla bocciatura della Costituzione in Francia».

Anche la strategia di Lisbona sulla competitività, lanciata dalla sua Commissione, si è risolta in un fallimento…

«Si. Se si fossero rispettati quegli impegni oggi non saremmo a questo punto. Mai governi avevano tolto troppo piume dalle ali di quel progetto. Hanno abolito ogni vincolo e ogni potere di controllo sulle politiche nazionali. La strategia di Lisbona è rimasta una dichiarazione di buona volontà. I Paesi che l’hanno messa in pratica, come la Germania di Schroeder che ha lavorato in collaborazione con i sindacati, oggi hanno i conti in ordine e continuano a crescere. Ma lo hanno fatto per semplice buon senso. Non perché vincolati da un obbligo europeo».

E l’Italia non ha fatto nulla?

«Quando tornai al governo in Italia ci provai. Ma mi scontrai con una sinistra molto dura e con una maggioranza troppo ristretta per poter portare a termine il lavoro che Schroeder aveva fatto in Germania. In ogni modo le liberalizzazioni di Bersani restano l’unico inizio concreto di riforma dei mercati. E con Tommaso Padoa Schioppa riuscimmo comunque a ridurre il debito pubblico. Ma queste politiche hanno bisogno di respiro lungo. E il mio governo, purtroppo, non lo ha avuto».

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Dati dell'intervento

Data
Categoria
giugno 29, 2012
Interviste