Rigore, equità e passione. Le lezioni di Padoa Schioppa

Rigore, equità e passione. Le lezioni di Padoa Schioppa

L’azione condotta da ministro dell’Economia fu all’epoca fraintesa e criticata. Oggi sono in molti a rivalutarla e a comprendere quali valori profondi la ispirassero.

Articolo di Romano Prodi su La Repubblica del 16 dicembre 2011

Prefazione di Romano Prodi al libro “Due anni di governo dell’economia (maggio 2006-maggio 2008)” Ed. Il Mulino;  in libreria dal 16/12/2011

Avevo già in precedenza avuto modo di ammirare il rigore e lo stile di Tommaso Padoa-Schioppa, la sua razionalità e la sua curiosità intellettuale, ma, nonostante la lunga amicizia, non avevo mai potuto verificare quanto fosse profonda e limpida la sua passione politica.

Ed è questa passione che più ha colpito tutti noi, anche perché le sue doti di intelligenza e le sue capacità tecniche erano da tempo conosciute, mentre i suoi valori e i suoi obiettivi erano sempre stati mantenuti in un’atmosfera di voluta discrezione. Per essere ancora più espliciti, anche i suoi severi critici hanno dovuto riconoscere che nella sua severità e nel suo rigore non vi era una prevalenza tecnocratica ma un suo straordinario senso dell’equità e della giustizia.

Partendo da queste premesse è stato possibile affrontare senza tensioni, anche se con la necessaria dialettica, i problemi più difficili, a partire dal ben noto dibattito sulla politica dei due tempi e sul contrasto fra efficienza ed equità. Un dibattito che, spesso anche usato strumentalmente, ha infiammato tutta la vita del nostro governo.

Ed è perciò assai opportuno che questa raccolta si sia concentrata sugli interventi riguardanti il risanamento e la crescita. Questo non significa affatto adottare la politica dei due tempi (prima il risanamento e poi la crescita), ma operare in modo compatibile con gli obiettivi e i vincoli dell’Italia. Ed è bene tenere in mente quanto complessi siano gli obiettivi e quanto soffocanti siano i vincoli. Per questo motivo la strategia finanziaria è stata obbligata (anche per tenere conto degli impegni europei) ad attribuire un maggior peso al risanamento nel primo anno e a porre un maggior accento sulla crescita nell’anno successivo. Una logica ferrea che, in teoria, avrebbe dovuto essere da tutti condivisa, ma che fu oggetto di profonde controversie anche all’interno del governo, perfino quando si stavano chiaramente manifestando le conseguenze positive di quest’azione.

Essa aveva dato infatti risultati straordinari con una riduzione del deficit dal 4,3% del 2005 (il che aveva anche provocato una procedura europea di infrazione per “disavanzo eccessivo” ) all’1,5% del2007. E non si trattava certo di un effetto transitorio perché il controllo della spesa, l’impostazione di un’efficace e permanente azione di contrasto all’evasione fiscale e l’adeguamento dei coefficienti di liquidazione delle pensioni alle accresciute speranze di vita ponevano le premesse per il mantenimento di un percorso virtuoso anche nel lungo periodo.

Ancora una volta emergeva un’azione coerente, dedicata da un lato all’obiettivo della crescita (rendendo disponibili decine di miliardi di curo per investimenti nel capitale fisico e umano) e dall’altro all’obiettivo della giustizia distributiva (tramite una lotta serrata contro l’evasione fiscale). Debbo, a questo proposito, sottolineare la passione con cui portava avanti la necessità della spending review e ricordare come tutto questo veniva accolto con un senso di ironia e scetticismo da parte del mondo politico italiano, salvo recuperarne l’importanza dopo anni, quando il disastro delle finanze italiane era andato già troppo avanti.

Questo metodo di lavoro, così rigoroso da sembrare inflessibile, ha provocato molte volte, nell’ambiente un po’ liquido della no stra coalizione di governo, tensioni non trascurabili; ma, fortunatamente, tale metodo è stato tenacemente applicato, nella ferma convinzione che senza questa durezza non si sarebbe mai potuti uscire dalla spirale negativa in cui l’Italia si era avvitata. L’inflessibilità di Tommaso era infatti lo strumento per raggiungere un maggiore equilibrio economico e sociale nel Paese, per salvare e fare avanzare le conquiste dello stato sociale, per dare concretezza ai famosi obiettivi del federalismo fiscale e, soprattutto, per garantire un futuro a una giovane generazione sempre più frustrata e timorosa del domani. La passione e la cura peri giovani e per i loro studi era infatti una costante guida del suo pensiero e una linea d’azione della sua politica. E nessuno di noi ebbe alcun dubbio di cosa Tommaso volesse intendere quando incitava i “bamboccioni” a darsi da fare. Li voleva semplicemente protagonisti del proprio futuro, proprio all’opposto del significato che molti vollero, con malizia, attribuire alle sue parole.

È quindi indispensabile cogliere il significato profondo della battaglia combattuta da Tommaso Padoa-Schioppa per indirizzare il bilancio pubblico verso la crescita economica e per ridurre progressivamente nel tempo il carico fiscale sui contribuenti che hanno fatto il loro dovere, con il risultato di alleggerire anno per anno il peso del debito.

Si tratta di un insegnamento molto semplice, perché semplice è il richiamo alle necessarie virtù collettive. Un richiamo che Tommaso Padoa-Schioppa ha costantemente ripetuto con le parole e con l’esempio della sua azione. Un richiamo che il più delle volte si è perso nei complicati meandri della politica e nelle incomprensioni della società. Un richiamo che tuttavia noi dobbiamo fare nostro se vogliamo preparare un posto per la nostra Italia in un mondo in cui i cambiamenti procedono con una velocità e un’ampiezza senza precedenti.

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Dati dell'intervento

Data
Categoria
dicembre 16, 2011
Italia