La legge elettorale ha salvato la Francia. Col proporzionale elezioni ogni sei mesi

Prodi: basta grandi coalizioni, con Renzi solo opinioni diverse

Intervista di Nando Santonastaso a Romano Prodi su Il Mattino del 14 maggio 2017

Professore, lei e Renzi di nuovo insieme all’incontro organizzato a Bologna da Nomisma e dall’Università Johns Hopkins. Dopo le primarie è iniziato il disgelo?

«Non c’era nessun gelo, non c’è stato dunque alcun disgelo. La sana e costruttiva dialettica è il sale della democrazia. I nostri rapporti sono sempre stati buoni, sia pure nelle valutazioni diverse su alcuni temi. Ma non c’è mai stato alcuno scontro, quindi l’incontro di Bologna non doveva ricostruire nulla».

Lei però alle primarie Pd ha sostenuto il ministro della Giustizia Orlando, lo ha anche invitato a casa sua, a Bologna…

«Mi sembra che si stia diffondendo una tendenza che punta ad esaltare elementi che dovrebbero essere aspetti normali e consueti della politica: una diversità di opinioni su temi specifici viene presentata come una lite senza fine. Questo è un passo indietro e mi preoccupa il fatto che sia una tendenza comune a tutto il mondo. Non solo un caso italiano. Si identifica cioè la politica con la persona: qualsiasi dialettica, qualsiasi diversità di pensiero viene perciò ritenuta un attacco personale».

In Italia più che altrove?

«Penso e mi auguro di no. Noi siamo ancora un Paese civile, nel quale la pluralità di opinioni è possibile. Non dimentichiamo inoltre un particolare che forse a molti sfugge: l’altra sera eravamo a Bologna in una sede universitaria nella quale simili confronti, dibattiti cioè come quello tra me e Renzi, sono assolutamente quotidiani. Sono il sale dell’accademia, aggiungerei. Secondo me è stato un bellissimo segnale per gli studenti farli assistere a un dibattito costruttivo e non privo di opinioni diverse ma sempre rispettose le une delle altre».

Ma il segretario del Pd le ha chiesto di essere invitato?

«Si è aggiunto al dibattito nell’ultima settimana ed io ho avuto molto piacere che sia venuto».

Lei ha parlato poco prima dei rischi della politica personificata. Da noi Renzi ma prima di lui Berlusconi si sono identificati in realtà con un partito: sta sbagliando l’ex premier a insistere su questa linea?

«Il partito-persona è indubbiamente una tendenza della politica mondiale contemporanea: che esista mi pare evidente ma bisogna valutare da Paese a Paese in che modo questa identificazione si concretizza e dura nel tempo. Nei momenti di svolta di un Paese è molto facile che gli elettori si affidino ad una forte personalità ma la forza della democrazia è quella di creare i pesi e i contrappesi perché l’esercizio del potere si mantenga nelle regole della democrazia stessa. Posso solo ricordare che quando fu per la prima volta eletto Erdogan noi tutti lo salutammo come l’alfiere della nuova democrazia turca, capace di modernizzare il paese e limitare l’eccesso di potere dell’esercito. E poi la Turchia non è stata messa in grado di mettere in atto i necessari pesi e contrappesi».

È un messaggio diretto a Renzi, per caso?

«No, è un discorso generale valido, lo ripeto, per tutti i Paesi. È la regola che tutti conosciamo, attraverso il dettato costituzionale: la democrazia vive con i pesi e i contrappesi che disciplinano l’intero sistema».

Restiamo al Pd. Il voto francese ha distrutto i partiti tradizionali ma il Partito democratico italiano resta il primo partito in Italia e il più rappresentativo in Europa tra quelli di centrosinistra. Che vuol dire, professore?

«Vuol dire che nella dissoluzione dei socialisti francesi e spagnoli il PD resta l’unica formazione di centrosinistra veramente forte insieme ai socialisti tedeschi, che però sono la seconda forza politica nel loro Paese. La permanenza del centrosinistra al vertice della politica in Italia dipende dalle trasformazioni del Pd nella sua storia. Quando abbiamo creato l’Ulivo intuimmo che bisognava affrontare la trasformazione della società italiana e che dovessimo dare vita ad una struttura politica più inclusiva. L’Ulivo nacque proprio dalla chiara manifestazione dell’insufficienza dei partiti politici esistenti. Il Pd, che ne è erede, deve mantenere i requisiti che aveva l’Ulivo».

Riproporre quel modello? Un altro Ulivo, professore?

«No, non ci può essere un altro Ulivo. Come ho appena detto, è stato un punto di rifermento ma non può essere ricostruito. Il Pd è l’erede naturale di quell’esperienza e deve conservare questa eredità. Per questo mi sono molto dispiaciuto della scissione, al di là delle questioni personali. Con la scissione ho capito che una parte di quella eredità era persa».

Irrimediabilmente?

«Può darsi che si possa recuperare ma non è facile: ci vorrebbe una chirurgia plastica che li rimetta insieme. A me piacerebbe molto, ma dubito che esista un chirurgo capace di ricucire quello che è stato separato».

Il dibattito sulla legge elettorale sembra tornato in primo piano: tatticismi a parte, lei resta fermamente contrario a qualsiasi ipotesi di ritorno ad un sistema proporzionale come anche Renzi ha detto chiaramente a nome del Pd?

«Senza alcun dubbio. Il proporzionale ci porterebbe al massimo alla situazione spagnola, ovvero alla necessità di ripetere elezioni ogni sei mesi ma con un Paese a rischio di frecciate, anzi di bombardamenti da parte della finanza internazionale. D’altra parte la distribuzione dei voti all’elezione di Macron dimostra che la frammentazione politica francese è molto simile alla nostra. Solo la legge elettorale ha salvato la Francia altrimenti oggi scriveremmo che è un Paese senza speranza».

E la sua legge elettorale ideale qual è, professore?

«Sistema uninominale al cento per cento, con 630 collegi alla Camera e la metà al Senato».

L’orientamento del Pd per la verità sembra diverso…

«Non è un problema del PD! La maggioranza del Parlamento sembra orientarsi verso leggi proporzionali che non possono dare stabilità ad ogni possibile futuro governo».

Pensa che il Capo dello Stato in caso di mancato accordo in Parlamento interverrà con un decreto ad hoc sulla legge elettorale?

«Non è mai stato mio costume suggerire o, peggio, interferire con le valutazioni del Presidente della Repubblica».

Parliamo di muovi scenari europei. Nella sua recente intervista al Corriere della Sera, il ministro delle finanze tedesco Schäuble ha rilanciato l’idea di patti intergovernativi tra membri Ue e proposto una sorta di Fondo monetario europeo per la gestione finanziaria unitaria: una mossa tattica in vista del voto di settembre o cosa?

«L’una e l’altra cosa. I patti tra Stati per mettere in atto politiche condivise sono già un passo in avanti rispetto alla Germania di ieri: si punta ad una maggiore cooperazione economica che, in fondo, è l’idea espressa dalla cancelliera Merkel: mettere in atto cooperazioni rafforzate tra Paesi che condividono la prospettiva di un’Unione più stretta. Ma è anche vero che grandi rivoluzioni prima delle elezioni tedesche non ce le possiamo aspettare. Possiamo però augurarci una cooperazione più forte tra Francia e Italia che possa spingere la Germania a compromessi più avanzati. I tedeschi trovano in Macron un interlocutore più credibile di quanto non fosse il presidente uscente Hollande. Naturalmente l’interesse italiano è di essere parte attiva di questa riorganizzazione europea. Non sarà immediata ma certamente essa può segnare un cambiamento positivo rispetto al tragico immobilismo degli ultimi anni».

Ma lei un presidente della Repubblica francese eletto da un movimento nato pochi mesi prima se lo sarebbe mai aspettato, professore?

«Nessuno se l’aspettava ma nessuno poteva prevedeva anche che i candidati che sembravano prevalere commettessero errori o avessero problemi così gravi. Sono arrivate circostanze esterne del tutto imprevedibili e di esse ha saputo approfittare un abile e intelligente nuovo leader».

È la fine dell’incubo populista in Europa?

«Questa battaglia francese contro i populisti è stata vinta, non c’è dubbio. Ma pochi hanno messo in rilievo le conseguenze del riposizionamento politico di Marine Le Pen. Lo scontro con la nipote significa che Marine Le Pen si pone come erede della Francia profonda e quindi come un competitore forte per le prossime elezioni presidenziali del 2022. Essa intende sostituirsi alla destra tradizionale nel portare avanti l’eredità di De Gaulle. Per capire quindi se il populismo sarà sconfitto definitivamente in Francia dovremo vedere se Macron riuscirà a dare le risposte adeguate al popolo francese».

Ma lei un Macron in Italia proprio non lo ipotizza?

«Ne abbiamo discusso l’altra sera a Bologna con Renzi e Marc Lazar. Abbiamo tutti e tre convenuto che le differenze fra i due Paesi e tra i loro schieramenti politici sono maggiori dei punti in comune. In Italia, ce lo siamo detti insieme, esiste ancora il Partito democratico».

Che deve allearsi con…

«Un partito e un governo di centrosinistra non possono che presidiare l’area di centrosinistra».

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Dati dell'intervento

Data
Categoria
maggio 12, 2017
Interviste