L’Italia torni protagonista per potenziare la decisiva eredità di Marchionne

I vertici stranieri, il ruolo del Paese – Un’eredità decisiva, ma adesso la partita si giochi anche in Italia

Articolo di Romano Prodi su Il Messaggero del 26 luglio 2018

La scomparsa di Sergio Marchionne ci obbliga a riflettere non solo su quanto egli ha realizzato nella sua singolare attività di manager e di imprenditore ma anche su quali saranno le possibili scelte di coloro che, con rapidità inattesa, hanno assunto il compito di portare avanti la sua straordinaria eredità.

Per noi italiani non si può non partire dal fatto che Sergio Marchionne, quando nel 2004 assunse il comando della Fiat, la salvò da una morte sicura. Un destino di cui non era pienamente cosciente la nostra opinione pubblica ma che era ben chiaro nei libri contabili dell’azienda e, soprattutto, nei registri delle banche creditrici della casa torinese.

Un salvataggio portato avanti con una avvedutezza e con una capacità di costruire consenso talmente forte da essere in grado di vincere una sfida che sembrava impossibile.

Marchionne era un formidabile accentratore: tuttavia se le scelte e le decisioni, prese anche in modo inaspettato, partivano tutte da lui, sapeva poi coinvolgere i suoi collaboratori in un gioco di squadra capace di portare a compimento progetti che apparivano irrealizzabili. Basta per questo ricordare la sagacia con cui è stato in grado di vincere il braccio di ferro con la General Motors, così da ottenere due miliardi di dollari per liberare la casa americana dagli obblighi che aveva assunto in conseguenza del suo impegno ad acquistare l’80% delle azioni della Fiat. E, ancora, il coraggio e l’abilità dimostrate nel trattare con il presidente Obama per ottenere sostegno e risorse nel suo disegno di salvare la Chrysler dal sicuro fallimento e formare, attraverso la fusione con la Fiat, il settimo gruppo automobilistico mondiale.

Risultati di questo tipo si ottengono solo se, insieme alle capacità tecniche, si è in grado di ispirare fiducia e di esercitare una raffinata intelligenza politica che, nel caso di Marchionne, si esprimeva soprattutto nell’offrire agli interlocutori la soluzione a problemi talmente difficili da sembrare irrisolvibili o di dare una risposta positiva e del tutto immediata agli obiettivi che essi si proponevano.

A queste caratteristiche si deve il lungo e continuo appoggio ricevuto da Obama e la più breve, ma ugualmente intensa, approvazione da parte di Trump: forse l’unico caso in cui l’attuale presidente americano si è mostrato in armonia con il suo predecessore.

Tutto questo si univa in modo singolare ad un atteggiamento diretto e coinvolgente (componente visibile di ciò era il suo abbigliamento) grazie al quale Marchionne esercitava una presa di straordinaria intensità sui media e su tutti coloro con i quali interagiva. Nell’album dei miei ricordi ho ancora impressa l’immagine degli studenti dell’Università di Brown negli Stati Uniti che lo seguivano rapiti e lo applaudivano estasiati mentre illustrava le decisioni prese e spiegava le motivazioni sulle quali tali decisioni erano state fondate.

A queste singolari doti, associate a una capacità quasi disumana di lavoro, si deve il risultato di avere trasformato due aziende moribonde in un credibile protagonista dell’industria automobilistica mondiale: un’impresa davvero unica.

Da queste riflessioni si deduce quanto sia difficile il compito dei suoi successori. Essi sono chiamati non solo a rafforzare questo ruolo ma anche ad investire, con crescente intensità, risorse e uomini nel processo di trasformazione tecnologica del settore automobilistico rispetto al quale il gruppo FCA, soprattutto per la scarsità di risorse iniziali, ha potuto giocare un credibile ruolo solo recentemente.

Difficile prevedere se quest’obiettivo verrà perseguito con le attuali dimensioni aziendali o se, in coerenza con l’aumento della concentrazione del settore, FCA dovrà unirsi con altre imprese automobilistiche. Una previsione difficile anche perché le possibili barriere doganali ipotizzate da Trump potrebbero rivoluzionare le localizzazioni e le strategie di tutti i produttori.

L’attenzione alle scelte future di FCA è ancora più importante per noi italiani perché i nostri impianti, pur essendo una parte ormai largamente minoritaria del Gruppo, costituiscono ancora un elemento importante della nostra industria, anche se le sedi decisionali più rilevanti sono ormai lontane da Torino e sempre più vicine a Detroit, Londra e Amsterdam.

Dopo la scelta di spostare la linea della Panda verso la Polonia non è infatti rimasta in Italia, fatta eccezione per la catena della Jeep di Melfi, alcuna produzione di auto in grande serie. Vi sono sul tavolo interessanti progetti per rafforzare e specializzare gli impianti italiani verso prodotti di alto prezzo e di alta qualità ma il compito di Maserati e Alfa Romeo, per vincere questa battaglia di fronte ai concorrenti tedeschi e giapponesi, appare molto più complicato del previsto. Continuo tuttavia a pensare che, per un paese che è ancora un formidabile produttore di componenti e che non è certo l’ultimo in quei processi di automazione che tanto abbattono i costi del lavoro, l’obiettivo di potere essere ancora tra gli attori di una consistente produzione automobilistica sia realistico e perfettamente in linea con le nostre possibilità.

Il fatto che tra gli eredi di Marchionne non sia stato indicato un italiano, tanto che l’unico connazionale si è dimesso, ci obbliga naturalmente a riflettere fin da ora e con maggiore profondità su questi problemi.

Ai nuovi dirigenti di FCA non chiediamo di fare alcuna eccezione al loro obbligo di ottimizzare l’uso delle risorse aziendali: ci rendiamo infatti ben conto di quale siano le regole della concorrenza globale. Pensiamo semplicemente che l’Italia possegga le capacità e le risorse umane capaci di potenziare la grande e complessa eredità che Marchionne ci ha lasciato.

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Dati dell'intervento

Data
Categoria
luglio 26, 2018
Articoli, Italia