Così la mossa di Trump rafforzerà il ruolo di Putin

La nuova Intifada – Così la mossa di Trump rafforzerà il ruolo di Putin

Articolo di Romano Prodi su Il Messaggero del 10 dicembre 2017

La decisione di Trump di trasferire l’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme non è certo una sorpresa perché era da tempo annunciata e perché tutti conosciamo la robustezza dei legami fra gli Stati Uniti ed Israele. Si tratta di legami che risalgono a tempi lontani e che, anche se ulteriormente rafforzati nell’ultima Presidenza, sono tradizionalmente condivisi sia dalla maggioranza sia dei democratici che dei repubblicani.

Fino ad ora tuttavia il considerare Gerusalemme come capitale di Israele senza tenere conto della presenza araba era soprattutto un obiettivo di lungo periodo e, nella sostanza, uno strumento di politica interna. Nessuno l’aveva tradotto in un progetto concreto, proprio per le ripercussioni internazionali che questa decisione avrebbe avuto.

Evidentemente Trump ha pensato che gli interessi di politica interna fossero superiori ai pericoli di carattere internazionale.

In primo luogo per la debolezza dell’autorità palestinese e lo scarso rilievo dei suoi leader, a cominciare da Abu Mazen, che non ha certo il prestigio e la forza del suo predecessore. In secondo luogo Trump conta sul fatto che, dopo un infinito periodo di emarginazione e di frustrazione, la capacità di ribellione del popolo palestinese appare molto affievolita e, certamente, assai inferiore a quanto avvenuto in passato. La stessa città di Gerusalemme è sempre più dominata, con rapporti di forza del tutto sbilanciati, dalla presenza israeliana.

Sulla debolezza della reazione palestinese Trump ha, almeno fino ad ora, avuto sostanzialmente ragione. Episodi di ribellione e di violenza vi sono stati, così come manifestazioni e cortei antiamericani e antiisreliani in tutte le città del Medio-Oriente. Sono stati tuttavia (almeno fino al momento presente) episodi minori rispetto a quanto abbiamo visto nelle “intifada” del passato.

Se la debolezza e l’isolamento palestinese hanno certo favorito l’azione di Trump ben diverso è il quadro allargando lo sguardo allo scenario internazionale.

In primo luogo la reazione dei maggiori paesi europei è stata negativa ed unitaria come mai era stata nei confronti di una importante presa di posizione degli Stati Uniti. Francia, Italia e Germania e perfino la Gran Bretagna, così corteggiata in occasione della Brexit, si sono opposte alla decisione di Trump. E lo hanno fatto con forza, ribadendo che Gerusalemme non è la capitale di Israele ma di due nazioni e che il suo “status” può  essere deciso solo da negoziati tra israeliani e palestinesi.

Una reazione così robusta non alleggerisce certo le tensioni già esistenti fra i maggiori paesi europei e gli Stati Uniti. Anche se Trump tiene poco conto dell’Europa  non sono certo decisioni di questo tipo che possano favorire rapporti più costruttivi.

Le conseguenze più pesanti riguardano tuttavia la posizione americana in Medio Oriente.

Prima di tutto le relazioni con la Turchia, che si è fatta paladina della posizione palestinese. Sono ben note le tensioni già esistenti fra Turchia e Stati Uniti, soprattutto in conseguenza delle ripetute accuse al governo americano di proteggere il più grande oppositore di Erdogan, ma il fossato viene molto allargato da questa nuova così grave divergenza.

Non possiamo infatti sottostimare l’importanza di questi eventi che, se ripetuti, finiranno col mettere in discussione le fondamenta stessa della NATO, che vede il principale motore negli Stati Uniti ma che ha nella Turchia il tradizionale baluardo nel Medio Oriente.

In quest’area così delicata per i rapporti tra le grandi potenze la conseguenza più immediata di questa decisione è il rafforzamento della Russia, grande protettrice della “mezzaluna sciita” che dall’Iran passa per l’Iraq e la Siria, fino ad arrivare, attraverso gli Hezbollah libanesi, alle porte di Israele. La solidarietà contro il comune nemico contribuirà infatti a superare molte delle divergenze ancora esistenti fra questi paesi.

Si complicano infine le relazioni fra Stati Uniti e Arabia Saudita e diventa assai più debole la prospettiva dell’accordo strategico che già si andava profilando fra Arabia Saudita e Israele in funzione anti-iraniana. Non è infatti facile stringere un’alleanza con Israele nel momento in cui questo paese ritorna ad essere il principale nemico di tutti i paesi arabi.

Il mondo islamico, tradizionalmente così frammentato è infatti quasi obbligato a trovare una sua compattezza di fronte al tentativo di mutare lo “status” di Gerusalemme, città da tutti ritenuta sacra e simbolica.

Tirando le somme mi sembra che, almeno fino ad ora, la decisione di Trump gli abbia dato ben pochi risultati positivi. È assai probabile che gli sia stata di giovamento nei rapporti politici interni in un momento per lui assai complicato, ma certamente ha accentuato l’imprevedibilità e l’isolamento della politica americana proprio in un periodo in cui si vanno riorganizzando i rapporti di forza nello scacchiere internazionale. Mi auguro solo che queste decisioni così convulse e così fondate su esclusivi obiettivi di politica interna non mettano ulteriormente a rischio gli equilibri necessari ad evitare l’esplosione del Medio Oriente.

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Dati dell'intervento

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dicembre 10, 2017
Articoli, Italia