Rilanciare l’occupazione con radicali riforme dell’intero sistema capitalistico mondiale

La sfida anticrisi
Dove può nascere il lavoro

Articolo di Romano prodi su Il Messaggero del 5 febbraio 2012

La storia è certo maestra di vita, ma anche i maestri sono a volte difficili da interpretare. Per molti anni abbiamo infatti pensato che la rivoluzione informatica sarebbe stata una rivoluzione come tutte le altre, riducendo in una prima fase i posti di lavoro ma restituendoli moltiplicati in seguito. Così come era successo in passato con l’arrivo dell’automobile, dell’elettricità e del telefono.

Quando è arrivata l’auto i produttori di carrozze a cavallo hanno reagito malamente ma le grandi conseguenze positive portate dalle nuove fabbriche e dalle infrastrutture necessarie per fare correre le automobili hanno presto reso obsolete le stesse proteste.

Tutti speravano e molti si ostinano ancora a credere che anche la rivoluzione informatica alla fine produca le stesse conseguenze. A venti anni di distanza da quando l’informatica ha cominciato a manifestare diffusamente i suoi effetti le conseguenze appaiono essere invece molto diverse in termini quantitativi e qualitativi.

Riguardo all’occupazione l’informatica ha infatti prodotto cambiamenti più profondi, più diffusi e più duraturi di tutte la grandi rivoluzioni precedenti. Essa non ha inciso su un solo settore, ma ha trasformato tutto il sistema economico e lo ha fatto in modo così pervasivo  e silenzioso da darci l’illusione che fosse un cambiamento indolore.  Si tratta di un progresso straordinario, che cambia in meglio non solo i processi produttivi (rendendo possibili automazioni e precisioni prima impensabili) ma anche la nostra vita quotidiana. Esso però riduce e ridurrà  ancora a lungo la mano d’opera necessaria per produrre e distribuire la stessa quantità di beni e servizi.

Ben pochi hanno infatti messo in giusto rilievo che dai grandi e piccoli uffici sono scomparse centinaia di migliaia di segretarie. E così i disegnatori degli studi di architettura e di ingegneria mentre, nelle imprese, le enormi sale nelle quali centinaia di persone lavoravano ai tecnigrafi, sono state sostituite da piccole stanze dove opera un numero limitato di specialisti.

Gli avvocati consultano direttamente al computer i precedenti delle sentenze senza ricorrere ad alcun collaboratore, mentre i commercialisti operano su modelli che moltiplicano di molte volte la rapidità del loro lavoro.

Quest’ elenco potrebbe non avere fine perché il cambiamento tocca tutti i sistemi di contabilità, le vendite per corrispondenza e sta rivoluzionando il  funzionamento delle imprese di assicurazione e delle banche, dove il numero di persone che si rivolge direttamente allo sportello cala ogni anno.

Passeggiando pochi giorni fa per le strade di Bologna (ma credo che lo stesso avvenga in ogni città italiana) mi veniva spontaneo pensare, leggendo le targhe che facevano bella mostra di sé di fianco a ogni numero civico, a quante persone di meno rispetto a qualche anno fa lavorano negli studi professionali o negli uffici che vi hanno sede. E’ vero che sono anche apparse nuove insegne di singoli o di imprese che si occupano di consulenza informatica ma esse, anche se sono spesso di elevata qualificazione, non arrivano ad occupare nemmeno una piccola percentuale di coloro che avevano perso il proprio posto di lavoro a causa delle ultime innovazioni.  Si deve anche aggiungere che nessuna delle nuove apparecchiature è stata progettata o è costruita nel nostro paese e che la produzione di componenti o di software è nettamente inferiore alla quantità da noi importata.

Potrei anche dilungarmi sul fatto che questa rivoluzione, colpendo così largamente la classe media, spinge verso un’ulteriore depressione dell’economia  e aggrava anche sotto quest’aspetto, il problema dell’occupazione.

A questo punto però non ci si può solo voltare indietro  ma si deve guardare avanti.

In Italia questo significa in primo luogo sfidare la globalizzazione supportando i settori manufatturieri nei quali siamo relativamente forti. Essi non sono nè pochi nè trascurabili , dato il peso italiano nella produzione di un’infinita gamma di beni strumentali, dei beni di lusso e degli alimenti di qualità. Abbiamo in molti casi prodotti e costi assolutamente competitivi,  purchè si moltiplichino gli investimenti nelle scuole tecniche e professionali, nella ricerca e nell’export.

Nuova occupazione può anche nascere nel campo dei servizi alla persona che, organizzati in modo elementare, offrono ora possibilità di lavoro soprattutto agli immigrati.  E nuova occupazione deve nascere dai servizi avanzati (progettazione, ingegneria, finanza ecc) nei quali l’Italia è grande importatore netto.  Tanti  sono gli strumenti utili per invertire la continua caduta dell’occupazione ma su questi non abbiamo sufficientemente approfondito né gli aspetti qualitativi né gli aspetti quantitativi. E bisognerà farlo, non dimenticando tuttavia che il problema del lavoro è il dramma  di tutte le economie avanzate.

Nessuno è oggi in grado di risolverlo: non gli Stati Uniti, non i paesi europei. Il problema dell’occupazione può essere solo risolto con profonde e radicali riforme dell’intero sistema capitalistico.

Se tale sistema dovesse infatti necessariamente implicare la precarizzazione  e l’allontanamento dal mercato del lavoro della futura generazione allora vi sarebbe molto da cambiare  sia per quanto riguarda il funzionamento dei mercati, sia per quanto riguarda il ruolo degli stati.

Per questo motivo seguiamo con tanta preoccupazione la mancanza di leadership politica a livello mondiale  e la mancanza di un accordo a livello europeo.

Anche se le decisioni a livello nazionale sono importanti esse, di fronte a queste sfide, non saranno infatti mai sufficienti a garantire il futuro della risorsa più importante dell’umanità, che e’ il lavoro.

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Dati dell'intervento

Data
Categoria
febbraio 5, 2012
Italia