Dialogare coi cinesi a Prato e in tutta Italia: cooperazione reciproca ma nel pieno rispetto delle leggi

Il caso Prato e il dovere di parlare con i cinesi

Articolo di Romano Prodi su Il Messaggero del 04 dicembre 2013

Di fronte a una tragedia come quella dei cinesi morti a Prato, la prima reazione non può essere che di dolore e di sdegno. Dolore per la morte di persone che, lontane da casa e con mille sacrifici cercavano di accumulare le risorse necessarie per vivere una vita decente. Sdegno per le loro condizioni di vita non solo nei luoghi di lavoro ma anche dove consumano il resto della loro esistenza.

Una tragedia che ricorda, con connotati ancora più gravi, quanto accadeva ai nostri emigranti nel primo dopoguerra.

Su questa tragedia bisogna non solo riflettere a lungo ma adottare tutte le necessarie misure riguardanti le regole sul lavoro e il rispetto della legalità: bisogna agire urgentemente e su larga scala perché il dramma è avvenuto in circostanze non certo eccezionali ma in un contesto che potremmo definire quasi normale della vita dei lavoratori cinesi a Prato che, con 32.000 regolari e, probabilmente, 15.000 clandestini, costituisce la comunità cinese più numerosa d’Europa.

Su questi temi tutti sanno cosa dovrebbe fare un paese rispettoso delle leggi e dei diritti umani. Nell’applicare le leggi bisogna essere inflessibili.

Vorrei tuttavia partire da un’osservazione apparentemente banale ma invece molto importante fatta da un attento osservatore di Prato come Edoardo Nesi. Egli scrive che a Prato “si parla dei cinesi ma mai coi cinesi. Una comunità che non chiede nulla, non vuole nulla e chiede solo di essere lasciata in pace”.

In queste poche parole viene espressa la diversità di quest’immigrazione rispetto alle altre e la maggiore difficoltà di una politica di integrazione e cooperazione.

A questo scopo è utile sapere che la quasi totalità dei cinesi emigrati in Italia viene da una sola regione, che fa capo alla città di Wenzhou, una città sterminata, di otto milioni di abitanti piantata sulle rive del mare del Sud della Cina, proprio di fronte a Taiwan.

Gli abitanti di Wenzhou non sono cinesi qualunque ma cinesi particolari e, per questo motivo, godono di una legislazione speciale che contribuisce a formare quello che nel linguaggio legislativo ufficiale viene chiamato il “modello di Wenzhou“.    Per capire  un po’ meglio i cinesi che vengono in Italia ho perciò voluto passare un week-end a Wenzhou, suscitando fin da subito la curiosità del funzionario che mi accompagnava all’aeroporto di Shanghai, che non riusciva a capire perché io volessi andare a visitare una città così diversa dalle altre, nella quale “tutti comprano e vendono, dove i soldi non li prestano le banche ma se li prestano le famiglie fra di loro” e dove l’economia informale la fa assolutamente da padrona.

A parte la sorpresa di viaggiare da Shanghai a Wenzhou con due ragazzi sino-bergamaschi che parlavano un perfetto italiano e che si chiedevano anch’essi con curiosità e compiacimento che cosa andavo a fare nella loro città, mi sono trovato davvero in una comunità totalmente diversa dal resto della Cina.

Un’isola  di imprenditorialità  esasperata, con una struttura sociale dominata da piccolissime imprese, con un elevatissimo grado di irregolarità ma anche con una conoscenza unica del mondo, interpretato come un luogo in cui tutto si può comprare e vendere. Una città nella quale l’emigrazione verso l’Europa, e soprattutto verso l’Italia è ritenuta un elemento fondamentale della vita della comunità.

Non mi sono certo stupito che nei colloqui con le autorità e gli imprenditori locali, tutti i discorsi (ancorchè allegeriti da vin Santo e cantuccini di Prato) fossero ossessivamente ed esclusivamente concentrati sul vendere e sul comprare. Non certo e non principalmente sul vendere cose cinesi in Italia ma sul come fare diventare Wenzhou il punto di riferimento delle esportazioni italiane in Cina.

Ho passato due giorni un po’irreali, in cui tutto era solo produrre, comprare e vendere. Debbo solo aggiungere che questa mia impressione è stata successivamente comprovata da ben più competenti osservatori della società cinese.

Mi sono da allora più volte domandato come si possa utilizzare queste diversità per parlare non solo “dei cinesi” ma “coi cinesi” e non solo a Prato ma in tutt’Italia. Come utilizzare quest’intraprendenza volgendola a vantaggio dei due paesi ma nel pieno rispetto delle leggi.

Capisco che è un compito difficile e capisco come sia ancora più difficile date le caratteristiche che ho brevemente descritto. Debbo però  constatare che, salvo tentativi isolati, non ci abbiamo nemmeno provato.

Penso invece che l’Italia debba affrontare in modo creativo e innovativo questi problemi perché essi, per il bene e per il male, fanno parte del nostro futuro.

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Dati dell'intervento

Data
Categoria
dicembre 4, 2013
Articoli, Italia