Minaccia esistenziale: l’ossessione di Tel Aviv per la fine di Teheran
L’ossessione di Tel Aviv per la fine di Teheran
Articolo di Romano Prodi su Il Messaggero del 12 aprile 2026
Mentre prosegue la fragile tregua della guerra in Iran molti osservatori si chiedono se sia stato Netanyahu a trascinare Trump nel conflitto o se sia stato Trump a forzare Netanyahu a compiere quest’operazione di cui non si riesce ancora a prevedere l’esito finale. Interrogativo a cui vengono date risposte contrastanti, ma che ha assunto decisiva importanza quando, sospesi i bombardamenti sull’Iran per effetto della tregua, sono stati invece intensificati i raid aerei sul Libano, con le note tragiche conseguenze sulla popolazione civile.
Una controversia che può mettere a rischio le trattative di Islamabad.
Da parte iraniana si sostiene infatti che la sospensione del conflitto con gli Hezbollah sia condizione perché l’Iran possa prendere in considerazione l’apertura dello stretto di Hormuz, vero obiettivo di Donald Trump perché gli incontri di Islamabad abbiano significato.
Le trattative non sono state interrotte perché tra Tel Aviv e Washington si è giunti anche in questo caso a un compromesso. Trump ha imposto a Netanyahu di ridurre gli attacchi agli Hezbollah e il leader israeliano ha risposto a metà.
Ha infatti sospeso i bombardamenti a Beirut e ha accettato l’inizio di trattative con il governo libanese, ma, nello stesso tempo, ha portato avanti l’offensiva militare in altre parti del martoriato Libano.
L’interrogativo di chi sia stato a trascinare l’altro nel conflitto rimane quindi aperto anche perché, come ho già ricordato, si tratta di un interrogativo che risale nel tempo e rimane ancora impresso nei miei personali ricordi.
Era l’anno 2007 e mi trovavo a Gerusalemme, come Presidente del Consiglio per un colloquio bilaterale fra Italia e Israele. In ogni incontro internazionale era mia abitudine avere approfonditi incontri non solo con il capo del governo, ma anche con i leader dell’opposizione. La conversazione con il Primo Ministro Olmert non solo durò a lungo, ma si estese su tutti i campi di comune interesse e su tutti i problemi cruciali dei rapporti fra arabi ed ebrei sia in Cisgiordania che a Gaza.
L’incontro con Benjamin Netanyahu, allora capo dell’opposizione, si riassunse in pochi minuti con la sua unica esplicita richiesta al governo italiano di fare pressione sul presidente americano (in quel momento George W. Bush) perché autorizzasse Israele a bombardare Teheran.
Naturalmente sono cambiate tante cose da allora, ma in fondo la dinamica è rimasta la stessa e, dopo almeno 19 anni, Netanyahu ha portato avanti il suo disegno, ottenendo l’appoggio americano assolutamente necessario per potere dare concreta attuazione al suo obiettivo.
Al punto dove siamo arrivati oggi i ruoli si sono in qualche modo invertiti. Trump vorrebbe credere o far credere che gli obiettivi della guerra contro l’Iran sono stati raggiunti dato che il proseguimento del conflitto porterebbe seri danni all’economia americana e alla politica del suo partito.
Nelle elezioni del prossimo novembre la maggioranza repubblicana sarebbe infatti messa a rischio dall’aumento dell’inflazione provocata dall’impazzimento del prezzo del petrolio. Il governo israeliano vede invece interrotto il disegno di dare il colpo definitivo ai suoi eterni nemici con un’azione iniziata con la distruzione di Gaza e che doveva completarsi con l’annientamento degli Hezbollah insediati in Libano.
Da parte sua l’Iran non ha risposto militarmente al fatto che Israele ha continuato, anche se in scala ridotta, i bombardamenti in Libano. Con questa strategia ha lanciato il chiaro messaggio di preferire le trattative al proseguimento di una guerra che ha già portato a tante vittime e tante distruzioni.
Si sono aperte quindi a Islamabad due settimane di trattative molto complesse. Da un lato le circostanze hanno creato quasi la necessità da parte degli Stati Uniti e di Iran di uscire da una situazione ritenuta difficilmente sostenibile per entrambi i principali protagonisti.
Un’evoluzione alla quale Israele, anche se obtorto collo, non ha potuto opporsi.
Dall’altro lato si è aperta una trattativa in cui gli obiettivi enunciati da entrambe le parti appaiono tra loro, almeno inizialmente, incompatibili e difficilmente componibili. Bisogna tuttavia tenere conto del fatto che vi è un comune interesse ad arrivare a un accordo e che, quindi, le possibilità di trovare un compromesso per raggiungerlo non sono trascurabili anche se i punti di partenza, come si presentano agli inizi degli incontri di Islamabad, sono molto distanti.
Il compromesso è inoltre reso più raggiungibile dal fatto che, sia da parte iraniana che da parte americana, si recheranno al tavolo delle trattative responsabili politici di livello elevato come mai era avvenuto negli incontri fra Stati Uniti e Iran a partire dalla rivoluzione del 1979. A questo si aggiunge il fatto che la Guida Suprema Mojtaba Khamenei, che non aveva fatto sentire le sua voce dopo i bombardamenti di Teheran, ha espresso un parere positivo per l’inizio delle “trattative col nemico“, e Donald Trump ha dichiarato che i negoziati partono da una possibilità di soluzione “praticabile”. Queste dichiarazioni non saranno necessariamente seguite da comportamenti coerenti, ma si tratta almeno di qualche iniezione di speranza in un mondo che, come stanno le cose, può vivere solo di speranza.
















