Brexit: più vicino il ritorno della Gran Bretagna in Europa
Ritorno di Londra in Europa più vicino
Articolo di Romano Prodi su Il Messaggero del 22 maggio 2026
Il prossimo 23 giugno saranno 10 anni da quando il popolo britannico decise, seppure con la stretta maggioranza del 51,89%, di uscire dall’Unione Europea. Una decisione che si fondava sull’ipotesi che tale distacco avrebbe portato conseguenze economiche e politiche positive perché sospinto da una maggiore libertà di decisione e sostenuto dal rapporto di fratellanza con gli Stati Uniti. Dal punto di vista economico i risultati sono stati del tutto negativi.
Anche senza entrare nei particolari è sufficiente ricordare che il National Bureau of Economic Research ( autorevole centro di ricerca americano) ha calcolato che, a partire dal 31 gennaio 2020, giorno in cui si è concretizzato il distacco dall’Europa, la Gran Bretagna ha perso l’8% rispetto al PIL che avrebbe raggiunto se fosse rimasta all’interno dell’Unione. Anche la vicinanza politica con gli Stati Uniti non ha avuto alcun risultato positivo e, da quando è arrivato Trump, si è addirittura trasformata in aperta ostilità, con l’imposizione di elevate tariffe, insulti grossolani nei confronti della capacità di difesa dell’esercito britannico e altre simili amenità. Il risultato è che, oggi, solo il 18% dei cittadini britannici desidera una relazione più stretta con gli USA, mentre il 57% pensa che sia più utile costruire un rapporto più prossimo con l’Unione Europea.
In effetti la conseguenza più inaspettata della Brexit è che nessun paese, anche se governato da leader euroscettici, pensa di uscire dall’Unione Europea.
La stessa Gran Bretagna, di fronte al crescente peggioramento del quadro internazionale, ha iniziato a discutere sull’ipotesi di un progressivo riavvicinamento all’Europa. Ha cominciato lo stesso Primo Ministro Keir Starmer, anche se lo ha fatto con una certa prudenza e tante contraddizioni. Ha comunque affermato di volere portare la Gran Bretagna nel cuore dell’Europa, prendendo atto che l’incerto destino della NATO e i radicali cambiamenti della politica russa e americana possono essere affrontati solo da un’Europa unita.
Nello stesso tempo ha però escluso, almeno fino alla fine della legislatura, l’ipotesi di aderire all’unione doganale, al mercato unico e alla libera circolazione dei cittadini. La direzione sembra chiara, ma il cuore ancora lontano.
Le più recenti indagini demoscopiche evidenziano che una forte maggioranza degli elettori si dichiara in favore di un rientro in Europa e quasi i due terzi degli intervistati è favorevole almeno a relazioni più strette con la UE, ma non vi è ancora sul tavolo alcuna proposta politica concreta e nemmeno la volontà di ripetere il referendum, anche se ormai sono passati dieci anni da quello precedente.
L’opinione dei parlamentari laburisti non è entusiasta nei confronti dell’ambigua politica di Starmer, e si divide fra un incitamento a camminare più veloce verso Bruxelles e l’invito a non fare nulla, in modo da non scontentare quegli elettori che avevano con convinzione votato per la Brexit.
Un primo chiarimento su tutti questi problemi avverrà all’inizio del prossimo luglio quando le delegazioni dell’Unione Europea e della Gran Bretagna si troveranno a Bruxelles a discutere del comune futuro.
Non sarà un incontro semplice. Da un lato il governo inglese sarà spinto a portare avanti un avvicinamento prudente, settore per settore.
Da parte europea vi è invece la tendenza a discutere di un quadro comprensivo dei rapporti e della direzione che si intende prendere per il futuro. Non mancheranno inoltre le divergenze nei confronti del possibile ripristino delle particolari condizioni di favore che la Gran Bretagna aveva ottenuto nel momento del suo ingresso.
Si dovrà inoltre tenere conto di particolari opposizioni da parte europea, soprattutto provenienti da coloro, e non sono pochi, che intendono fare pagare al Regno Unito un biglietto d’ingresso il più caro possibile, mettendo quindi sul tavolo condizioni più onerose rispetto al passato. Senza parlare delle infinite discussioni e delle diverse ipotesi di accordo che rendono difficili soluzioni condivise, a partire dai rapporti monetari e dalla libera circolazione delle persone. Il fatto che a breve tempo comincino gli incontri dedicati a un futuro più collaborativo è comunque un buon inizio, anche se i primi confronti verteranno non su una decisione immediata, ma su come organizzare il futuro processo di avvicinamento.
Nemmeno l’avvicinamento “pezzo per pezzo” sarà però semplice perché ogni decisione deve essere inserita nell’ambito delle regole generali dell’economia e della politica europea. A meno che non si pensi che arrivare al cuore dell’Europa significhi che la Gran Bretagna diventi una specie di Svizzera.
Possiamo comunque convenire sul fatto che, soprattutto grazie a Trump, il processo di avvicinamento fra Gran Bretagna e Unione Europea è cominciato, anche se questo inizio è reso difficile dalla debolezza del Primo Ministro britannico e dalla debolezza delle capacità decisionali delle istituzioni europee.
Sono tuttavia convinto che l’aver iniziato il processo di riavvicinamento fra la Gran Bretagna e l’Unione Europea sia un fatto importante e positivo per il nostro futuro.
Prevedere i tempi e i modi del suo svolgimento e delle sue conclusioni è ancora prematuro, ma le rivoluzioni della politica e dell’economia mondiale orientano la bussola verso questa direzione, anche se dobbiamo tenere conto che, negli ultimi anni, abbiamo troppe volte dimostrato di perdere la bussola.


















