Il patto della Mecca

Il patto della Mecca

Articolo di Romano Prodi su Il Messaggero del 18 agosto 2026

La guerra contro l’Iran doveva essere breve e fulminea, ma non finisce mai. Le sue conseguenze politiche non aspettano però la fine di questo conflitto e il Medio Oriente sta già cambiando faccia, anche quando è ancora incerto il destino dello stretto di Hormuz e ancora più incerto il futuro della politica nucleare dell’Iran.

Il patto firmato il 7 agosto fra Turchia, Arabia Saudita e Pakistan è infatti un evento di assoluta novità.

Tre grandi paesi sunniti che avevano sempre affidato la propria sicurezza alla settantennale protezione di Washington, hanno firmato un patto di difesa comune con una modalità simile a quella che lega fra di loro i paesi del Patto Atlantico.

E lo hanno sottoscritto non in una capitale, ma alla Mecca, città sacra per il mondo islamico. Non solo: i tre capi di governo, dopo la firma, sono rimasti a pregare insieme, per sottolineare il legame anche religioso della loro decisione.

E’ nata quindi una grande alleanza sunnita che, già da ora, comprende trecentosettanta milioni di abitanti e si dichiara aperta ad altri partecipanti che, in caso di successo, non mancheranno. Non è un’alleanza formalmente anti-americana, dato che i rapporti commerciali, gli aiuti finanziari e la dipendenza dagli Stati Uniti nella politica degli armamenti non sono stati interrotti, ma i recenti avvenimenti hanno visibilmente dimostrato che la protezione americana non serve a nulla se Israele non è d’accordo. E Israele è perennemente in disaccordo con i tre paesi che hanno firmato il patto della Mecca.

Non esiste quindi più la “Pax Americana“. I recenti avvenimenti dimostrano infatti che gli Stati Uniti non riescono nemmeno a dissuadere Israele dal continuare ad attaccare il Libano, che gli accordi di Abramo non funzionano e che persino l’Arabia Saudita, dopo quanto è avvenuto a Gaza, non può permettersi di rendere concreti i rapporti di collaborazione precedentemente iniziati con Israele dietro spinta americana.

A loro volta le tensioni fra la Turchia e Israele sono ben note e altrettanto nota è la posizione del Pakistan, il cui ministro della difesa ha recentemente definito Israele come “il diavolo”.

Molto preoccupato è naturalmente il governo americano che tuttavia preferisce fare buon viso a cattivo gioco, mettendo in rilievo, come è avvenuto nel caso della NATO, che è interesse degli Stati Uniti che i tre grandi paesi amici in Medio Oriente mettano insieme la loro capacità di difesa e aumentino le spese militari. Il fatto vero è che questi paesi vogliono costruire una propria autonoma sicurezza e non si fidano né dei lontani Stati Uniti né, tantomeno, del vicino Iran. Dopo il blocco di Hormuz l’Arabia Saudita si sente infatti a rischio come paese esportatore e il Pakistan e la Turchia si sentono danneggiati come importatori.

L’avvicinamento fra i tre paesi è inoltre favorito non solo dalla necessità di una comune sicurezza, ma da forti complementarietà. Il Pakistan ha la possibilità di incassare il concreto vantaggio di essere una potenza nucleare che si combina bene con il denaro saudita e l’ascesa turca e, nello stesso tempo, può sfidare l’armamento nucleare israeliano come non è stato in grado di fare l’Iran.

Ancora più evidente appare il vantaggio strategico della Turchia, che sta portando avanti una poderosa industria militare sempre più sofisticata: dagli aeroplani agli elicotteri fino ai droni e agli armamenti terrestri di ogni tipo. L’interesse della Turchia appare particolarmente evidente in quanto, con la nuova alleanza, procede nella sua politica di aumentare il ruolo di potenza regionale, trasformando la sua forza militare e industriale in una crescente influenza politica.

Non si può tuttavia affermare che il patto della Mecca sia frutto di un’esplicita politica anti-iraniana. I precedenti rapporti, soprattutto fra Iran e Arabia Saudita, procedono immutati.

Non si può però, nello stesso tempo, mettere in secondo piano il fatto che i tre paesi sunniti circondano geograficamente l’Iran scita.

Essi hanno firmato fra di loro un patto di alleanza assolutamente inedito, che cambia sostanzialmente i rapporti di forza dell’intera area ma che ha anche come obiettivo, condiviso dall’Iran, di rendere l’intera regione più autonoma da forze esterne ma, soprattutto, sempre più forte nei confronti di Israele.

Infine, anche se è interesse cinese l’indebolimento americano in Medio Oriente, il patto della Mecca non può non preoccupare la Cina che ha intensi rapporti economici con tutti e tre i paesi e soprattutto con il Pakistan, dove ha messo in atto una poderosa politica di investimenti.

Sono inoltre in corso altri mutamenti nei rapporti economici e politici dell’area. Il Pakistan si sente evidentemente più forte nei confronti dell’India che, a sua volta, è preoccupata per le conseguenze economiche del patto della Mecca e cerca di bilanciarne le conseguenze politiche intensificando i suoi rapporti con Israele.

Da parte europea, ovviamente, non esiste invece alcuna presa di posizione concordata e nessuna dichiarazione ufficiale. Il disagio greco per i cambiamenti di forza nei confronti della Turchia non sembra provocare particolari reazioni a Bruxelles.

Da un lato si può trattare di una doverosa prudenza di fronte a un evento importante ma nel quale noi europei non abbiamo la possibilità di esercitare un ruolo determinante. Oppure, se vogliamo essere più ottimisti, si tratta di una prudenza che nasce dal fatto che il patto della Mecca vuole preparare un cambiamento di forze in Medio Oriente, ma non ne prevede ancora le concrete modalità di attuazione, i piani operativi e gli impegni finanziari.

In ogni caso sarà bene seguirne con cura le future evoluzioni perché, qualsiasi sia la posizione di Bruxelles, il patto della Mecca riguarda direttamente casa nostra.

 

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Dati dell'intervento

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Categoria
agosto 18, 2026
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