Se sapremo garantire pari diritti agli immigrati sapremo anche far rispettare le leggi

Prodi: ora sfiducia bipartisan e diritti reali per gli immigrati

Intervista di Alessandro Barbano a Romano Prodi su Il Mattino del 16 luglio 2013

Romano Prodi non ha dubbi: “Una democrazia intesa come spazio neutrale dove ognuno dice ciò che gli pare sarebbe un non luogo – dice – . La democrazia valuta, seleziona, regola e interviene a ripristinare l’equilibrio quando qualcosa o quaqlcuno lo rompe: devono, dovrebbero essere i colleghi parlamentari tutti, di sinistra di centro e di destra, a sfiduciare uno che dice le cose che ha detto Calderoli. A meno che non ritengano che le parole non contino più nulla. Ma se questo pensano, sappiano che da questo momento in poi anche la coesione sociale e la convivenza di base sono messe a rischio”.

Il capo dello Stato evoca questo pericolo quando parla di imbarbarimento della vita civile. Condivide?

“Personalmente fatico perfino a concepire un giudizio. Di fronte  a tanta gravità provo sincero stupore. Perchè non pensavo, non pensavo davvero che si potesse arrivare a questo punto. La mia incredulità è ancora l’ultima riserva di fiducia che l’istinto mi offre davanti a parole di esplicito, diretto e inequivocabile razzismo come quelle pronunciate. Mi dico che in fondo tutti, cioè anche l’autore di quella frase, siamo stati tutti educati al riconoscimento della dignità umana. Poi sì, ognuno nella vita la interpreta pure a modo suo, con le fragilità della propria natura. Ma una tale aggressività è umanamente incomprensibile, prima ancora di essere sottoposta a un giudizio di valore”.

Eppure c’è chi la spiega politicamente, come tutto quanto accade in Italia. Cioè con la preoccupazione della Lega di vellicare gli istinti peggiori del suo elettorato e recuperare i consensi perduti.

“Se questo fosse vero, proverei uno stupore ancora maggiore. Perchè, nonostante tutto, mi rifiuto di credere che in Italia ci sia un elevato numero di persone che nega i principi elementari della dignità umana e che sia disponibile a farsi irretire da questi insulti”.

Che effetto le fanno le scuse postume?

“Sono francamente deprimenti, anche perchè replicano uno schema abusato, che aggiunge al pregiudizio un’immaturità politica e personale. Quasi ci fosse un divertimento goliardico a tirare un sasso e poi far finta di niente. No, non può, non deve continuare così”.

Se Calderoli lasciasse la vicepresidenza del Senato sarebbe sanata la ferita?

“Non ne sono convinto. Vede, queste espressioni sono intollerabili in una persona comune. La carica è solo un aggravante. Certo, il primo passo sono le dimissioni. Ma per sanare la ferita ci vorrebbe un coro di voci che le chiedesse all’unisono”.

Un coro che non c’è. La Lega fa muro, e questo non stupisce. E il centrodestra tace, a parte la Carfagna. Vuol dire che le appartenenze sono più forti della dignità?

“Le appartenenze contano. Ma c’è un fattore comune. La logica del conflitto impone di alzare sempre più i toni del dibattito e ha fatto perdere il senso del confine tra ciò che è tollerabile e ciò che non lo è. O meglio, non lo sarebbe in nessun altro paese che non  fosse l’Italia. Dove a un’affermazione  come quella di Calderoli seguirebbero conseguenze ovvie e quasi immediate. CIoè la negazione del riconoscimento politico da parte di tutti i parlamentari, o almeno di una grandissima e visibile maggioranza. Non basta la reazione di alcune persone, per autorevoli che siano. Quando si toccano i fodamenti della vita civile, un Paese reagisce senza divisioni”.

Ma il razzismo della Lega può tornare a essere il nuovo lessico del populismo nazionalista e anti-europeo?

“Credo di no, anche se non mancano i segnali contrastanti in Europa. In Italia continuo a ritenere che solo una strettissima minoranza possa essere preda di simili suggestioni. C’è nella società una solidarietà storica che va in direzioni del tutto opposte. E c’è una riserva etica di Cristianesimo che ha influenza su praticanti e non credenti. Il nostro problema è invece quelo rumore di fondo che viene dal conflitto permanante della politica e che si traduce in un cinismo per cui tutto si può dire, perchè poi alla fine o si scherzava o si è stati fraintesi”.

Vuol dire che a livello sociale l’integrazione vince sulla xenofobia?

“Non può che essere così. Siamo in una società in cui il numero delle nascite è al minimo mondiale, ben lontano dagli standard di riproduzione della specie. Se non ci fosse quel 15% di figli di stranieri, nel nostro paese il crollo demografico sarebbe ancora più grave. Di fronte a questo dato, qualunque persona saggia dovrebbe porsi non solo il problema di riconoscere agli immigrati i diritti elementari ma anche la convenienza che essi diventino una parte produttiva della società. Perchè di loro abbiamo bisogno per sopravvivere”.

In concreto che cosa intende?

Garantire ai figli degli immigrati una frequenza scolastica civile. Invece oggi questi abbandonano le lezioni prima della fine dell’obbligo nel 43% dei casi, contro il 15% degli italiani. Questo divario è un delitto contro noi stesswi, perchè è un modo di negare un futuro al Paese”.

Nonostante tutto qualcuno va avanti, se è vero che il 7% degli imprenditori operanti in Italia è composto da stranieri, non crede?

“E’ l’indizio della ricchezza che l’immigrazione può darci. Ma anche la prova di quanto sia folle una politica che rinuncia a costruire un modello di integrazione e continua a frapporre ostacoli e burocrazia al successo dei nuovi italiani. Negando di fatto che essi abbiano lo stesso accesso all’istruzione e le stesse opportunità sul lavoro”.

Vuol dire garantire la cittadinanza a chi nasce qui?

“Oggi quest’obiettivo in Italia è per un immigrato quasi impossibile. E’ la prima contraddizione da superare. Chi ha studiato la storia delle legislazioni dell’accoglienza sa che c’è un orientamento mondiale per lo jus sanguinis nei paesi dove è dominante l’emigrazione e per lo jus soli in quelli dove è dominante l’immigrazione. Noi abbiamo attraversato ormai da tempo una transizione che ha cambiato il volto dell’Italia: da paese di emigranti siamo diventati paese di immigrati. Ma difendiamo le vecchie e inadeguate leggi del passato”.

Ma può bastare la garanzia della cittadinanza se l’integrazione è minata dal crescere delle diseguaglianze?

“No, non può bastare. Integrazione significa pari opportunità, cioè pari diritto allo studio, pari occasioni di lavoro e di ascensione socilae. E non è finita. Occorre garantire anche un diritto alla socialità. Poichè gli immigrati vivono sulla loro pelle un isolamento nella vita quotidiana e nella cosiddetta società civile. Non esistono studi specifici in materia, ma chi guarda con sensibilità autentica alla vita di queste persone lo capisce subito da sè: forme di solitudine, di ghettizzazione sono deficit di integrazione di cui un paese civile si fa carico”.

Lei che studia l’evoluzione dell’Africa crede che i flussi migratori verso l’Europa cresceranno?

“I flussi sono spinti per il 90% dalla fame. Si possono contenere solo con lo sviluppo economico. QUalcosa in Africa si muove, ma se pure questo processo continuasse ci vorrebbero decenni per creare condizioni di vita competitive in quel Continente”.

Vuol dire che all’Europa non resta che trasformare un’emergenza umanitaria in una risorsa?

“L’Europa ha l’occasione e la convenienza per dimostrarsi una società giusta, capace di far corrispondere a diritti teorici parità di condizioni di fatto. Se saprà integrare sarà anche in grado  di imporre il rispetto delle sue leggi”.

Non sarà facile solo a dirsi?

“No, anche a farsi. Se ci si crede. In molti paesi europei l’inserimento dei cittadini stranieri anche in posizioni di responsabilità e di lleadership è un dato acquisito. L’Italia è un paese di immigrazione più recente. Sconta un ritardo che vent’anni fa era comprensibile, oggi rischia di diventare intollerabile”.

 

 

 

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Dati dell'intervento

Data
Categoria
luglio 16, 2013
Interviste