Ne esco in maniera chiara e inequivocabile, era tutto strumentale

L’ ex premier «Mai pensato al complotto Soffrivo in silenzio»

Ne esco in maniera chiara e inequivocabile, era tutto strumentale

Intervista di Francesco Alberti a Romano Prodi su Il Corriere della Sera del 22 novembre 2009

BOLOGNA – «Credo che la giustizia trionfi sempre, anche se a volte attraverso sentieri tortuosi. Che alla fine vincano i buoni, come piace ai bambini…».

Anche in Italia, presidente?

«Ma sì, non ho mai imprecato contro i magistrati, mai gridato al martirio o al complotto. Ho sofferto, questo sì, in silenzio…».

Si è dissolto come una bolla di sapone l’ ennesimo spettro giudiziario che da tempo danzava attorno a Romano Prodi e alla sua corposa carriera politica: il due volte ex premier è uscito completamente pulito dall’ inchiesta «Why not», nella quale era stato risucchiato nel 2007 (quando ancora era a Palazzo Chigi) in qualità di indagato per presunti illeciti nella gestione di fondi pubblici. «Generiche e vaghe», secondo il gip di Catanzaro, Tiziana Macrì, le ipotesi accusatorie per le quali l’ allora pm Luigi De Magistris, passato poi alla politica sotto le bandiere dipietriste, aveva iscritto il Professore nel registro degli indagati.

«Ho letto il testo e sono contento» spiega Prodi dalla sua casa di Bologna, rientrato dagli Usa e atteso da un ciclo di conferenze in Italia. «Ne esco in maniera chiara e inequivocabile, ma soprattutto finalmente ho capito che cosa ipoteticamente mi veniva attribuito ed è emersa la strumentalità dell’ amplificazione mediatica che se ne fece all’ epoca».

Nella sua lunga carriera, l’ ex premier si è ritrovato cucita addosso un’ infinità di maschere, molte delle quali per niente lusinghiere: gli hanno dato della spia russa (caso Mitrokhin nel 2006), del tangentaro (affare Telekom Serbia, 2003), del lobbista-nepotista (caso Italtel, estate 2008) e pure del furbetto fiscale (quando lui e la moglie Flavia furono vittime nel 2006, alla vigilia delle elezioni politiche, di spionaggio tributario).

«Tutte porcherie, indegni polveroni, con gli accusatori finiti sul banco degli imputati – sospira Prodi -. Ma quando le vivi è pesante: la gente mormora e tu mica puoi metterti a gridare in strada che non hai fatto nulla, ti prenderebbero per matto…».

Se poi si rivestono certe cariche, la situazione si complica. «Chi ha una responsabilità politica deve innanzitutto evitare che il suo operato possa essere condizionato da simili vicende: penso che la democrazia la si difenda anche soffrendo» prosegue l’ ex premier. Che nel 2003, quando ancora era presidente della commissione Ue, reagì con furore al fango di Telekom Serbia («È robaccia, non mi fermeranno» gridò).

Ma già tre anni dopo, finito nel mirino dell’ ineffabile Scaramella e dell’ affare Mitrokhin, riuscì perfino a riderci: «Sì – ricorda -, tre volte: quando mi diedero della spia russa, quando il mio accusatore si ritrovò nelle vesti di accusato e quando Putin, ex capo del Kgb, mi disse: “Ma, Romano, potevi dirmelo che eri uno dei nostri”…».

Francesco Alberti

Print Friendly
Condividi!

Dati dell'intervento

Data
Categoria
novembre 22, 2009
Interviste